CLASSIFICA SETTIMANALE
| Incassi al 30/08/2010 |
|
||||||||||||||||||||||||||||||
Ultimi Commenti
| I Love Radio Rock |
|
|
| Scritto da Cine Zone | |||
| Lunedì 15 Giugno 2009 09:53 | |||
Titolo originale: The Boat That RockedNazione: Regno Unito, Germania Anno: 2009 Genere: Commedia, Drammatico, Musicale, Romantico Durata: 129' Regia: Richard Curtis Sceneggiatura: Richard Curtis Cast: Bill Nighy, Kenneth Branagh, Philip Seymour Hoffman, Nick Frost, Tom Sturridge, Rhys Ifans, Rhys Darby, Tom Brooke, Gemma Arterton, Ike Hamilton, Chris O'Dowd, Talulah Riley, Tom Wisdom, Will Adamsdale, Ralph Brown, Olivia Llewellyn, Jack Davenport Produzione: Working Title Films, Medienproduktion Prometheus Filmgesellschaft Distribuzione: UIP Data di uscita: 12 Giugno 2009 Trama: Inghilterra, 1966. Mentre la BBC trasmette al massimo due ore al giorno di pop e di rock dalle sue emittenti, ci sono delle radio pirata che diffondono da delle navi appositamente attrezzate musica 24 ore su 24. Qui avveniva un allegro scambio di idee, vivendo con il pensiero costante del sesso (a bordo raramente c'erano donne) e portando nelle case degli Inglesi allegria e spensieratezza che le radio statali non davano, soprattutto nelle ore notturne e serali. Ma il governo non vede di buon occhio l'esistenza di questi pirati dell'etere e inizia una crociata contro di essi. Questa è la storia di una delle imbarcazioni più famose, con un equipaggio ampiamente variegato di dj più o meno consapevoli della loro missione di salvezza della libertà di trasmissione: si tratta di Radio Rock. Recensione di ALBERTO DI FELICE Dopo la coralità (separata) natalizia di Love Actually, Richard Curtis scrive e dirige la rockalità (congiunta) di The Boat That Rocked. La nave in questione, come da titolo autentico, «spacca» sul mar nordico sorretta dalle vicende galleggianti di un folto gruppo di derelitti ai loro tempi oltremodo celebrati, a quanto pare, sulla terraferma. Devono esser stati dei begli anni: le groupies non mancavano e la radio rendeva per loro avvenente al primo colpo persino uno come Nick Frost, ossia l'amico grasso di Simon Pegg. Il sottofondo natalizio accompagna comunque anche le imprese di fine anno di Radio Rock, che al giro di boa del 1968 affonderà non solo figurativamente per volere del governo britannico e del suo Marine Offences Act.Curtis ha la perversa idea di far interpretare a Bill Nighy—il suo Billy Mack di Love Actually era indubbiamente l'eccentrica attrazione del film—il capitano dell'impresa, giovandosi del fatto che questi è stato il tentacolare Davy Jones fra i pirati dei Caraibi. (Queste sono scelte che mancano quando si deve lavorare, per dire, con Enrico Brignano, Carlo Buccirosso e Biagio Izzo, ai quali va in ogni caso tutta la nostra simpatia.) Nighy esprime al meglio la vena curtisiana dei due progetti, data la sua mancanza di rigore: salta fuori qua e là, vantando soluzioni portentose o annunciando tragedie colossali. Il più delle volte, in effetti, non fa proprio nulla se non avere un atteggiamento, cosa che per un capitano è essenziale. Obbligatoriamente, dopo qualche minimo diverbio, il finale sistema tutto in spirito molto festivo (nel Regno Unito è uscito in periodo pre-pasquale: nel party natalizio sulla nave, lo scemo di Chris O'Dowd si veste appropriatamente da coniglio), con però consapevolezza da monello. Sarebbe allettante notare qualche parallelismo con Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, che esteticamente è un altro film sebbene Curtis non manchi di illuminare romanticamente il suo vascello. Il peschereccio sul quale si sono sistemati da anni quelli di Radio Rock ricorda un po' il Belafonte, fatti i distinguo richiesti, specie quando vi arriva un giovane (in questo caso, il Carl interpretato da Tom Sturridge) senza padre in cerca di padre, che potrebbe essere sulla nave. Fra i sospettati c'è intuibilmente proprio il Quentin di Nighy, che è ufficialmente padrino del ragazzo. In anni di liberazione sessual-musicale, quelli che la stanno sostenendo coi dischi hanno già alcuni dei problemi—risolti e non: siamo tutti figli senza padri?—che molti dei loro giovani ascoltatori avranno anni più tardi. Il film si regge molto a rilento sul suo set fisso di primari e comprimari, affezionandosi nei vari montaggi a episodi persino allo stesso immutabile insieme di ascoltatori (ben 25 milioni di anime, in tutto), che con le divise più o meno formali dei ruoli e delle professioni canoniche tutti sottobanco (o sotto la gonna) si nascondono giorno e notte ad ascoltare il rock 'n' roll. Ancor più che a questi, che di lì a poco esorbiteranno contro qualsiasi ipotesi di arginamento legale, ci si abitua soprattutto agli inframezzi con ministro incaricato e voglioso di abbatterli, l'austero Dormandy di Kenneth Branagh, ed il suo assistente a progetto Twatt (da noi Pirlott, vabbè) di Jack Davenport; anche per loro, cena natalizia a casa (speriamo Twatt e la figlia del ministro sappiano come procedere in linea con quanto proposto dagli altri in nave: lei sembra propositiva, nei limiti imposti dall'austerità familiare). Il film è piaciuto molto al pubblico, meno alla critica. I giornalisti inglesi rimproverano a Curtis di dipingere un'Inghilterra «parziale» ed «idealizzata» in una «farsa infantilizzata», come l'ha definita Philip French sull'Observer, col fine ultimo di fornire un piatto commerciale di sentimentalità molto blanda. L'esempio del precedente, ancor più di dimensioni spropositate (si eccedono le due ore in entrambi i casi), Love Actually viene in mente. C'è in effetti un difficilmente negabile elemento di auto-assolvimento e semplicioneria connaturato all'operazione, e ci si basa su un abbozzo di vignette alquanto libero e leggero, con le linee narrative che circolano per inerzia; ma non si può del resto dire che ci venga a vendere molto altro. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Che occasione mancata in pieno dal regista Richard Curtis (Love Actually – L'amore davvero come regista e sceneggiatore dei Bridget Jones): con un plot decisamente interessante che raccontava della libertà di trasmissione musicale solo parzialmente libera nell'Inghilterra degli anni '60 (esattamente nel 1966), riesce a minimalizzare qualunque concetto (fascino, intensità e valore emotivo della musica) rendendo il tutto un derivato dall'etichetta molto patinata ma dall'animo minimale figlio di Porky's (incredibile ma vero).Andando con ordine e presentando il cast (davvero buono), abbiamo una storia che ci racconta di come nel 1966 gli Inglesi potevano godere di pop e rock solo per poco tempo al giorno (circa due ore) per un divieto del governo, che preferiva le trasmissioni di classica, lasciandoli privi di compagnia e allegria soprattutto nelle ore serali e notturne. Per superare questa privazione, c'erano delle navi che, in forma totalmente autonoma e del tutto fuori da ogni permesso (anche se non infrangevano nessuna legge), trasmettevano musica pop e rock 24 ore su 24, elargendo abbondanti consigli di ogni tipo grazie ai loro dj. La storia approfondita (per modo di dire) di una di queste navi, la Radio Rock del titolo, è il corpus principale di questo film. Il dj cardine e capo spirituale del gruppo è il cosiddetto «Conte» (il grande Philip Seymour Hoffman), mentre Quentin (Bill Nighy, re vampiro in Underworld) è colui che guida l'allegra combriccola di pirati dell'etere. Un giorno arriva Carl (Tom Sturridge), che la ricca madre ha spedito sulla nave per cercare di liberarlo dalle sue paturnie e dargli consapevolezza. La vita del natante è movimentata dall'arrivo di DJ Gavin (Rhys Ifans, presente in Notting Hill), una leggenda della radio ma anche delle canne, a cui ha dato parecchio della sua vita. Sarebbe bello lasciare Radio Rock alle sue allegre sonorità e al suo goliardico equipaggio, ma il governo inglese ha tutt'altra intenzione e non crede che il rock non muoia mai: il ministro Dormandy (Kenneth Branagh, in una parte gigiona di miope politico) incarica il suo segretario Pirlott (!) di far chiudere ogni trasmissione pirata, compresa ovviamente Radio Rock. Come vedete, con un cast di assoluto livello e una partenza di trama interessante, si poteva tirare fuori una specie di Excalibur a difesa della libertà di trasmissione del pop e del rock (ma in generale di ogni cosa); invece Richard Curtis (forse pensando che in ogni caso ormai quei tempi sono finiti da anni: oggi le trasmissioni sono marmellata musicale assolutamente senza logica che segue gusti e hit e non delle filosofie, ma giustamente libere) si concentra moltissimo sulle porcellonate – come la scopata che «arriva non arriva» tra l'avvenente Gemma Aterton e Sturridge, i problemi lesbici della cuoca e l'arrivo periodico delle donne ormonalmente accese dalla musica sulla nave – dimenticando a lungo la poesia, la forza e la vivacità del rock che inneggiava al sesso libero e alle canne, ma ha anche avuto grazie ai suoi gruppi storici – come i Led Zeppelin, per esempio, ma anche i Pink Floyd (rimanendo nelle band storiche inglesi) – messaggi di altro tipo. Concordiamo con il fatto che nel 1966 alcuni gruppi e brani storici non erano stati costituiti o scritti, ma il film del presente che vive nel passato poteva benissimo mostrare questa fiammella lungimirante al pubblico, rimarcare continuamente che con il rock si tromba facile o si canneggia alla grande (come ci sembra voglia dire in maniera epidermica il film: concetto che tocca il suo apice nel salvataggio finale «Evviva, siamo salvi, grazie, non ti conosco ma ti trombo!»), è di pessimo gusto, povero di proposizione e decisamente deludente per una fiaccola che non arde neppure per un secondo. Non basta urlare con bravi interpreti a briglie sciolte, che paiono vagare ognuno per sé, «Il rock non muore mai!» prima del titanico finale, oppure far vedere vinili 33 e 45 giri che vagano nell'acqua, per dare corpo e luce quando per tutto il tempo non c'è il minimo approfondimento delle ragioni e delle scelte: nessun accenno di descrizione logico/filosofica dei brani e del loro carisma (5 minuti di School of Rock valgono molto di più in questo), vediamo solo gente che balla felice quando si trasmette ed infelice quando le onde sonore non si propagano dalla Bordello Boat (questo è, nient'altro); in contraltare, ambienti governativi austeri (lì il rock non c'è) che tramano blandamente. Sa troppo davvero troppo di presa in giro, per chi da questo film aveva aspettative ben diverse, e specifichiamo che era lecito e doveroso darle. Esiste anche il personaggio di una specie di guru della musica (che l'equipaggio non vede mai perché trasmette solo a tarda notte) infilato a forza nella trama (a furia di cercare di infilare dovunque, era ovvio che si arrivasse anche a questo), tanto quanto quello dell'idiota che si veste da coniglio pasquale a Natale, ed Emma Thompson che sembra più in una distratta crociera che in una scrittura di parte. Gran cast, poche idee, tanti ammiccamenti sessuali per una commedia dagli schemi poverissimi che non trasmette musica ma tanta ripetitiva noia: se si voleva fare una commedia leggera dagli schemi oliati con qualche bonazza potevano evitare di inserire l'importante base di trama, i generi e le storie si possono letamizzare in nome del divertimento goliardico a cervello zero; ma la musica no, per favore, quella lasciatela stare ché è sacra. Spegnete questa inutile e patetica Radio Rock, preparate a sintonizzarvi sperando in un futuro lavoro a tema con Jack «il potente» Black per riprendere il discorso interrotto. Nota: alla fine del film, dopo gli omaggi sui credits ai gruppi storici del rock/pop (il cattivo gusto della produzione abbina Amy Winehouse con i Beatles) esiste una scenetta nascosta, tanto inutile quanto breve. Non esitate ad uscire dalla sala: non vi perdete nulla. Giudizio: ![]() Recensione di RICCARDO RUDI Negli anni sessanta la Gran Bretagna stava trascorrendo il periodo di maggior cambiamento nel rock. La BBC trasmetteva solo 2 ore di musica pop al giorno, e un serrato controllo sui palinsesti non permetteva nessuna libertà di espressione musicale. Ma una radio pirata trasmetteva da una nave al largo del Mare del Nord 24 ore su 24 di solo rock. La storia inizia con l’arrivo di Carl (Tomo Surridge) sulla nave per entrare in contatto con il patrigno Quentin (Billy Nighy), capo di Radio Rock ed eccentrico personaggio. Ma l’eccentricità è una prerogativa di tutta la ciurmaglia di dj che popola la nave: il conte (Philip Seymour Hoffman), dj americano cultore della musica rock; Simon (Chris O’Dowd), dj sfortunato in amore; Dave (Nick Frost), grosso e bastard dj con un insolito carisma affascinante agli occhi delle donne; Mark, attorniato sempre dal gentil sesso; Bob, solitario dj notturno; Kevin il «ritardato». I 25 milioni di ascoltatori seguono le voci dei loro dj preferiti, ma il governo britannico inizia una seria battaglia per combattere la pirateria radiofonica. L’esponente della guerra contro Radio Rock è il ministro Dormandy (Kenneth Branagh), che cerca metterà in pericolo la libertà d’espressione musicale della radio.La trama segue le avventure/disavventure (particolarmente bizzarre) dei personaggi, e in appariscenti risoluzioni dei problemi che si creano. Ciò che si nota subito è lo spirito del film, euforico e allegro, che lascia sempre un sorriso per il modo in cui il film procede. D’altronde se da un lato il regista pretende di restituire attraverso la goliardia e ribellione dei dj di Radio Rock lo spirito di milioni di persone amanti della musica, di coloro che volevano evadere dalla quotidianità, e di una generazione pronta a combattere per i propri ideali, dall’altro Richard Curtis lo fa attraverso una narrazione semplice ed efficace poiché mai noiosa e mai scadente in ovvietà della commedia. In fin dei conti il film potrebbe essere definito una docu-commedia, anche perché informa (benché all’inizio e alla fine del film attraverso didascalie) sulla situazione musicale e radiofonica del periodo. Ma le vere pretese di I Love Radio Rock vertono sulla conoscenza approfondita della musica. Questo film è un vero inno al rock, alla cultura degli anni ‘60, e allo spirito di ribellione che aleggiava ritmicamente a suon di chitarra. Tutti i componenti di Radio Rock sono dei veri cultori della musica, e la loro personalità è intrisa di fascino e carisma. La loro voce si diffonde illegalmente attraverso la radio di chi vuole evadere o conoscere il mondo vasto e infinito della musica. Nel film sono inserite delle micro sequenze nelle quali gli ascoltatori di vengono totalmente coinvolti nelle note, e in questi casi la fotografia viene esplicitata in tutta la sua potenza in composizioni e immagini che quasi emulano una copertina di un album e di un vinile – questo è dovuto alla fotografia di Danny Cohen. La forza comunicativa emerge da queste sequenze in una sorta di musical, dove i brani più famosi e di successo di quel periodo sono la base di forsennati balli e esplosioni di emozioni. Naturalmente il vero potere di I Love Radio Rock sta nella colonna sonora. Sono infiniti i brani che si susseguono durante il film. La soundtrack fa invidia a qualsiasi colonna sonora: dagli Who ai Beatles, ma questi sono solo un piccolo frammento (inoltre abbastanza conosciuto) del rock poiché vengono citati innumerevoli gruppi e artisti. La maggior parte dei brani vengono troncati per ovvie ragioni logistiche di tempo, ma sentirli per intero forse sarebbe stata un’ulteriore carta vincente di questo film. Potrebbe sembrare una frase fatta, eppure la morale del film non è per niente scontata, e viene detta con tutta la sincerità del mondo: Il rock ‘n’ roll non muore mai. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
Commenti (0)
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti!
Powered by !JoomlaComment 4.0 beta2
|

















Titolo originale: The Boat That Rocked
Dopo la coralità (separata) natalizia di Love Actually, Richard Curtis scrive e dirige la rockalità (congiunta) di The Boat That Rocked. La nave in questione, come da titolo autentico, «spacca» sul mar nordico sorretta dalle vicende galleggianti di un folto gruppo di derelitti ai loro tempi oltremodo celebrati, a quanto pare, sulla terraferma. Devono esser stati dei begli anni: le groupies non mancavano e la radio rendeva per loro avvenente al primo colpo persino uno come Nick Frost, ossia l'amico grasso di Simon Pegg. Il sottofondo natalizio accompagna comunque anche le imprese di fine anno di Radio Rock, che al giro di boa del 1968 affonderà non solo figurativamente per volere del governo britannico e del suo Marine Offences Act.
Che occasione mancata in pieno dal regista Richard Curtis (Love Actually – L'amore davvero come regista e sceneggiatore dei Bridget Jones): con un plot decisamente interessante che raccontava della libertà di trasmissione musicale solo parzialmente libera nell'Inghilterra degli anni '60 (esattamente nel 1966), riesce a minimalizzare qualunque concetto (fascino, intensità e valore emotivo della musica) rendendo il tutto un derivato dall'etichetta molto patinata ma dall'animo minimale figlio di Porky's (incredibile ma vero).
Negli anni sessanta la Gran Bretagna stava trascorrendo il periodo di maggior cambiamento nel rock. La BBC trasmetteva solo 2 ore di musica pop al giorno, e un serrato controllo sui palinsesti non permetteva nessuna libertà di espressione musicale. Ma una radio pirata trasmetteva da una nave al largo del Mare del Nord 24 ore su 24 di solo rock. La storia inizia con l’arrivo di Carl (Tomo Surridge) sulla nave per entrare in contatto con il patrigno Quentin (Billy Nighy), capo di Radio Rock ed eccentrico personaggio. Ma l’eccentricità è una prerogativa di tutta la ciurmaglia di dj che popola la nave: il conte (Philip Seymour Hoffman), dj americano cultore della musica rock; Simon (Chris O’Dowd), dj sfortunato in amore; Dave (Nick Frost), grosso e bastard dj con un insolito carisma affascinante agli occhi delle donne; Mark, attorniato sempre dal gentil sesso; Bob, solitario dj notturno; Kevin il «ritardato». I 25 milioni di ascoltatori seguono le voci dei loro dj preferiti, ma il governo britannico inizia una seria battaglia per combattere la pirateria radiofonica. L’esponente della guerra contro Radio Rock è il ministro Dormandy (Kenneth Branagh), che cerca metterà in pericolo la libertà d’espressione musicale della radio.









The Twilight Saga: Eclipse
signori cari, voi state attaccando un grande cinefilo come pietro, che mastica
cinema (vero ...
The Twilight Saga: Eclipse
Gentile Sign. Signorelli, niente da dire nei confronti della sua replica nei
confronti delle...
The Twilight Saga: Eclipse
un arco di tempo tanto lungo, come appare poco credibile che abbia ignorato fino
all'arrivo ...
The Twilight Saga: Eclipse
dal sangue caldo e non certo freddo come il loro eroe. Pietro Signorelli
The Twilight Saga: Eclipse
buongiorno ragazze, grazie dei commenti, proprio per farvi vedere che non mi
ritengo sul tro...
The Twilight Saga: Eclipse
Dicevo........ma capisco che questo discorso è tutt'altro che semplice per lei e
da qui si i...
The Twilight Saga: Eclipse
Brutta cosa la vecchiaia dell'anima, ancor peggio di quella fisica. In questa
sua recensione...
The Twilight Saga: Eclipse
ALLORA, IN PRIMO LUOGO LA INVITO A LEGGERE DI 'PIU'...SE PROPRIO NON SOPPORTA I
LIBRI DELLA ...
The Twilight Saga: Eclipse
E lei si definirebbe un critico usando parole come "rompicoglioni"
"tritazebedei...
Alice in Wonderland
la seconda recensione disastrosa che leggo... sono un po' triste :(