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| Segnali dal futuro |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 05 Settembre 2009 07:47 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Il film riesce a coinvolgere e ad attirare l’attenzione con una trama ben orchestrata. La storia ruota intorno al solito personaggio con il complesso dell’eroe, sempre tormentato da qualche evento traumatico del passato che lo porta inesorabilmente ad agire in maniera piuttosto sconclusionata e al limite del pericolo. Fortunatamente è uno dei pochissimi elementi negativi che caratterizzano la pellicola.Le tematiche sfiorate dal film sono avvincenti. La riflessione parte spontanea poiché tutto ciò che accade non è trattato in maniera altamente visionaria e interpretabile. La fantascienza si mischia intelligentemente alla religione cristiana, e i riferimenti al misticismo sono molteplici, a partire dalla suddetta profezia di numeri che è il perno centrale della narrazione, così come la figura del bambino come portatore di un messaggio di morte e il succedersi di tutti gli avvenimenti legati in qualche modo da una forza «superiore». Come ogni film del filone catastrofico, Segnali dal futuro mette in scena alcune delle paure più grandi dell’uomo occidentale, dando naturalmente una forma cinematografica dei vari avvenimenti. È interessante vedere come l’uomo del nuovo millennio debba sopportare un costante bombardamento mediatico riguardo le varie catastrofi (naturali e non) ed è anche per questo che nell’economia del film i notiziari sono l’unica fonte di informazioni e allo stesso tempo di terribili rivelazioni e pesi da sopportare; inoltre non si può non ricordare che l’avvenimento che ha aperto il nuovo millennio è quello che più di tutti ha scosso il mondo occidentale, ossia l’11 settembre (e non è un caso che nel film il protagonista intuisce prima di tutti questa data nella sequenza di numeri), data simbolo che dimostra come le colonne del padrone dell’occidente, gli USA, siano instabili e facili da attaccare. Le certezze sono le prime a cadere, a quanto pare. L’uomo si interroga sin da sempre sul perché della propria esistenza, e le due teorie scientifiche che si affiancano sono quella deterministica e della casualità. Il film porta esemplarmente la riflessione dell’uomo contemporaneo, le domande ma naturalmente non le risposte, sebbene ci sia una interessante e sconvolgente interpretazione riguardo la stessa esistenza dell’uomo e del suo destino. Il finale porta con sé delle conclusioni, come ho detto, non chiare ma interpretabili in qualsiasi modo, quindi lascia spazio al pensiero libero dello spettatore che può gestire le immagini finali come meglio crede, sempre tenendo conto dei vari indizi (a mio avviso soprattutto iconografici) sparsi intelligentemente per tutta la narrazione. Ecco, l’immagine riesce a dire molto in questo film. Ci sono parecchie sequenze che tengono il fiato sospeso sia per la potenza visiva sia per il montaggio (ad esempio la scena dell’aereo precipitato, comparso in tutti i trailer, viene girata totalmente in piano sequenza, ossia senza stacchi di montaggio, e con una macchina da presa a spalla che riesce in pieno a dare quel senso di smarrimento e orrore che si prova di fronte a un disastro del genere) e la catastrofi sono girate in maniera eccezionale e particolarmente realistica, lasciando finalmente da parte un accompagnamento sonoro fuori luogo. L’andamento della storia assume una piega decisamente interessante e le tematiche fantascientifiche prendono infine il sopravvento; può piacere come può annoiare, dipende naturalmente dai gusti. Era invece prevedibile la costruzione di alcuni personaggi, che alle volte agiscono senza un motivo apparentemente valido o umanamente razionale, e i dialoghi sono un’altra firma del sistema cinematografico americano, come al solito pieni di frasi fatte e scontate, di buonismi e stucchevoli momenti di affetto. Lodevole è l’impegno fotografico, e alcune composizioni plastiche riescono in pieno a inquietare e a suscitare uno sgomento che da tempo (forse) non si provava nel genere fantascientifico. Inoltre anche la colonna sonora è meritevole di essere citata: della musica classica accompagna alcune scene (in particolare quella finale), e si tratta della Settima Sinfonia di Beethoven, che riesce a dare un vero tocco di classe ad alcune immagini spiazzanti e terribilmente affascinanti. Alex Proyas riesce a dirigere un film spettacolare e in un certo senso una boccata d’aria fresca. Finalmente la fantascienza pura e cruda si insinua nelle sale cinematografiche, in cui la spettacolarità non è solo data dagli efficaci effetti digitali ma da una storia che non tradisce e non cade nel solito trip paranormale, o ancora peggio nella solita favola eco-ambientalista, e il finale è sorprendentemente fuori dal comune, da lasciare a bocca aperta per la sua non convenzionalità. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Alex Proyas è il classico cineasta delle incompiute. I suoi lavori (lavori di nicchia come Il corvo, Dark City e quello con ben altro budget intitolato Io, Robot) non hanno mai convinto del tutto pubblico e critica: se da un lato è impossibile non vedere che i numeri ci sono, dall'altro si denota come volendo strafare nei finali, esasperando le possibilità di obiettivo dei film, si rovini tutto il buon lavoro di composizione eseguito nella parte iniziale. Il suo film odierno denominato Segnali dal futuro (originale Knowing, cioè «sapere» o «conoscere») non sfugge alla regola: dopo un primo tempo interessante e al fulmicotone, con buoni picchi di tensione, usando anche un prologo nel passato americano alla fine degli anni '50, due grandiose scene catastrofiche da far invidia ai migliori disaster movie, il film prende una direzione sbilenca, si mette carne al fuoco disomogenea e si fallisce il completamento.Il protagonista è Nick «faccia di legno» Cage, decisamente un attore troppo poco dotato per reggere certe cose intimiste e fantascentifiche presenti nel finale; Proyas doveva saperlo ed evitare di affidare certe speranze di riuscita al nipote di Coppola, amante di Superman al punto di chiamare il figlio Kal-El. Il film è davvero interessante come progetto perché comprende vari piani artistici e si dipana su diversi filoni di generi, con la fantascienza delle catastrofi alla Deep Impact e Armageddon che incontra l'horror americano e giapponese, passando per citazioni di Bambi (il cervo nel bosco infuocato) e una forte influenza nel soggetto di base con Frequency. Il protagonista assoluto è Ted Miles (Cage), un professore di astrofica convinto che il caso regna e il destino è una bufala. Guarda caso i fatti gli danno una sonora smentita: nel 1959 dei disegni di bimbi delle elementari sono stati conservati in una apposita capsula del tempo, da aprirsi dopo 50 anni. Tra questi disegni c'è quello di Lucinda, una bimba schiva e solitaria ossessionata da dei bisbiglii nella testa, che invece di illustrare navette o robot ai posteri disegna una serie infinita di numeri apparentemente senza senso. Quando la capsula viene aperta nel 2009, al figlio di Ted, Caleb (sordo e che usa un apparecchio per sentire), viene dato il foglio con i numeri, che diventa subito un'ossessione per il professore, convinto che essi celino un mistero. I numeri sono la chiave di catastrofi passate, ma anche di quelle future oltretutto a breve tempo. Sicuramente valido dal punto di visto tecnico per tutta la sua durata, possiamo tranquillamente affermare che il produttore e regista Proyas ha decisamente voluto esagerare e chiudere alla grande il film con scene di portata ben oltre il possibile visto prima, con cose difficili da raccordare con le atmosfere della prima ora (il film ne dura due) e con virate troppo brusche. Le due scene di disastro aereo e tramviario sono da manuale, mozzafiato, ma purtroppo le scene finali per quanto espanse non hanno certo lo stesso impatto emotivo; si è sì cambiato genere ma anche registro, troppe accelerazioni e brusche frenate da far subire allo spettatore, cose che hanno determinato un percorso accidentato, pure noioso nel corso della seconda metà. I conigli, i bambini, l'albero ma anche le varie citazioni bibliche a manetta sono riempitivi platonici rispetto al senso di disagio, all'inquietitudine che i silenziosi osservatori dall'aspetto inquietante trasmettevano, oltre che all'ansia per il mistero da capire; non si sa perché ci si sia affidati a un buonismo estremo, al ritorno in seno della famiglia e a qualche sentimentalismo di troppo (i gesti d'unione tra padre e figlio e i filmati con la mamma morta). Proyas è un regista d'atmosfere più che di messaggi: qui ha provato a colmare la lacuna cercando la lacrimuccia, toppando però in pieno. Alcune curiosità riguardano l'architettonica che potrete trovare in questo film in analogia con i suoi film passati: possiamo parlarvi dell'oblò che dà sulla foresta che è identico a quello da dove, dentro il suo appartamento, il povero Brandon Lee/Crow osservava la città, ma non dell'altra perché sveleremo davvero troppo (che ricorda i palazzi di Dark City). Privo di altri attori conosciuti alla grande massa, il film si deve reggere sulle spalle imbarazzanti del legnoso Cage, e il problema lo si vede tutto quando deve fare qualche smorfia di dolore, non tanto fisico quanto psicologico. In definitiva un film riuscito solo a metà, la delusione dopo un inizio che prometteva di essere davvero interessante; la pellicola è troppo pretenziosa per le sue possibilità, e quando ha cercato di sorpassarle ha pagato in pieno dazio. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Il film riesce a coinvolgere e ad attirare l’attenzione con una trama ben orchestrata. La storia ruota intorno al solito personaggio con il complesso dell’eroe, sempre tormentato da qualche evento traumatico del passato che lo porta inesorabilmente ad agire in maniera piuttosto sconclusionata e al limite del pericolo. Fortunatamente è uno dei pochissimi elementi negativi che caratterizzano la pellicola.
Alex Proyas è il classico cineasta delle incompiute. I suoi lavori (lavori di nicchia come Il corvo, Dark City e quello con ben altro budget intitolato Io, Robot) non hanno mai convinto del tutto pubblico e critica: se da un lato è impossibile non vedere che i numeri ci sono, dall'altro si denota come volendo strafare nei finali, esasperando le possibilità di obiettivo dei film, si rovini tutto il buon lavoro di composizione eseguito nella parte iniziale. Il suo film odierno denominato Segnali dal futuro (originale Knowing, cioè «sapere» o «conoscere») non sfugge alla regola: dopo un primo tempo interessante e al fulmicotone, con buoni picchi di tensione, usando anche un prologo nel passato americano alla fine degli anni '50, due grandiose scene catastrofiche da far invidia ai migliori disaster movie, il film prende una direzione sbilenca, si mette carne al fuoco disomogenea e si fallisce il completamento.









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