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Soffocare Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Martedì 19 Maggio 2009 00:00
Soffocare / LocandinaTitolo originale:      Choke
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2008
Genere:      Commedia, Drammatico
Durata:      92'
Regia:      Clark Gregg
Sceneggiatura:      Clark Gregg
Cast:      Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald, Brad William Henke, Kathryn Alexander, Paz de la Huerta, Matt Gerald, Clark Gregg, Gillian Jacobs, Tiffany Rae Larkin
Produzione:      ATO Pictures, Aramid Entertainment Fund, Choke Film, Contrafilm
Distribuzione:      20th Century Fox
Data di uscita:      13 Maggio 2009

Trama: Victor Mancini fa l'attore in un parco divertimenti a tema sull'America dei padri pellegrini, è dipendente dal sesso nonostante la terapia, e ha una madre gravemente malata in clinica, che non lo riconosce più e che lui sa gli nasconde un gran segreto. Un giorno, proprio mentre visita la madre sperando di carpirle la rivelazione, incontra la dottoressa Paige Marshall, della quale pare innamorarsi e che oltre al suo seme vuole anche aiutarlo a far guarire la madre con una cura sperimentale. Cambierà qualcosa?

Recensione di ALBERTO DI FELICE

SoffocarePoiché la battuta è offerta su un piatto d'argento dal titolo e dall'accostamento ben evidente nei credits di regia e sceneggiatura accompagnate dallo stesso nome, nientemeno, si dirà subito, senza sentirsi punto in colpa, che Clark Gregg si è preparato lo spuntino e poi ci si è strozzato da solo. Non è questo neppure uno dei casi nei quali si può dare allo sfortunato, avventuratosi con troppo zelo da davanti a dietro la macchina da presa, la classica pacca sulle spalle da «Ci sei tanto simpatico e sei tanto bravo come attore, che te la perdoniamo»: Gregg è anche nel suo campo d'elezione roba da seconda o terza lega (potete controllare anche nell'esemplare in specie, dato che si è ritagliato una particina), e onestamente non sembra neanche troppo simpatico. Perché, oh perché, quindi, Choke?
La risposta mi è totalmente sconosciuta, e credo causi ancora notti insonni al poveraccio, che starà a tutt'oggi chiedendosi come sia stato possibile. Racconto che si intravede sullo stordimento del bambinone maschio reietto nel mondo odierno, in cerca d'affetto e identità fra madri ed amanti fantasma e sesso palliativo, in realtà il film è un assoluto disastro da nulla salvato. Si mescolano senza saper prender pesci di alcuna varietà i diversi mood indipendenti in versione ora drammatica ora farsesca, con un equilibrio però assente e porzioni narrative largamente stagne. Sam Rockwell e mamma Anjelica Huston (sempre sia lodata—lei si salva da sola, e senz'altro chiedere) non sanno se concedersi alla boutade più piena o piangersi addosso.
Ci pensa alla fine, purtroppo, una risoluzione che fa di esclusiva banalità/vacuità insegnamento di vita (qualcuno ci salvi dai flashback automatico-riassuntivi), neanche fosse esemplare di quella pornografia soft che tanto si detesta. Sprecato da questo punto di vista è in particolare il personaggio interpretato da Kelly Macdonald, attrice che dopo No Country for Old Men dovrebbe esser peccato mortale mal impiegare, che lungamente va e viene quasi possa fornire la svolta tanto attesa—è solo, invece, la versione pazza per timorate della spogliarellista moglie ideale Cherry Daiquiri/Beth (Gillian Jacobs), non appena la mamma lascia andare il figlio. Complementare al gioco è prevedibilmente l'amico di Brad William Henke, solo una versione in saldo del fisico e della filosofia di Seth Rogen.
Da come la descrivo verso la fine del capoverso precedente sembra quasi una classica fiaba del principe e della principessa—anche se il principe è sessodipendente e la principessa svitata—cosa che a rigore sarebbe anche. Una fra le tante, mista all'ubiquo racconto di formazione. Ma il reame fatato, nel senso specifico di popolato da aspirazioni di normalità e sicurezza e dipendenze affettivo-ormonali, è assai pesante e ben poco roseo. Quando si ha un sosia di Seth Rogen a portata di mano e qualche donna compiacente per curare i mali dei maschietti di turno, è probabilmente—ovvero, ammesso ci fosse da scavare (Fincher avrà scavato, ma è altra storia)—una cattiva idea pensare di usarli al meglio, specie se non si ha grande esperienza o talento con penna e camera, basandosi magari alla larga sulle elucubrazioni (si dice) trasgressive di tal Chuck Palahniuk.

Giudizio: 1.5


Recensione di RICCARDO RUDI

SoffocareTratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, che va ricordato soprattutto per Fight Club che Fincher ha trasposto sul grande schermo con enorme successo, Soffocare (Choke) racconta la vita di Victor Mancini, sessodipendente patologico che frequenta degli incontri di sessuomani dipendenti ma inutilmente, visto che finisce con il fare sesso occasionale con sconosciute ugualmente. Lavora come figurante in un parco storico della colonizzazione, e ha una madre malata di Alzeimer in una clinica specializzata parecchio costosa, e per poterla mantenere inventa  un modo per poter far soldi: va in un ristorante e facendo finta di soffocare si lascia salvare da qualche riccone per farsi “adottare” e così per poter chiedere soldi. E nel frattempo inizia a scavare nel suo passato, andando alla ricerca di suo padre. Nella sua ricerca si avvicina a una dottoressa della clinica di sua madre, Paige Marshall, la quale nasconde un imbarazzante e compromettente segreto.
È una commedia gradevole, dai toni grotteschi molto leggeri. Forse fin troppo, al punto da tendere al superficiale e alla totale assenza di un’impronta registica forte e consapevole. L’adattamento del romanzo di Palahniuk segna il debutto come regista di Clark Gregg, attore di professione. Ed è forse la sua “inesperienza” come regista che ha fatto collassare questo adattamento verso un lavoro fin troppo acerbo e inespressivo.
Sam Rockwell interpreta un ruolo ai limiti della follia e del paradossale, che sfortunatamente nel film non trova una forza autonoma e indipendente, creando quindi un personaggio che palesemente è un adattamento fin troppo forzato del personaggio cartaceo. Ma le avventure/disavventure di Vincent rimangono divertenti, anche se un minimo di dispiacere potrebbe comparire sul viso dello spettatore vedendo la totale inettitudine di Vincent nel liberarsi dalla sua patologia e dal suo passato, legato strettamente alla madre, Ida Mancini (Anjelica Huston). Vincent si trova in continuazione imprigionato nella sua dipendenza sessuale, mostrando dal suo punto di vista le sue innumerevoli avventure parodiali e visioni di donne nude in momenti veramente assurdi. Inoltre la stessa ricerca del padre per poter trovare se stesso ha sviluppi e risvolti esilaranti e stravaganti, congetturando una parentela con Gesù. Per quanto possa essere divertente vedere le situazioni inconcepibili in cui si trova Vincent, il rapporto con la madre mostra un lato della storia di Soffocare malinconico e amaro, in particolare durante i flashback che raccontano il passato di madre e figlio, e l’origine dei loro tormenti. La presenza del migliore amico di Vincent, Danny, evidenzia ulteriormente le tematiche demenziali di cui la storia si fa portatrice.
Ma l’intero impianto registico è debole, privo di autorialità, e soprattutto privo di un’atmosfera cinematografica. Sembra infatti di trovarsi davanti a una serie televisiva, di quelle in cui la fotografia viene messa totalmente da parte con l’intenzione di dar forza alla narrazione, cadendo purtroppo in una monotonia visiva eccessiva. Anche se una nota a favore del lavoro dell’esordiente Clark Gregg bisogna riconoscerla: i dialoghi sono interessanti e riescono a catturare e a coinvolgere nella logica distorta e visionaria dei vari protagonisti. Delude vedere come un romanzo  dell’autore del mitico Fight Club sia stato adattato sul grande schermo senza una struttura tecnico-espressiva propria del cinema. Le immagini del film parlano chiaro: bisogna leggere il libro per potersi gustare a pieno una storia di ordinaria follia come Soffocare.

Giudizio: 1.5
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