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Sacro e profano Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Giovedì 18 Giugno 2009 01:00
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Sacro e profano / LocandinaTitolo originale:      Filth and Wisdom
Nazione:      Regno Unito
Anno:      2008
Genere:      Commedia, Drammatico, Musicale, Romantico
Durata:      81'
Regia:      Madonna
Sito ufficiale:       Madonna, Dan Cadan
Cast:      Eugene Hutz, Holly Weston, Vicky McClure, Richard E. Grant, Inder Manocha, Elliot Levey, Francesca Kingdon, Clare Wilkie, Olegar Fedoro, Ade, Elena Buda, Stephen Graham
Produzione:      Semtex Films
Distribuzione:      Sacher Distribuzione
Data di uscita:      12 Giugno 2009

Trama: L'ucraino A.K. è il leader di una band gitana in quel di Londra; ma soprattutto, per arrotondare, presta servizio nel suo appartamento quale maestro di cerimonie sadomaso per facoltosi clienti della medio-alta borghesia cittadina. Condivide il suo luogo d'abitazione/lavoro con Juliette, fuggita di casa e dalla scuola di medicina per lavorare in una farmacia indiana, e Holly, ballerina classica con bel corpo ma zero soldi, le quali coinvolge nelle sue attività «cerimoniali».

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Sacro e profano«Inferno e paradiso», così suona nei dialoghi (per la locandina hanno optato per un altro titolo similare, sempre tagliato su misura per facilitare il lavoro a quelli del Centro Cattolico Cinematografico) la traduzione italiana di «Oscenità e saggezza», sono due lati della stessa moneta. Non è una frase molto originale; anzi, è una frase che sorregge nello spirito molte operazioni indipendenti, o finto-tali, nelle quali ci vengono presentate varianti del classico viaggio verso l'auto-scoperta: da naughty, i personaggi diventano wise. Si scopre, guarda caso, che per quanto si possa essere controcorrente, alla fine bisogna mettersi a posto, per amor proprio. Un giorno realizzeranno una fiction su questo passaggio di status nella vita di Madonna, se non l'hanno già fatta, e l'intitoleranno «Substitute for Love».
Per il momento, è lei stessa ad appropriarsi del ritrovato di saggezza con quello che, occorre informarvi, è il suo debutto da regista. Dal maritino dei tempi che poco fa furono, Guy Ritchie, la Ciccone ha appreso che Londra è una bella città in cui vivere (almeno finché non ci si separa dal maritino inglese), poi che è una città multietnica e che la multietnicità, con tutti i suoi accenti e strambi figuri, fa ridere—più o meno. Dal suo amico «Music» Sacha Baron Cohen, la Ciccone ha appreso che il multietnico rende meglio se associato all'ex-URSS, e che quindi inserire fra gli strambi figuri un narratore kazako o ucraino apparentemente fra l'ingenuo, l'adorabile ed il detestabile è cosa ottima per mostrare le contraddizioni e ridicolaggini della suddetta civiltà multietnica.
Ma a Madonna della civiltà multietnica non interessa molto, e in fondo neanche a noi. (C'è e basta, anche se qualcuno ovviamente difende «pasta e pommarola», anzi la polenta, dicendo che è una fandonia.) Il film è un va' e vieni nelle aspirazioni di basso profilo con le quali i personaggi provano a cimentarsi, risolvendole in una sorta di Zen alla buona: c'è chi ha lanciato la spugna per concupirsi nella propria disperazione (l'ex-professore Christopher Flynn al piano di sotto, interpretato da un grigio Richard E. Grant, guest star dei lavori), chi sogna di aiutare i bambini d'Africa e di avere gratis medicinali su prescrizione (Vicky McLure), chi scopre che lo strip non è balletto classico (Holly Weston; curiosamente, nella sua tenuta rosa non è tenuta a ballare su «Hung Up»), il farmacista indiano con sei figli e moglie anche lei indiana ben difficili da sopportare (Inder Manocha), il giovane marito con moglie più vecchia e grassa al quale piace esser sculacciato nella riproduzione della classe di Pierino (Elliot Levey).
Ognuno attraversa il proprio bell'inferno (neanche molto caldo) per giungere allo stato di saggezza ultimale, che in realtà gli consentirà al massimo di reggersi sui propri piedi per qualche settimana prima di tornare nel mondo reale. Ho omesso di prendere in esame il narratore (Eugene Hutz), Andrei autoelettosi prima nella versione anglicizzata A.K. e poi «Wunderlust King», del quale basterà dire che è a tutti gli effetti e come preannunciato un emulo di Borat (l'accento è il medesimo, anche se lui fa meglio il verso ai generali statunitensi quando tratta i clienti nel suo completo sadomaso; ha una band anziché una trasmissione; i baffi restano); con saggezza gitana e modelli culturali occidentali acquisiti, è l'organizzatore del processo maieutico descrittoci dalla cara Madonna.
La signora del pop non è una stupida, sebbene sia indubbiamente una smorfiosa: si riesce a capire tranquillamente perché molti fatichino anche solo a prendere in considerazione l'idea di chiamarla «regista», e facciano dunque discendere automaticamente giudizi di sdegnato rigetto da superiori critici d'arte popolare. Il film è un po' sfilacciato nel crearsi situazioni, si dirà, ma è chiaramente di natura episodica e per tale converrà prenderselo; anche perché quando la filosofia rilevante viene offerta da un ucraino coi baffi e col sigaro che legge in una vasca da bagno, se tanto mi dà tanto, son solo bollicine.

Giudizio: 2
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