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| Uomini che odiano le donne |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Martedì 02 Giugno 2009 00:00 | |||
Titolo originale: Män som hatar kvinnorNazione: Svezia, Danimarca Anno: 2009 Genere: Thriller Durata: 152' Regia: Niels Arden Oplev Sceneggiatura: Nikolaj Arcel, Rasmus Heisterberg Cast: Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Sven-Bertil Taube, Peter Andersson, Peter Haber, Marika Lagercrantz, Lena Endre, Ingvar Hirdwall, Gösta Bredefeldt, Björn Granath, Ewa Fröling, Stefan Sauk, Gunnel Lindblom, Isabella Vanger, Willie Andréason, Tomas Köhler Produzione: Nordisk Film, Sveriges Television, Yellow Bird Films, ZDF Enterprises Distribuzione: Bim Distribuzione Data di uscita: 29 Maggio 2009 Trama: Mikael Blomkvist è un giornalista d'assalto che collabora con la rivista di denuncia «Millennium», finito nei guai con la giustizia perché ha accusato – a quanto pare ingiustamente – un ricco imprenditore di corruzione. Mikael ha tempo sei mesi prima di andare in galera, tempo che utilizza per condurre un'indagine su una donna scomparsa quarant'anni prima, commissionatagli da un ricco ottantenne che vive immerso nella nostalgia per la nipote. I Vanger sono una facoltosa famiglia locale, e non vedono di buon occhio l'inizio delle indagini da parte del determinato giornalista. Ad aiutarlo una abile hacker, Lisbeth, una ragazza piena di piercing, accanita fumatrice e perseguitata sessualmente dal suo tutore, un vecchio sessuomane senza scrupoli e limiti. Quello che verrà alla luce sull'isola del Baltico sarà una verità a dir poco atroce, che si cela dietro la scomparsa della donna che Mikael deve trovare. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Arriva finalmente al cinema, attesissima, la trasposizione del romanzo di Stieg Larsson (primo della trilogia denominata «Millennium») che ci racconta le avventure molto scabrose della strana coppia composta da Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist), un giornalista ingiustamente accusato di diffamazione, e Lisbeth Salander (la brava e senza freni Noomi Rapace: sentiremo ancora parlare di lei) una ragazza che fa dell'esagerazione e della sociopatia la propria ragione di vita (sigarette e piercing) per superare dei terribili drammi subiti da piccola. Mikael è stato incaricato dal facoltoso industriale Henrik Vanger (Sven-Bertil Taube) di ritrovare la sua adorata nipote Harriet, scomparsa quaranta anni prima in circostanze misteriose. Ogni anno Vanger riceve un quadro con una piantina o un fiore incorniciato, cosa che la nipote gli mandava regolarmente per il suo compleanno quando era ancora con lui, e la cosa autorizza a sperare che sia viva.Mikael comincia l'indagine, su un isola bagnata dal mar Baltico, spiato sul suo computer dalla abile hacker Lisbeth, in arte Wasp, che deve vedersela anche con il suo nuovo tutore, un uomo spregevole e sessualmente deviato che la sottopone a sevizie umilianti. In mezzo agli altri componenti della famiglia Vanger che cercano di ostacolare in tutti i modi la ricerca della verità, Mikael e Lisbeth metteranno alla luce verità a dir poco terribili di un mondo fintamente nobile. La frase «Io sono un sadico porco, un verme e uno stupratore», che campeggia sul cartellone e che Lisbeth tatua sul corpo del suo persecutore, è l'emblema e l'essenza di quanto questo film vuole trasmettere, una accorata difesa del diritto delle donne ad essere rispettate e che i veri uomini approvano (nel film, onestamente, non ce ne sono molti). Speriamo che gli americani non si sognino mai di farne un remake. Per ora accontentiamoci che lo abbiano fatto così bene gli svedesi: il regista Niels Arden Oplev utilizza due attori in palla come non mai alla perfezione, li immerge in ambienti desolati tanto quanto l'animo delle persone che vi abitano, e costruisce uno dei più bei thriller della stagione, con uno svolgimento progressivo a gradini che inchioda alla sedia per tutta la sua lunga durata (150 minuti circa). Fotografia sgranata e fredda, con colori scuri predominanti, l'immersione nel mondo atroce delle perversioni sessuali è un autentico viaggio all'inferno; non per niente il film è pieno di citazioni bibliche, ma l'apocalisse l'ha vissuta e la vive la povera Lisbeth, costretta a subire ogni genere di sevizia nel passato e nel presente ma che ha il coraggio di ribellarsi come dovrebbero fare tutte, rischiando anche nel farlo. Il divieto ai minori di 14 anni è giustificato dalla presenza di scene molto violente e crude, inevitabili da presentare, ma non c'è nulla di gratuito e di malizioso: solo tanta fondamentale tristezza per il sopravvento dei sensi animali sulla ragione. Emblematica la veloce scena di sesso tra la tatuatissima Lisbeth e Mikael: appena lei capisce che quell'uomo non è come gli altri che ha trovato sulla strada, si concede per trovare refrigerio, una ripresa di fiducia nel piacere che credeva persa. Bella l'idea dei binari confluenti della trama del film: ad un certo punto ci chiediamo come Mikael e Lisbeth si possano trovare, e tutto avviene con logica e naturalezza senza nessuna forzatura di sceneggiatura. Notevole il messaggio politico che si legge tra le righe del film: il giornalista comunista attacca il potere nazista coalizzato nel non far vedere al mondo i suoi orrori privi di ogni giustificazione («Lo fa soltanto perché gli piace»), un colpevole che ha avuto le sue occasioni per redimersi ma che le ha appositamente ignorate, come Goebbels non parlò mai dei campi di sterminio pubblicamente al mondo la stessa famiglia Vanger nella quale si cela il mostro deve chiudere la verità che sta venendo alla luce («Da quando sono qui tutti mi dicono di andarmene»). La Svezia si deve interrogare sul suo passato che tracimava nella preservazione del biondo e del fisico perfetto, con teorie troppo vicine a quelle tedesche senza avere, per fortuna, avuto modo di scatenarsi nella stessa violenza repressiva. I ricordi di Se7en sono quasi immediati: anche lì c'era una logica d'azione omicida simile (i peccati capitali contro gli scritti biblici; c'è anche di mezzo in uno l'asportazione di carne, accumunando due omicidi dei due film), ma poi la vicenda si incanala in binari totalmente diversi, non c'è nessun comportamento da codificare rivelando al mondo il mistero, ma solo uno da condannare. I sensibili si astengano dalla visione: alcune scene di sevizie, lunghe e senza censura, sono davvero difficili da digerire; soprattutto se si è donne, avrete di fronte il peggiore dei vostri incubi mostrato in tutta la sua violenza priva di filtri, altro che la finta e poco credibile Bellucci in Irréversible che tanto scandalizzò, il dolore di Lisbeth e le altre è un urlo e non solo uno strozzato mesto lamentio. In definitiva un thriller ottimo e toglifiato, che consigliamo caldamente con i dovuti warning detti prima, oscuro, pesante e tragico, che lascia sospesi fino all'ultimo nella tensione di una storia senza vere speranze; se la modalità di scoperta e di esplicazione della vicenda, del colpevole e delle ragioni del tutto porta noi maschietti quasi ad odiarci per le abiezioni che vediamo sullo schermo, dall'altra parte prendiamo un po' di fiducia perché sono le donne stesse che ci tendono la mano e almeno scrutano senza non fidarsi di base: non siamo e non vorremmo mai essere tutti così. Giudizio: ![]() Recensione di ALBERTO DI FELICE Una tra le cose più scandinave che possano esserci, e che il film di Oplev (come sicuramente il romanzo da cui è tratto, del quale non sono conoscitore) ripropone puntualmente, è un forte senso malagevole del legame familiare. Non c'è in Scandinavia lo stesso insieme di aspettative e legami più o meno pacifici che possono ricadere dai padri ai figli; o, almeno, quel che è più esatto, sembra esserci oltre a questi una caratteristica gravosità aggiunta—forse—dalle lunghe ore di buio invernale. Il paesaggio è appropriatamente innevato quando Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist) arriva nell'isolotto dove hanno ancora le loro tenute i pochi Vanger ivi rimasti, fra i quali i due anziani fratelli Henrik (Sven-Bertil Taube) e Harald (Gösta Bredefeldt): il primo vuole ritrovare la nipote Harriet, scomparsa sedicenne ben quarant'anni prima; il secondo odia il primo non meno di quanto l'altro lo ricambi.C'è poi, nell'altra metà della storia destinata a confluire nella prima, il personaggio di Lisbeth (Noomi Rapace), una hacker professionista ventiquattrenne, punk e bisessuale, che più dei vecchi industriali e dei loro altrettanto polverosi ricordi è pensata per attirare la nostra attenzione, non risparmiandoci un tasso di morbosità in una certa misura del tutto appropriato. L'odio maschile è difatti riversato, al presente, su di lei: al contrario dell'indagine che aiuterà il giornalista di Stoccolma a risolvere, della sua storia sappiamo inizialmente molti pochi dettagli (solo un breve flashback, riproposto più ampiamente con un non molto velato ma efficace parallelismo in prossimità della chiusura), mentre presto la vediamo sottomessa al suo nuovo tutore legale (Peter Andersson), il quale è alquanto esplicativo delle radici perverse del titolo. Lisbeth è la figlia sulla quale nessun controllo è esercitabile, adesso non più di quando era effettivamente una bambina, e dalla quale neppure quando il film sarà terminato per dirigersi ai prossimi due capitoli, a quanto è dato intuire, ci si può attendere giustificazione o comprensione di sorta verso l'odio maschile in esame, il dominio del padre e dei suoi discendenti. Ci sono almeno tre situazioni nelle quali la vediamo persa nel suo rigetto totale ed ostinato dell'abuso maschile: l'aggressione all'uscita della metropolitana, nella quale scaccia dolorante ma come lepri un gruppetto di disgraziati; lo stupro da parte del tutore, che subisce oltre quanto avesse previsto, per vendicarsene nel frattempo; infine il suo assistere impassibile all'incendio idealmente conclusivo di questa prima inchiesta, attraverso il quale, come detto, ci reimmergiamo brevemente nel suo passato. Blomkvist, verso cui manifesta un attaccamento congenito per quanto inizialmente distaccato ed ingiustificato, è l'unico che forse può «rimetterla in sesto». Ma in realtà nel film c'è più una consapevolezza dell'istantaneità di quanto succede fra loro, che non una storia d'amore—per come lo si voglia definire—vera e propria; Lisbeth, probabilmente, vede ancora in lui pesanti riflessi di paternità, e di quanto per lei ne consegue. La loro relazione deve rimanere priva di domande, e anzi parte dalla coscienza dell'uomo che lei sa già tutto di quel che lo interessa, ossia di quanto concerne il suo lavoro di giornalista e sul caso, e sa anche che lui non saprà altro di lei, al punto da chiederle poi espressamente di non dirgli nulla. Per loro due, Uomini che odiano le donne è un racconto di sacrificio puro l'uno nelle braccia dell'altra. In due ore e mezza, Oplev dirige con una discreta atmosfera che si rifà molto al modello televisivo principalmente pervenutoci con marca tedesca—il film è infatti prodotto dalla compagnia di produzione televisiva Yellow Bird, che in contemporanea ha prodotto altri sei film tv basati sui romanzi di Stieg Larsson—rendendo con sforzo industriale digeribile ed abbastanza coinvolgente la trama. Nei limiti del tipo di prodotto, la vicenda regge e stabilisce bene le linee tematiche, sebbene non ci sia invero troppo peso in ogni dettaglio e dialogo; risente poi di un quarto atto probabilmente superfluo, e del quale si comprenderà forse meglio l'utilità nei film a venire. Nutro già una qualche curiosità al pensiero dell'ormai più che probabile remake americano: dovesse esser messo nelle mani di uno come Christopher Nolan com'è successo con l'Insomnia di Skjoldbjærg, sospetto non sarebbe niente male. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: Män som hatar kvinnor
Arriva finalmente al cinema, attesissima, la trasposizione del romanzo di Stieg Larsson (primo della trilogia denominata «Millennium») che ci racconta le avventure molto scabrose della strana coppia composta da Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist), un giornalista ingiustamente accusato di diffamazione, e Lisbeth Salander (la brava e senza freni Noomi Rapace: sentiremo ancora parlare di lei) una ragazza che fa dell'esagerazione e della sociopatia la propria ragione di vita (sigarette e piercing) per superare dei terribili drammi subiti da piccola. Mikael è stato incaricato dal facoltoso industriale Henrik Vanger (Sven-Bertil Taube) di ritrovare la sua adorata nipote Harriet, scomparsa quaranta anni prima in circostanze misteriose. Ogni anno Vanger riceve un quadro con una piantina o un fiore incorniciato, cosa che la nipote gli mandava regolarmente per il suo compleanno quando era ancora con lui, e la cosa autorizza a sperare che sia viva.
Una tra le cose più scandinave che possano esserci, e che il film di Oplev (come sicuramente il romanzo da cui è tratto, del quale non sono conoscitore) ripropone puntualmente, è un forte senso malagevole del legame familiare. Non c'è in Scandinavia lo stesso insieme di aspettative e legami più o meno pacifici che possono ricadere dai padri ai figli; o, almeno, quel che è più esatto, sembra esserci oltre a questi una caratteristica gravosità aggiunta—forse—dalle lunghe ore di buio invernale. Il paesaggio è appropriatamente innevato quando Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist) arriva nell'isolotto dove hanno ancora le loro tenute i pochi Vanger ivi rimasti, fra i quali i due anziani fratelli Henrik (Sven-Bertil Taube) e Harald (Gösta Bredefeldt): il primo vuole ritrovare la nipote Harriet, scomparsa sedicenne ben quarant'anni prima; il secondo odia il primo non meno di quanto l'altro lo ricambi.








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