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| Il mondo di Horten |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Venerdì 26 Giugno 2009 00:00 | |||
Titolo originale: O' HortenNazione: Norvegia, Germania, Francia Anno: 2007 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 90' Regia: Bent Hamer Sceneggiatura: Bent Hamer Cast: Bård Owe, Espen Skjønberg, Ghita Nørby, Henny Moan, Bjørn Floberg, Kai Remlov, Per Jansen, Bjarte Hjelmeland Produzione: Bulbul Films Distribuzione: Archibald Enterprise Film Data di uscita: 19 Giugno 2009 Trama: All'età di 67 anni, Odd Horten è costretto ad andare in pensione dal suo lavoro di macchinista delle ferrovie norvegesi. Avendo vissuto gli ultimi quarant'anni della sua esistenza con la certezza metodica del suo lavoro, gli è molto difficile abituarsi alla sua nuova vita. Recensione di ALBERTO DI FELICE Molto nordicamente, il cinema di Bent Hamer è quello di perdenti tristi e soli. Si è paragonato in particolare questo suo O' Horten al cinema di Aki Kaurismäki, un complimento non da poco: con questi condivide l'anima misto-Tati/Fassbinder, con però un elemento scandinavo più pronunciato rispetto al finlandese, che in quanto finlandese è fuori dallo stesso continuum dialettal-culturale. Il suo protagonista, che di nome fa Odd (cioè, come saprete da soli, «strano» in inglese—lo interpreta Bård Owe), ha un fisico ed abbigliamento non troppo vagamente hulottiano, pressoché inseparabile dalla sua pipa e dai suoi giubbotto e berretto da macchinista delle ferrovie norvegesi. Di Hulot non ha però la sagacia bellamente ignorante e amara.Hamer, che predilige un rapporto poco morbido coi suoi personaggi, stavolta frena il distacco ed è prossimo a fare del signor Holten una fonte di piccolo incanto, con dei limiti, confermato da un tenero finale. Molto è dovuto alla caratterizzazione stessa del personaggio, che come detto ricorda anche solo per il dato fisico (e l'H iniziale) tratti di Hulot; la sceneggiatura lo segue senza pensare a linee narrative vere e proprie, né a sketch propriamente comici, ma prende dalle une e dagli altri nel raccontare lo smarrimento di un uomo che non ha mai fatto altro né avuto altra passione (intesa nel senso meno impegnativo di attività per passare il tempo con una qualche minima realizzazione personale) se non quella di condurre il treno sulla linea Oslo–Bergen. Si ha appena il tempo di comprendere cosa piacesse a Odd del suo lavoro. I titoli di testa, ad esempio, seguono il suo viaggio di andata al mattino, appuntando ogni passaggio di galleria fra le montagne e le nevi nordiche; poi la camera indietreggia dal posto di guida al fronte del treno facendocelo vedere ben soddisfatto di essere alla guida, e poi di aver parcheggiato il suo treno con fin troppo calma delicatezza, come sa fare lui. A Bergen lo aspetta la padrona dell'albergo nel quale da anni alloggia quando è in servizio, Svea (Henny Moan), la quale ha particolare attenzione per lui e si chiede cosa farà ora che non sarà più in servizio, e se vorrà andare ancora a trovarla. Il treno di Odd non è si è mai ancorato a dovere in quel di Bergen, da Svea. Fuori dal treno, Odd non ha bussola, tanto che riesce ad infilarsi per sbaglio in un ritratto di famigliola che non è chiaramente il suo, la sera precedente il suo ultimo viaggio lavorativo. Lo si segue dunque mentre cerca di orientarsi—in sauna, dal tabaccaio, al bar a farsi una birra solitaria seduto di fianco alla porta d'ingresso. Con i più, quando è necessario parlare, preferisce far credere che sia ancora a capo del suo treno. Non lo aiuta di certo il fatto di vivere a pochi metri dalla ferrovia. Che stia impazzendo, senza nulla da fare e nessuno da seguire (la vecchia mamma ultranovantenne, cui porta i fiori da bravo figliolo, è l'unica che gli rimane—e capirete che non è molto d'aiuto), o lentamente morendo? Non la prima opzione, non così gravemente; qualche pensiero di morte però è quasi costretto ad averlo. Intorno, sembra pian piano che muoiano tutti. Cerca un vecchio amico col quale andava in piscina, che scopre morto una settimana prima; fa conoscenza con un vecchietto ubriaco trovato a notte fonda a due dita dalle rotaie della metro, Trygve (Espen Skjønberg), che lo porta a casa sua e gli racconta strane storie sul fratello inventore e sulla sua «capacità» di vedere e guidare ad occhi chiusi—il che, anche se non direttamente, gli sarà fatale. Quando gli si annunciano queste morti, Horten non prova mai a dire «Mi dispiace»: che nessuno si aspetti una qualche forma di condoglianze in Norvegia sarà magari un fatto culturale, ma si può forse farne un torto, quando a 67 anni ogni morte ti fa preoccupare soprattutto di come sarai messo tu fra poco? È probabilmente l'incontro con Trygve—e quello che saprà di lui una volta morto—a fargli realizzare che, se ha perso la bussola, lui almeno non ha bisogno di continuare incessantemente a guidare nel buio per sapere chi è; giunge così quel finale tenero di cui ho detto, nel quale da passeggero Odd torna a Bergen con un treno che finalmente con più decisione attracca in banchina. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Il colmo dell’ironia per il macchinista Horten, arrivato alla pensione dopo 40 anni di irreprensibile lavoro, è l’aver percorso chilometri e chilometri in treno, senza essersi mai mosso: sono stati gli altri a partire, a viaggiare, a fermarsi in un luogo, non lui, prigioniero del muoversi finto di una locomotiva. Ma cosa hanno visto gli occhi di un uomo costretto per anni a immergere lo sguardo nell’oscurità delle gallerie o nel bianco abbagliante della neve sulle pianure di Norvegia? Egli ha avuto tutto il tempo di fantasticare sull’esistenza nelle vie della città e su come avrebbe potuto essere la sua, se avesse avuto il coraggio di spiccare il salto nel vuoto mai compiuto, e su come potrebbe essere, se riuscisse a dare un senso alle cose in sospeso lasciate alla partenza – una madre malata in un ospizio e una donna in attesa.Se il caso determina spesso scelte sbagliate, è sempre il caso a premurarsi di apportarvi le giuste correzioni, anche se tardi, anche quando non c’è più tempo. Così il salto che finalmente il pensionato Horten spicca la notte prima di dover abbandonare il lavoro non è frutto della volontà ma di un banalissimo imprevisto: egli non ha più l’appiglio dell’orario e del percorso prestabilito, ma la libertà assoluta di un viaggio senza meta nel quale fra realtà e sogno i confini non sono così facilmente definibili. La senilità è in effetti l’età in cui in genere non si hanno obblighi e doveri ed inevitabilmente la prospettiva di giudizio si fa più attenta alla sfumature e meno a una sostanza magari fuorviante: il lungometraggio di Hamer pertanto si nutre di una galleria di personaggi eccentrici e di situazioni surreali, il cui grado di veridicità ideale è più o meno analogo a quello dell’umanità stralunata ed emarginata evocata, con maggior spessore, nei film di Kaurismaki. È l’affinità sentimentale dell’escluso infatti che porta Horten a riconoscere il proprio mondo nel bambino che non vuole dormire solo, nello strambo inventore che guida bendato o in un uomo che perde sistematicamente le scatole di fiammiferi ricevute in regalo: i vagabondaggi dell’ex-macchinista seguono i binari tracciati dalla sua stessa coscienza e il porto a cui approda è l’ottimistica ricomposizione delle sue frustrazioni latenti. Dopo tutto il segreto di ogni saggia vecchia è fermarsi sul ciglio un momento e poi fare il salto. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: O' Horten
Molto nordicamente, il cinema di Bent Hamer è quello di perdenti tristi e soli. Si è paragonato in particolare questo suo O' Horten al cinema di Aki Kaurismäki, un complimento non da poco: con questi condivide l'anima misto-Tati/Fassbinder, con però un elemento scandinavo più pronunciato rispetto al finlandese, che in quanto finlandese è fuori dallo stesso continuum dialettal-culturale. Il suo protagonista, che di nome fa Odd (cioè, come saprete da soli, «strano» in inglese—lo interpreta Bård Owe), ha un fisico ed abbigliamento non troppo vagamente hulottiano, pressoché inseparabile dalla sua pipa e dai suoi giubbotto e berretto da macchinista delle ferrovie norvegesi. Di Hulot non ha però la sagacia bellamente ignorante e amara.
Il colmo dell’ironia per il macchinista Horten, arrivato alla pensione dopo 40 anni di irreprensibile lavoro, è l’aver percorso chilometri e chilometri in treno, senza essersi mai mosso: sono stati gli altri a partire, a viaggiare, a fermarsi in un luogo, non lui, prigioniero del muoversi finto di una locomotiva. Ma cosa hanno visto gli occhi di un uomo costretto per anni a immergere lo sguardo nell’oscurità delle gallerie o nel bianco abbagliante della neve sulle pianure di Norvegia? Egli ha avuto tutto il tempo di fantasticare sull’esistenza nelle vie della città e su come avrebbe potuto essere la sua, se avesse avuto il coraggio di spiccare il salto nel vuoto mai compiuto, e su come potrebbe essere, se riuscisse a dare un senso alle cose in sospeso lasciate alla partenza – una madre malata in un ospizio e una donna in attesa.









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