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| Drag Me to Hell |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 13 Settembre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il consenso sulla riuscita dell'ultimo Sam Raimi è pressoché generale, vivadio, spesso accompagnato al sospiro di sollievo di fan e ammiratori di ogni rango nel vedere l'americano tornare alle origini artigianali (o almeno, a quanto ne è rimasto o ne può rimanere nel 2009) dopo l'ultimo capitolo della corazzata Spider-Man, da molti considerato (per alcuni, anche assieme ai precedenti due) una specie di fallimento e cedimento creativo. Giammai. Qualunque cosa si pensi dei derivati fumettistici Marvel, il giudizio su Drag Me to Hell dev'essere in ogni caso entusiastico: eccoci tornati senza affanno alle risate catartiche su schizzi di rosso vivo (e poi più scuro) e secrezioni varie, proprio come piace a noi—o quantomeno, alla parte di voi lettori a cui piace. Per rispondere ai vostri timori: no, se non vi era chiaro, Raimi non si è «sputtanato».
Il fan con la bava alla bocca pensa subito alla trilogia de La casa. Accontentiamolo, quindi: Christine Brown (Alison Lohman) potete pensarla come la figlia di quel poveraccio di Ash «reparto ferramenta», fucilatore venuto dalla più grande catena di supermercati americani dei tempi, evidentemente scomparso poco dopo esser tornato dal Medioevo e senza aver avuto il tempo di raccontarle molto sul mondo dei morti, che l'ha lasciata da sola con la mamma alcolista a pagarsi in triste autonomia le spese per il college, fino a tentare con unghie e denti di costruirsi una regolare e stabile vita da stipendiata. La vita «da re» che si era scelto lui, insomma, ma da femmina. Cancellando questi pensieri, la ragazza non può che essere giustamente sorpresa dallo svolgimento dei fatti, nonché sanamente impaurita, più come la protagonista di un Polanski che di un Raimi. Come prevedibile, l'occhio veloce e sommario del sociologo che è in noi vede il film come commento di genere alla corriva crisi finanziaria; poco servirebbe fargli notare che quest'ultima è stata causata dai troppi prestiti, anziché dai prestiti rifiutati in maniera sacrosanta a chi è chiaramente insolvibile come lo è la simpatica gitana (Lorna Raver) che qui lancia la sua maledizione sulla povera Lohman. C'è semmai un godurioso racconto morale sul male del capitalismo e sull'ossessione arrivistica per il possesso, che stuzzica e possibilmente toglie, da cui anche i più innocenti sono irretiti o forse costretti: una povera biondina mal voluta dalla famiglia snob del ragazzo (Justin Long) è spinta ad un peccato mortale per avanzare di carriera e comprarsi quindi i maggiori introiti nonché la di poco maggiore stima richiesta per essere accettata. Di certo, rispetto agli antecedenti necronomici, il Raimi d'oggi (col fratello dottore Ivan) ha un'invidiabile ristrettezza narrativa, grazie alla quale il gioco non è mai avulso dalla più prosaica necessità di far avanzare una sceneggiatura che non sia così sfilacciata; il gentil sesso della protagonista ci mette del suo, diminuendo il disincanto e fornendo in sua vece un po' di sano giogo psicologico (sottolineo: ho citato Polanski). Ad esser puntigliosi ci si potrebbe chiedere se l'operazione caricatural-demoniaca effettuata verso l'etnia zingara non sia forse indelicata; ma poi ci si potrebbe anche chiedere se l'etnia in questione non sia ben felice di vedersi offerta una così eccitante possibilità di vendicarsi sul maligno cuore di «noi altri» civilizzatissimi risparmiatori. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Davvero incredibile, Sam Raimi. Il regista universalmente noto per i tre Spider-Man aveva cominciato la sua ricca carriera proprio con l'horror (la serie di Evil Dead, quella del famoso La casa in italiano, la conoscono tutti) prima di dedicarsi anima e corpo al tessiragnatele, torna ai vecchi amori e dirige un film che coniuga alla perfezione divertimento con ansia e terrore, dove i momenti di estrema tensione vengono stemperati da battute a dir poco geniali ed esilaranti, in perfetto ricordo del passato di genere. Presosi una pausa dal mondo dei comics movie, in accordo con l'amico storico Robert Tapert che con lui coproduce in film di oggi, Raimi decide di trascinare («drag») all'inferno la bella Christine (Alison Lohman, vista digitalizzata in Beowulf), impiegata di banca di belle speranze colpevole di non aver dato una proroga del mutuo alla signora Ganush (Lorna Raver, ridotta a fattezze orrende e con un occhio di vetro). Questo rifiuto le attirerà addosso una terribile maledizione: entro tre giorni uno spirito maligno inarrestabile la verrà a prelevare dopo che nel frattempo l'avrà terrorizzata per benino. Resasi conto che le minacce della Ganush non sono follie di una vecchia rintronata, Christine cercherà di salvarsi in ogni modo coinvolgendo il suo (ricco) fidanzato Clay (Justin Long di Die Hard – Vivere o morire) e un veggente (Dileep Rao). Basterà a fermare la furia della bestia scatenata che vuole la sua preda promessa?Perfetto esempio di come ci si può divertire con degli alti budget facendo film ad alta tensione ma con alcuni momenti grotteschi, questo piccolo gioiello di genere ci racconta del passato di Raimi e delle sue voglie di stupire con piccole grandi trovate, che arrivano nei momenti che non ti aspetti. Per chi ha vissuto gli anni ottanta e i suoi esordi, non è difficile vedere citazioni di se stesso nell'operato del regista: bulbi oculari sparati in bocca (Evil Dead 2), macchine d'epoca (quella che entrava nel gorgo temporale), vomito e movimenti dei posseduti marionettistici nella levitazione. C'è anche una citazione molto più nascosta a Venerdì 13, con l'inizio del terrore, citazione del chapter 2 della serie di Jason in cucina, con il micetto oggi come tanto tempo allora (il piccolo animale felino è protagonista della batutta principe del film, che sentirete quando la terrorizzata Christine dirà «Micio, micio, micio…»), c'è la mosca che evoca Cronenberg, ma ci sono tanti ricordi ed icone tipiche di un cinema che sembra non si voglia più produrre, come quello delle tombe sconsacrate e profanate, i momenti tipici del finale del primo Poltergeist e altre suggestioni che solo un cineasta appassionato come lui ha il coraggio di tirare in ballo. Gli horror teen hanno provocato una recessione culturale difficile da sradicare: dobbiamo affidarci agli indipendenti (anche se con tanti soldi come in questo caso) per avere un soffio di respiro. Ci sono autentici momenti in cui si salta sulla sedia; magari dopo lo spavento vediamo qualcosa che ci fa stupire («Chi sanguina?» detto al telefono mentre Christine perde sangue dal naso) infine quasi sganasciare, ma il sottofondo rimane tragico costantemente, si capisce l'esagerazione ma non si muore dal ridere, si ride dopo essere morti. Da notare l'attenzione per l'uso delle piccole cose: una pinzatrice e un righello diventano armi oltremodo pericolose, un soffice fazzoletto di seta diventa una mortale prigione facciale, le dentiere delle piccole tagliole e un bottone sono l'ago della bilancia fra la vita e la morte. Gli effetti speciali (alcuni truculenti, altri a dir poco disgustosi) sono fatti ottimamente, tutto realizzato con le tecniche più moderne che non fanno capire il trucco. Per farvi capire che è davvero difficile perdere questo film con leggerezza (non vietato a nessuna fascia) possiamo dirvi che il finale è strepitoso, sono presenti dei bravi caratteristi come David Paymer (in capo della banca, è un attore specializzato in tv series) e Reggie Lee (di Prison Break, che fa l'ambizioso Stu), per cui non fatevi dire altro e cominciate tranquilli il viaggio verso l'inferno, tanto voi lo vedrete soltanto e non lo vivrete. Grazie Sam per essere tornato a darci fiducia in un genere che sembrava ormai cristallizzato in noiosi e vuoti cliché. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE «Dipende da te», dice il direttore di banca alla bionda e graziosa Christine/Alison Lohman, impiegata che vuole un avanzamento per non sfigurare con i genitori ricchi del fidanzato; la decisione di non concedere una proroga del mutuo a una vecchia zingara è l’appiglio offerto all’inferno per scatenare le sue forze. La lezione di morale di Drag Me to Hell è semplice e chiara: ad aprire il varco ai demoni non è la quintessenza della malvagità, bensì la normalità assoluta. Per questo Raimi ha scelto come protagonista del suo ritorno all’horror puro la faccia piacente eppure tutto sommato anonima da brava ragazza della porta accanto della Lohman: la vendetta della Lumia, evocata dalla megera con la doppia dentiera, sembra sproporzionata rispetto alla colpe della giovane donna. I margini lasciati alle responsabilità individuali dal sistema a chi opera abitandone le periferie sono assai ristretti: Christine si limita a rispettare le regole non scritte della banca, pensa ad assicurarsi un futuro con quello che le passa il convento, ma il suo ordinario egoismo vacilla quando si tratta di condannare a morte un’altra persona al posto suo. Per contrastare il male occorre del resto una santità che non è di questo mondo.Tuttavia l’ironia sottopelle di Raimi a ben guardare insinua dubbi sull’esistenza del male come entità terrificante a sé stante: un ricamo svolazzante sul parabrezza, insetti nella torta, gli artigli di una vecchia strega, l’occhio di vetro spalancato su un cadavere, la fossa scavata nel cimitero di notte, apparizioni di spiriti, medium, un caprone e un gatto, suoni assordanti e sollevamenti in aria, insomma un centone artigianale di luoghi comuni splatter, che in realtà è la traduzione in figure e situazioni-tipo scaturenti da un senso di colpa collettivo posticcio. Drag Me to Hell si mostra così irriverente fino in fondo, persino sulla classica catarsi connaturata al vetusto genere dell’horror: inghiottiti dalla fiamme dell’inferno metaforiche i colpevoli, Wall Street oggi corre di nuovo sugli stessi binari un po’ più forte di prima. Giudizio: ![]() Recensione di RICCARDO RUDI Sam Raimi ritorna al suo genere di appartenenza, anche se con la trilogia di Spider-Man aveva fatto uno splendido lavoro. Però potersi godere le immagini e il suo stile nel regno horror è tutto un altro discorso. La forza del film risiede in una sceneggiatura che in maniera volutamente ridicola sfiora l’assurdo con dialoghi e scene grottesche, dove il viscerale e il vomitevole vogliono quasi affascinare lo spettatore, il quale non può fare a meno di non distogliere lo sguardo, come ad esempio dalla vecchia zingara che morde senza dentiera e sbava sulla bocca della povera vittima del suo maleficio, o ancora della «piccola» emorragia dal naso che si trasforma in una scena di uno splatter «sopraffine», sino alle varie scene in cui la ragazza si trova quasi immersa in fluidi corporei marcescenti.Sia i personaggi – soprattutto la protagonista – sia la storia stessa sono caratterizzati da una anonimità che apparentemente potrebbe risultare un errore registico. Il film fortunatamente si sorregge non sul volto noto degli attori, né sul una storia complessa, ma semplicemente sul puro e sano splatter. La tensione nella maggior parte delle scene è palpabile, grazie anche alla scelta del regista di condurre la narrazione attraverso una sceneggiatura interessante e con colpi di scena coinvolgenti. In definitiva, il senso di anonimato che si può avvertire vedendo i personaggi o seguendo la storia grottesca è solo un modo per valorizzare l’impianto autoriale del regista. Benché apparentemente Sam Raimi voglia intrattenere con lo spavento e con il disgustoso, le tematiche che affronta sono piuttosto interessanti e facilmente individuabili. La stessa protagonista è la quintessenza della tipica ragazza borghese, immersa in un lavoro e in una vita sentimentale che la conduce a dover forgiare il proprio carattere in una forma eticamente scorretta; quindi le scelte, il modo di pensare e di agire sono legate a un egoismo umanamente realistico e, purtroppo, socialmente passabile. Davanti alle suppliche della povera zingara, la ragazza dapprima mostra un senso di pietà, ma in seguito rivela il suo vero volto opportunista ed egoista seguendo il proprio desiderio di ascesa sociale e lavorativa. È proprio questo il pretesto della zingara per trascinare la ragazza all’inferno, vendicandosi dell’offesa subita, un’offesa che sembra un simbolo caratteristico dell’uomo del capitalismo occidentale. Sembra inoltre che Sam Raimi abbia voluto auto-citarsi, quasi auto-compiacersi per la sua passata esperienza e il suo ritorno a questo genere. A partire dalla macchina gialla presente nella casa, sino a scene in cui occhi e altre parti del corpi si spiaccicano letteralmente addosso alla protagonista, oltre alla presenza di insetti di ogni genere, e della singolare mosca che vuole ricordare sia le tradizioni dell’horror, sia le tradizioni mistico/letterarie, tratteggiando la figura di un male che aleggia intorno alla vittima. Inoltre la presenza della casa «infestata» è un piacevole cliché che non poteva mancare per inaugurare il ritorno all’horror di Raimi. I colpi di scena non mancano, e la fine di alcuni personaggi viene lasciata nelle mani di un destino abbastanza beffardo e terribile. Lo stesso finale è forse uno dei pochi finali dei film horror contemporanei in cui finalmente lo spettatore può essere appagato al 100% attraverso immagini e andamento narrativo del tutto fuori dal comune, dove il destino della protagonista viene scritto in una manciata di minuti. In effetti, appagante è a dir poco. Gli amanti dello splatter troveranno questa pellicola una vera boccata d’aria fresca attraverso un uso scenografico, stilistico, e narrativo proveniente direttamente dal cinema di una certo periodo. Per i cinefili Drag Me to Hell è semplicemente un’altra gemma che delinea l’autorialità di Sam Raimi. Per gli spettatori comuni il film è intrattenimento, disgusto, horror, e shock. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Il consenso sulla riuscita dell'ultimo Sam Raimi è pressoché generale, vivadio, spesso accompagnato al sospiro di sollievo di fan e ammiratori di ogni rango nel vedere l'americano tornare alle origini artigianali (o almeno, a quanto ne è rimasto o ne può rimanere nel 2009) dopo 
Davvero incredibile, Sam Raimi. Il regista universalmente noto per i tre Spider-Man aveva cominciato la sua ricca carriera proprio con l'horror (la serie di Evil Dead, quella del famoso La casa in italiano, la conoscono tutti) prima di dedicarsi anima e corpo al tessiragnatele, torna ai vecchi amori e dirige un film che coniuga alla perfezione divertimento con ansia e terrore, dove i momenti di estrema tensione vengono stemperati da battute a dir poco geniali ed esilaranti, in perfetto ricordo del passato di genere. Presosi una pausa dal mondo dei comics movie, in accordo con l'amico storico Robert Tapert che con lui coproduce in film di oggi, Raimi decide di trascinare («drag») all'inferno la bella Christine (Alison Lohman, vista digitalizzata in 
«Dipende da te», dice il direttore di banca alla bionda e graziosa Christine/Alison Lohman, impiegata che vuole un avanzamento per non sfigurare con i genitori ricchi del fidanzato; la decisione di non concedere una proroga del mutuo a una vecchia zingara è l’appiglio offerto all’inferno per scatenare le sue forze. La lezione di morale di Drag Me to Hell è semplice e chiara: ad aprire il varco ai demoni non è la quintessenza della malvagità, bensì la normalità assoluta. Per questo Raimi ha scelto come protagonista del suo ritorno all’horror puro la faccia piacente eppure tutto sommato anonima da brava ragazza della porta accanto della Lohman: la vendetta della Lumia, evocata dalla megera con la doppia dentiera, sembra sproporzionata rispetto alla colpe della giovane donna. I margini lasciati alle responsabilità individuali dal sistema a chi opera abitandone le periferie sono assai ristretti: Christine si limita a rispettare le regole non scritte della banca, pensa ad assicurarsi un futuro con quello che le passa il convento, ma il suo ordinario egoismo vacilla quando si tratta di condannare a morte un’altra persona al posto suo. Per contrastare il male occorre del resto una santità che non è di questo mondo.
Sam Raimi ritorna al suo genere di appartenenza, anche se con la trilogia di Spider-Man aveva fatto uno splendido lavoro. Però potersi godere le immagini e il suo stile nel regno horror è tutto un altro discorso. La forza del film risiede in una sceneggiatura che in maniera volutamente ridicola sfiora l’assurdo con dialoghi e scene grottesche, dove il viscerale e il vomitevole vogliono quasi affascinare lo spettatore, il quale non può fare a meno di non distogliere lo sguardo, come ad esempio dalla vecchia zingara che morde senza dentiera e sbava sulla bocca della povera vittima del suo maleficio, o ancora della «piccola» emorragia dal naso che si trasforma in una scena di uno splatter «sopraffine», sino alle varie scene in cui la ragazza si trova quasi immersa in fluidi corporei marcescenti.








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