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| Venerdì 04 Settembre 2009 09:32 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Poco importa, chiarisco sempre parafrasando Rivette, che le tredici martiri lo siano in effetti state. Il fatto è che un film del genere, una co-produzione ispano-italica con tutti i tratti dello sceneggiatone televisivo (ovviamente la TVE è fra i partner), come molti altri della sua specie, non ha altro da esibire se non la riedizione drammatizzata e politicamente corretta—stando, ovviamente, a quanto è consentito dire e fare in un dato luogo e posto, la Spagna zapateriana in questo caso—di vecchi orpelli storici: la scrittura delle sciagure personali spremute ben bene fa da luce guida chiamando a raccolta un pubblico che deve ricordare, più che riflettere sul perché sia necessario ricordare. È curioso che tale metodo si espleti in un film che vorrebbe rigorosamente riproporre i noti legami fra regime e clero («Trono, Spada e Altare» contro l'abietto ateismo comunista, praticato dal più delle giovani coinvolte) e poi conclude con le parole assai toccanti (e vere: la didascalia finale tiene a precisarlo, in caso avessimo dell'indecisione sull'essere toccati o meno) di quella che fra le tredici è la devota mamma di famiglia cattolica (Pilar López de Ayala) al figlio, cui con pietà cristiana chiede di perdonare i suoi carnefici ma soprattutto—appunto—di ricordare. Catturate prestissimo, per più di un'ora su un totale di due non c'è altro da fare che mostrarcele tutte più o meno ben conservate mentre attendono fra abusi più o meno marcati di essere spedite alla fucilazione. Rivette suggeriva che questi esercizi retorici, nei quali il risultato arriva senza l'urgenza suggerita dalle intenzioni, fossero opera di intransigente pedagogismo: si riesce senza far fatica a immaginare qualche insegnante spagnolo che inserisce il dvd nel lettore per far vedere il film in classe in occasione di qualche ricorrenza nazionale. Ce ne sono a volontà, e che ci siano carrelli a stringere su corpi morti o meno (qui abbiamo sangue di sgozzati ripresi frontalmente, pallottole dritte in cranio con relativi schizzi) non è davvero il problema: la modesta volgarità di questi piccoli dettagli è già accertata in anticipo, e non è nei dettagli quanto nei moventi, quando non ci si è preventivamente posti il problema di stabilire cosa e come. Giudizio: ![]()
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Come richiedeva Jacques Rivette in uno dei pezzi di scrittura critica più famosi mai prodotti—il suo sdegno del 1961 verso il Kapò di Pontecorvo—quando si affrontano certe materie è difficile non porsi alcune domande preliminari: ad esempio e necessariamente, io Emilio Martínez Lázaro come voglio rappresentare la terribile dittatura franchista, dovendo (?) dirigere un film dedicato al sacrificio di un celebrato gruppo di compagne partigiane morte scelleratamente per sua mano? La risposta più invalsa sarebbe quella di spingere sul pedale dell'accoramento martirizzante, facendo delle eponime tredici le vergini sacrificali di turno—e questo è ahi me il risultato, assai modesto quanto a forza d'analisi, che lo spagnolo raggiunge.









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