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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 01 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di AUGUSTO LEONE In Piccoli affari sporchi del 2002 Frears esplorava con ironico disincanto le suburre metropolitane: un turpe mercato di corpi dove all'intelligenza e all'umanità individuale è comunque consentito salvarsi dall'inferno urbano e addirittura beffarlo. In Chéri, tratto da un romanzo di Colette, il regista, introiettato il fango delle periferie, non crede alla favola della Belle Époque e mette in scena, senza compiacimenti morbosi, anzi scherzandoci quasi sopra, le sordidezza segrete dietro la sontuosità degli abiti e degli arredi: incantevoli giardini accolgono patetiche ex-celebrate cortigiane obese e ridicolmente abbigliate, mentre una di loro amoreggia grottescamente con un granduca minorenne; talami confortevoli ammaliano in orge estenuanti giovani storditi dalla cocaina; i figli sono abbandonati a se stessi e appena cresciuti, prima del matrimonio, affidati dalla madri alla scuola di cocottes esperte. Ciò che più spesso lo spettatore vede della Ville Lumiére sono ambienti privi di luce e stanze da letto in penombra: il buio o spessi tendaggi costituiscono il momentaneo riposo da un ghetto dorato dove non esiste innocenza e dove si può essere solamente compratori o venditori.A opporsi alle istanze del cuore in Chèri tuttavia non sono le leggi inique degli uomini, bensì quelle ben più crudeli e invincibili della natura e del tempo: giovinezza e bellezza sono un miraggio effimero ed illusorio, eppure non esiste un altrove a cui possano indirizzarsi le aspirazione umane più pure. La storia dell'amore impossibile fra il diciannovenne Chéri (Ruper Friend) e la non più giovane Léa (Michelle Pfeiffer) è in entrambi il disperato tentativo di fermare l'inafferrabile nell'ultimo istante prima della fuga: i segni ancora vivi di una beltà quasi sfiorita stanno al centro del quadro e pensieri e visioni ossessive dei due amanti cristalizzano l'anelito all'autodistruzione di un'epoca intera in procinto di essere spazzata via dalla Grande Guerra. Si impugnano le armi, per non guardarci allo specchio o per non chiedersi cosa abbiamo amato, quando abbiamo amato qualcuno. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Che donna, Michelle Pfeiffer: a 51 anni suonati riesce a conturbare come poche in questo ritratto di una ex-cortigiana in pensione dorata, donna che non si rassegna allo sfiorire della sua bellezza e che comunque con il suo carisma sovviene all'impietoso incedere dell'età e del suo avvizzimento. È sicuramente un film che lei ha voluto e cercato, questo diretto da Stephen Frears (regista quanto mai ideale vista la sua raffinatezza, diresse Piccoli affari sporchi e The Queen), troppo un fatto e un moto di orgoglio che parla di lei, dimostrazione di resistenza fisica al tempo senza mostrare un gluteo o un seno (molti diranno «Peccato!»). Non solo bella, l'ex-Elvira di Scarface lanciata da De Palma nell'olimpo delle stelle di Hollywood, regala scene di un sensuale affascinante, sguardi ammalianti e superbi, guarda con fare di superiorità tutte le altre donne che di lei hanno soggezione, compresa una irrequieta e scalpitante Kathy Bates, immortale folle di Misery non deve morire, anche lei ex-cortigiana con un giovane rampollo da sistemare.Siamo a Parigi nei primi anni del novecento, il giovane rampollo è Chéri, il soprannome dato al personaggio interpretato da Rupert Friend (anche lui adatto per queste parti retró) che sin da piccolo ha frequentato l'ambiente delle prostitute d'alto bordo, con incontri di letto talmente frequenti da essere stanco ed esausto dell'ambiente. Quando la mamma decide di lasciarlo alla ricca amica ormai ritirata a dolce e lussuosa vita privata Léa de Lonval (Pfeiffer), Chéri capisce di essere perdutamente innamorato, nonostante le differenze di età, di questa affacinante donna di mezza età. Léa nei sei anni che vivono assieme ricambia non solo il letto ma anche il cuore, rapporto nascosto a tutti soprattutto alla madre di lui, e quando succede un avvenimento imprevisto che li separa i due vanno in crisi, nonostante Léa cerchi di sembrare superiore a tutto. Con un'interprete tale ogni difetto del film sembra offuscarsi: colei che domina lo schermo e che ci fa provare una terribile invidia per il bel Rupert Friend che ha il privilegio di poterla abbracciare e toccare, nasconde l'evidente povertà della trama, basata sull'unione nascosta che si spezza di un amore impossibile per essere duraturo nel tempo. Purtroppo tutto è molto concentrato sull'estetico e ben poco sull'evoluzione della trama, contrariamente ai tratti delle protagoniste rarefatta in poche linee: i costumi dell'epoca, i giardini e i grandi palazzi sono cose superbe, Frears si vede che adora filmare certe cose, uomo nato e vissuto in un tempo diverso da quello che avrebbe desiderato, ma per completare il ritratto in maniera adatta bisogna che il grande personaggio viva anche una grande vicenda. Probabilmente non era neppure quello che si cercava: si è preferito il romanzo rosa d'epoca (nessun accenno alla povertà o ai problemi del tempo, o ai moti d'evoluzione politici) a qualunque tipo di altra cosa; d'altronde il libro da cui è tratto (scritto da Colette) incentrava tutto sul decadimento delle altre donne (viste come avvizzite e senescenti caricature di se stesse, che non si rassegnano a lasciare un ambiente che praticamente le tratta come relitti) rispetto a quello di Léa, e non si poteva o voleva allontanarsi. Léa vede il giovane dal vezzoso soprannome come l'ancora che le trattiene lo splendore; quando lui non la vedrà più come un amante ma solo come una sorta di nuova madre/insegnante di modi e stili («Sei bello perché hai gli occhi a sogliola») sarà finita, potrà placidamente segregarsi nel passato senza avere altre aspettative, come il discorso finale espletato nel pensiero dimostra. Bellissimo l'inizio con la voce narrante fuori campo (che ogni tanto sentiamo anche durante il film), che ci mostra l'importanza delle cortigiane anche al di fuori del letto (e con una costruzione architettonica eseguita sul modello delle coppe dei seni di una di esse), corpi sensuali che si indirizzavano anche a regnanti e sovrani d'Europa. Se volete godere di un pasto visivo retró prelibato, non perdete questo film: è praticamente tutto perfetto da questo lato, ma sappiate che l'accadimento è molto circoscritto nel suo evolversi, e se non ci fosse una protagonista di tale portata, che sente e regge il film, si sarebbe rischiata la noia in molti punti. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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In Piccoli affari sporchi del 2002 Frears esplorava con ironico disincanto le suburre metropolitane: un turpe mercato di corpi dove all'intelligenza e all'umanità individuale è comunque consentito salvarsi dall'inferno urbano e addirittura beffarlo. In Chéri, tratto da un romanzo di Colette, il regista, introiettato il fango delle periferie, non crede alla favola della Belle Époque e mette in scena, senza compiacimenti morbosi, anzi scherzandoci quasi sopra, le sordidezza segrete dietro la sontuosità degli abiti e degli arredi: incantevoli giardini accolgono patetiche ex-celebrate cortigiane obese e ridicolmente abbigliate, mentre una di loro amoreggia grottescamente con un granduca minorenne; talami confortevoli ammaliano in orge estenuanti giovani storditi dalla cocaina; i figli sono abbandonati a se stessi e appena cresciuti, prima del matrimonio, affidati dalla madri alla scuola di cocottes esperte. Ciò che più spesso lo spettatore vede della Ville Lumiére sono ambienti privi di luce e stanze da letto in penombra: il buio o spessi tendaggi costituiscono il momentaneo riposo da un ghetto dorato dove non esiste innocenza e dove si può essere solamente compratori o venditori.
Che donna, Michelle Pfeiffer: a 51 anni suonati riesce a conturbare come poche in questo ritratto di una ex-cortigiana in pensione dorata, donna che non si rassegna allo sfiorire della sua bellezza e che comunque con il suo carisma sovviene all'impietoso incedere dell'età e del suo avvizzimento. È sicuramente un film che lei ha voluto e cercato, questo diretto da Stephen Frears (regista quanto mai ideale vista la sua raffinatezza, diresse Piccoli affari sporchi e 








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