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| Scritto da Cine Zone | |||
| Lunedì 29 Giugno 2009 00:00 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 113' Regia: Wayne Kramer Sceneggiatura: Wayne Kramer Cast: Harrison Ford, Ray Liotta, Ashley Judd, Jim Sturgess, Cliff Curtis, Summer Bishil, Alice Braga, Alice Eve, Jacqueline Obradors, Justin Chon, Melody Khazae, Merik Tadros, Marshall Manesh, Nina Nayebi, Naila Azad Produzione: C.O. Films Distribuzione: 01 Distribution Data di uscita: 26 Giugno 2009 Trama: Gli immigrati illegali a Los Angeles e gli ufficiali dell'immigrazione il cui lavoro è assicurarsi che vengano presi e rispediti a casa. Una 15enne musulmana scrive un tema provocatorio in cui cerca di capire le ragioni dei terroristi dell'11 settembre, suscitando l'interesse dell'Homeland Security; una mamma messicana viene arrestata dopo una retata in una fabbrica illegale ed è separata dal figlio; un ragazzo coreano è tentato dal crimine; una ragazza iraniana ha una relazione non voluta dalla sua famiglia con un uomo sposato; un'attrice australiana ed un cantante inglese vogliono in fretta una Green Card. Le loro storie si intersecheranno con quelle dell'agente Max Brogan e dei coniugi in crisi Cole e Denise Frankel. Recensione di ALBERTO DI FELICE Già nel suo precedente Running, Wayne Kramer manifestava un interesse per la portata onorifico-spettrale della cittadinanza americana. Al piccolo Oleg, incerto sul suo riconoscimento culturale (cioè riferimenti popolari quali la musica) date le discendenze russe, il protagonista Joey ripeteva come un mantra: «Sei nato negli Stati Uniti d'America e questo ti rende americano». Come a dire: ti deve piacere il rock, o l'hip-hop, e non la robaccia tradizionale che ti fa ascoltare la mamma. Nel suo nuovo sforzo, il concetto viene ampliato attraverso la ricerca di una cittadinanza o di un permesso da residente dell'ormai unto e bisunto composto di individui le cui storie per vari versi paiono confluire. La città nella quale tutto avviene, manco a dirlo, è Los Angeles. Stavolta è all'attempato Harrison Ford che tocca fare gli onori della casa America, spiegando che «in questo paese» non si ammazza la gente perché non ci piace come si comporta. Eppure, facendo il poliziotto, dovrebbe sapere che non è esattamente così.Ciò che del precedente film convinceva—o, a seconda dei gusti, disgustava—era il procedere di Kramer sulla scia di una sorta di fumetto urbano chiuso sulla propria corsa, che aveva luogo esattamente dall'altra parte degli USA, fra New York ed il vicino New Jersey, nell'unità minacciosa di una notte di totale follia. Qui, viceversa, Kramer fa più di un passo indietro assestandosi sulle dinamiche molto più blande del racconto ad incastro di destini che si scontrano: il cosiddetto cinema indipendente americano, c'è da temere, continuerà a battere questa strada con laconica nullità fino a quando non spunterà fuori un secondo caso Crash agli Oscar—o fino a quando non si stuferà esso stesso. Da parte di Kramer, occupato anche stavolta nella scrittura oltre che dietro la camera, permane un interesse verso il sudiciume familiare, che in questo film accompagna in diverso modo tutte le storie coinvolte: c'è la famiglia di espatriati iraniani che non sopporta il comportamento ribelle della figlia più giovane (Melody Khazae); la famiglia coreana nella quale uno dei figli si fa tentare dalle avventure criminali dei connazionali gangpeh; la famiglia musulmana del Bangladesh che rischia di venire divisa perché due dei tre figli sono nati su suolo statunitense e potrebbero dunque rimanerci anche se gli altri vengono espulsi; una madre messicana (Alice Braga) che deve lasciare il figlio quando l'immigrazione la trova; due coniugi americani (Ray Liotta ed Ashley Judd), uno ufficiale dell'immigrazione e l'altra avvocatessa di immigrati, che litigano con la vita matrimoniale e devono decidere se adottare una bambina nigeriana. Ci sono poi le due vicende «solitarie» di una procace attricetta australiana (Alice Eve), imbeccata dal personaggio di Liotta che le promette Green Card facile in cambio di ovvie prestazioni, e di un cantante inglese ebreo ateo (Jim Sturgess), della procace attricetta australiana inizialmente cotto, che si adopera per il suo permesso fingendosi maestro nella preghiera Kaddish. L'agente Max Brogan di Ford ha il compito di fare l'americano buono (prende a cuore il bambino della messicana che lui stesso scopre in uno dei suoi soliti raid in fabbriche illegali, nonché il caso della ragazza iraniana, sorella di un suo collega interpretato da Cliff Curtis; tutto ciò è necessario complemento alla figlia ventisettenne, scomparsa di contro dalla sua vita) che direttamente o attraverso le sue conoscenze collega i destini di tutti: fra questi alla fine c'è ovviamente chi resta e chi rimane, chi vive e chi muore. Il dramma si avvicenda un po' piattamente con alcune punte di enfasi, cercando di trovare pathos e profondità, sebbene non si finga più complicato di quel che è. Nell'enfasi Kramer sprofondava abbondantemente in Running, mescolando un intreccio spesso sfrontato con elaborazioni visive anch'esse volentieri sul filo di ampio diametro del ridicolo; non prova a fare lo stesso qui, andando invece su un diverso tipo di leziosità, più didattica, che in questo genere di film è solitamente perfettamente riflesso dalla colonna sonora, di pressante e voluttuoso sottofondo, che in questo caso è quella del Mark Isham che guarda caso nel filone corale recente ha provveduto a menestrellare anche il Bobby di Emilio Estevez oltre alla più nota pellicola di Haggis. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: id.
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