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| Scritto da Cine Zone | |||
| Domenica 31 Maggio 2009 00:00 | |||
Titolo originale: Il y a longtemps que je t'aimeNazione: Francia, Germania Anno: 2008 Genere: Drammatico, Giallo Durata: 117' Regia: Philippe Claudel Sceneggiatura: Philippe Claudel Cast: Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius, Laurent Grévill, Frédéric Pierrot, Claire Johnston, Catherine Hosmalin, Jean-Claude Arnaud, Olivier Cruveiller, Lise Ségur, Mouss Zouheyri, Souad Mouchrik, Nicole Dubois, Laurent Claret, Marcel Ouendeno Produzione: Canal+, France 3 Cinéma, Integral Film Distribuzione: Mikado Data di uscita: 6 Febbraio 2009 Trama: Juliette Fontaine, ex-medico di famiglia anglo-francese, torna in libertà dopo quindici anni di carcere, e viene accolta dalla sorella Léa, professoressa universitaria di letteratura che vive a Nancy col marito e le due figlie adottate. Luc, il marito di Léa, non è felice dell'arrivo della donna, sui motivi della cui condanna viene mantenuto a lungo il segreto. Nel frattempo Juliette tenta di rifarsi una vita, trovandosi un lavoro come segretaria e avvicinandosi pian piano alle nipoti. Recensione di ALBERTO DI FELICE Non è forse poi tanto un peccato che questo film—esemplare medio di cinema introspettivo molto ben sintonizzato sulle frequenze dello spettatore anch'esso medio—finisca nel suo ultimissimo frammento per esplodere nelle parole della sua protagonista Juliette (Kristin Scott Thomas, direi superba), quando in precedenza era stato cucito quanto la sua bocca. Pungente e ritroso, anche, approcciando la questione di modo da porre l'interrogativo rigorosamente per passi millesimali: perché Juliette è arrivata, prima di tutto, e perché la sorella Léa (Elsa Zylberstein, ottima anche lei) l'ha ripresa con sé facendosi missionaria?La riuscita narrativa della pellicola è per prima cosa in questo centellinato interrogativo, in verità piuttosto piano una volta che si sia afferrato che Juliette è appena uscita di prigione. Rimarrà poi da capire perché ci sia entrata. Anche qui, tuttavia, al primo punto della risposta si è condotti con grande circospezione; il viaggio in macchina con il quale Léa la preleva pone già i picchetti di altri scambi che seguiranno. Ad esempio, Juliette confesserà alla sorella di non aver chiesto lei di essere accolta, ma di essere stata indirizzata verso le sue braccia; allo stesso modo, rigetterà l'idea di star facendo chiarezza nel suo passato, di getto, di fronte all'assistente che segue il suo reinserimento lavorativo e sociale (Catherine Hosmalin). Il punto è esattamente che Juliette deve rigettare quest'idea perché in realtà nella sua esperienza personale c'è già stata, già nel lento avvicinamento alla sua scelta ai tempi, assoluta chiarezza sul fatto: la sua è stata una scelta, appunto, e nel tempo che ci è dato trascorrere con lei adesso noi possiamo solo riavvicinarci alla semplice spiegazione che tutti gli altri vogliono avere—la sua. Nel film Juliette non si scopre, in altre parole, ma si fa scoprire, e dunque di riflesso scopre una via d'uscita per espiare quella sua scelta passata. La nota rivelatrice è quindi ritardata, ed infine deflagra con ipoteticamente fin eccessiva forza letteraria. La fuoriuscita quasi sfacciata di tante parole esplicative nel finale è però non tanto un facile viatico per sbrigliare i lavori—ci fosse paura di perdersi qualcosa—ma un vero sollievo (magari un male necessario) in un film che vaga fra mirati stereotipi di dannazione (si direbbe meglio, data la protagonista ed il suo crimine, «stregoneria»; ma vedasi anche il suicido invero troppo bonariamente maudit, per quanto fuor di visione, del capitano Fauré di Frédéric Pierrot) e rimedio progressista all'ingiustizia dell'eredità familiare. Quest'ultima è d'altronde l'irrinunciabile locus tragicus dell'opera, che getta su di essa una revisione pacata, fra odio e rinuncia da una parte (la madre malata nell'oblio, i figli biologici abdicati) e indeclinabilità dall'altra (i figli adottati di Léa, la ricerca di un nuovo amore e appiglio umano di Juliette). Il lavoro di Claudel è di buona scrittura, nonché di direzione molto assorbita degli interpreti, coi quali incastra tanto bei momenti corali (ovvio pensare alla cena nella quale Juliette si tira fuori dall'imbarazzo dicendo l'indicibile e fino ad allora non detto, e ubicandosi per questo magicamente non più nel dubbio) quanto efficaci scambia a due. Il più duro dei quali è probabilmente il primo colloquio lavorativo di Juliette, che è anche un sostanziale test per lo spettatore, non molto meno all'oscuro del possibile datore di lavoro: sapendo ora quello che Juliette ha fatto, e null'altro, l'essere ben disposto in voi riuscirebbe a non cedere alla più lancinante malfidenza? Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Il y a longtemps que je t'aime
Non è forse poi tanto un peccato che questo film—esemplare medio di cinema introspettivo molto ben sintonizzato sulle frequenze dello spettatore anch'esso medio—finisca nel suo ultimissimo frammento per esplodere nelle parole della sua protagonista Juliette (Kristin Scott Thomas, direi superba), quando in precedenza era stato cucito quanto la sua bocca. Pungente e ritroso, anche, approcciando la questione di modo da porre l'interrogativo rigorosamente per passi millesimali: perché Juliette è arrivata, prima di tutto, e perché la sorella Léa (Elsa Zylberstein, ottima anche lei) l'ha ripresa con sé facendosi missionaria?








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