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| Scritto da Cine Zone | |||
| Mercoledì 27 Maggio 2009 10:34 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2007 Genere: Documentario Durata: 106' Regia: Alex Gibney Sceneggiatura: Alex Gibney Produzione: Jigsaw Productions Distribuzione: Ripley's Film Data di uscita: 22 Maggio 2009 Trama: Un'inchiesta sui metodi di tortura impiegati dai soldati americani nelle prigioni di Bagram, Abu Ghraib e Guantánamo. Il film prende spunto, in particolare, dalla vicenda di un tassista afghano, Dilawar, arrestato ad un posto di blocco e morto dopo cinque giorni di detenzione nel centro di Bagram. Recensione di ALBERTO DI FELICE Dei cinque nominati all'Oscar per miglior documentario nel 2008, ben tre film erano incentrati sull'avventura americana contro il terrore. Gli altri due erano War Dance (non visto da me), su un gruppo di bambini ugandesi in una gara musicale, e il Sicko di Michael Moore, sul pessimo stato di salute del sistema privato di sanità degli USA. Sarà forse per un momentaneo senso di colpa ed affermazione patriottica—oltre ad altre ipotesi che si potrebbero avanzare—che la comunità liberal hollywoodiana ha deciso di premiare il film di Gibney anziché quello del simpatico grassone con telecamera, che forse avrebbe meritato di più.Gibney si premura infatti di fare un riassunto relativamente asettico delle pratiche distorte con le quali si è portata ad esistenza la promessa di sicurezza contro il Male, da fuori. Da dentro—come dalle parole di Cheney, più comiche che tragiche, che hanno ispirato, assieme alla storia finita male del tassista e prigioniero Dilawar, il titolo—la faccenda è diversa; o almeno così si è ritenuto dovesse essere, in virtù di una lettura poco bonaria dei diritti umani ispirata all'«occhio non vede».. Ma, il punto è qui, l'appello di questo documentario è pur sempre a quel «lato buono» che si elegge in ogni caso a vero spirito di quella nazione che ha partorito la prima rivoluzione illuminata. Lo spirito liberal, che vede i problemi ma celebra anche con orgoglio nazionale la libera volontà di sconfiggerli (anche con qualche alito retorico), è dunque salvo. Il lavoro di Gibney mira altrimenti ad essere corretto, limitando l'intervento in prima persona e lasciando spazio ad interviste e documenti. La mano nella selezione del materiale è comunque chiara, e l'argomentazione è non tanto schierata (non è richiesto, Dio ci scampi, che qualcuno si metta seriamente a difendere la tortura in qualche sua forma) quanto spesso troppo lineare ed unidirezionale, non affrontando questioni importanti, quali l'impatto delle organizzazioni di sicurezza private nelle scelte e nei metodi presi in esame. In altre parole, Gibney si prefigge di studiare la tortura e solo la tortura, che si sa esser cosa assai spiacevole, mentre è difficile si possa dire molto più su di essa se non si studia realmente perché il suo reale utilizzo, pur ben poco fruttuoso, è impiegato da un punto di vista operativo. Diversa, ma non meno da affrontare, è poi la questione sul da farsi in merito, recentemente tornata agli onori delle cronache politiche per la difficoltà del neo-eletto Obama di sbarazzarsi senza imbarazzi della questione Guantánamo. Le domande, piuttosto ovvie, sono molte e tutte sempre logistiche, a meno di non lanciarsi in un «liberi tutti» che probabilmente è poco consigliabile, e riguardano dove andrebbero i detenuti ivi ospitati, come verrebbero processati, come verrebbero rimpatriati. Ma la domanda fondamentale è se, pur senza spingersi così sfacciatamente oltre nel «lato oscuro», gli Stati Uniti possano, e in che misura, liberarsi della patata bollente. Giudizio: ![]()
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