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| Basta che funzioni |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 20 Settembre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE È ingeneroso esser tenuti a giudicare un personaggio che chiaramente dovrebbe avere il volto di Woody Allen, nonché la sua voce (il che vuol dire, essendo costretti alla visione doppiata, la sua vera voce italiana, ossia quella del compianto Oreste Lionello; «Mi ha reso un attore molto migliore di quanto non fossi veramente», dichiarava l'attore-regista alla sua morte—ma la verità è che lo rendeva uguale, con l'eccezione che era in italiano), e che invece si presenta con le fattezze di tal Larry David e parla con la voce italiana di John Malkovich. Larry David, avrete capito, non mi pare funzionar molto (saprò meglio solo quando lo potrò anche ascoltare, non limitandomi al solo trailer originale); fondamentalmente appunto perché il suo è un personaggio che è troppo evidentemente Allen stesso, quell'ebreo vagamente misantropo e con ogni altro genere di difetti predominantemente ebreo-newyorkesi.Che Allen racconti di aver pensato il ruolo trenta lunghi anni fa per l'altro compianto Zero Mostel non sistema il problema, come non lo sistema il fatto che nella quarta stagione del suo telefilm Curb Your Enthusiasm (serie nella quale pure interpreta un ebreo misantropo—gli ebrei sono notoriamente conosciuti come misantropi, eccezion fatta per i film sull'Olocausto) a David viene offerta la parte che fu di Mostel in Per favore, non toccate le vecchiette. Poco di male, perché Whatever Works non parla necessariamente di lui: Boris Yellnikoff è semplicemente la voce narrante, colui che essendo Allen ha la «visione d'insieme» di quel che accade. Il punto dovrebbe esser definitivamente chiaro per tutti voi una volta arrivati alla conclusione, l'ultimo momento più esplicitamente metanarrativo in cui è lui stesso a pronunciare le parole virgolettate. Poi, ripeto, se fosse stato Allen stesso a farlo sarebbe stato meglio. La protagonista, quando comunque una sistemazione è offerta ad ognuno dei molti coinvolti nella solita occasione corale, è la Melodie di Evan Rachel Wood: se pensavate che Allen avesse dato ruoli a Scarlett Johansson—ad ogni sua attrice, se è per questo—sol perché invaghito di lei, potete divertirvi a replicare tali vacue illazioni con quest'ultima bionda. Boris inizia credendo nel caso, seguendo il proprio irreprensibile cattivo umore, e se pur finendo per crederci più in positivo, alla fine sempre del caso si conferma devoto (la lettura che vuole le donne che accorrono al suo capezzale, o sulle quali si getta, come sue salvatrici non regge molto: qui tutti salvano tutti, ognuno per sé); di contro, la ragazza con famiglia di repressi del Sud americano (quelli del destino inscritto in Dio e famiglia) che conosciamo ridicolmente—è tutto casuale nell'universo, sapete—come barbona, nel tempo di un annetto gira in toto la sua vita assieme a quella di mamma (Patricia Clarkson) e papà (Ed Begley Jr.), apertisi finalmente all'insensata commedia dopo la tragedia. A.O. Scott del New York Times pensa che la visione del mondo di Boris descritta da lui e dal titolo sia cinica, e di certo così è all'inizio del film; ma lamenta anche che la stessa visione (prendere ciò che viene, o meglio ciò che conviene) sarebbe descrivibile come positivamente pragmatica, il che toglierebbe rilevanza all'intero comportamento di Boris, che chiaramente non ci piace, e quindi alla sua lagna nella pellicola. Ma apriti cielo: questo è esattamente ciò che succede nella dinamica della storia, nella quale si passa dalla descrizione un po' pedante (quanti minuti di monologo dritto in camera—prima scena—dobbiamo sopportare per capire l'antifona?) dell'egocentrismo di quest'uomo che va in giro praticamente in boxer al suo annullamento (dall'ingresso in scena della Clarkson, sempre meno spazio gli è concesso) nel grande gioco sballato delle cose. Ognuno, lui compreso, è semplicemente chiamato a realizzare quel che egoisticamente gli serve davvero per rendersi questo casino meno complicato. Ecco servitoci, alla sua maniera, il feel-good movie che non doveva esserci: l'amore e la vita sono aleatori, sì, ma freghiamocene. Un appunto cattedratico, ma che andrebbe mosso dato che l'artigianalità non è un'opzione da poco. Nel primo rullo si vede piuttosto chiaramente perché per Woody Allen è consigliabile confinarsi ai long take, evitando di spezzettare la scena in piani singoli mettendo a rischio la continuità: durante il dialogo di Boris con l'ex-moglie (Carolyn McCormick) si alternano sconcertantemente inquadrature a due di loro, nelle quali la donna ha le braccia distese con le mani che toccano il bancone della cucina, a inquadrature frontali della donna nelle quali quest'ultima ha le braccia conserte; quando Melodie arriva a casa di Boris, nell'inquadratura a due con lui si toglie il giubbotto, per poi ripetere il gesto un'ulteriore volta al successivo stacco su di lei. Un tempo eri così bravo a rimanere fermo nei tuoi giusti convincimenti, vecchio Woody: dato il titolo filosofico che hai selezionato, aspettati una mia sempliciotta battuta sul fatto che così funziona meno. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Woody Allen torna nella sua amata New York dopo le trasferte europee, e lo fa con una delle sue classiche storie di tic e ossessioni, con al centro stavolta l'uomo e non la città, in una messa in scena semi-teatrale, concentrandosi su un appartamento, senza ripetere le solite splendide inquadrature di scorci che ci avevano deliziato nelle sue numerose opere precedenti (per la cronaca, siamo arrivati al quarantesimo film). Il protagonista è l'anziano Boris Yellnikoff (il bravissimo Larry David, già attore per Allen) un ex-fisico di fama mondiale ridotto a una vita solitaria, con pochi amici bohémien che incontra al bar. Lui odia il mondo, che ritiene pieno di inetti («I vermetti»), idioti che vivono pieni di colpe e di ignoranza.Boris è zoppo: a seguito di un tentativo di suicidio si è rotto una gamba, ha perso la moglie Jessica che lo ha lasciato e ora vive in un appartamento disadorno. Un giorno per strada incontra Melodie (la bella Evan Rachel Wood, stavolta in una parte non tossica), svampita giovane che ha vinto qualche concorso provinciale per miss, scappata di casa a causa dei genitori, dei cristiani ultraestremisti. Boris all'inizio la mal sopporta, ma dopo averla accolta in casa la convivenza inizia a piacergli, tanto che la sposa nonostante le differenze di età, intelligenza e cultura. Tutto pare che funzioni, ma purtroppo arriva la suocera, la madre di lei (Patricia Clarkson, anche lei una ex-attrice di Allen) a rompere l'«idillio». Il regista ne ha per tutti, a 360 gradi, pure per Dio, definito un gay di gusto arredatore del mondo; il sarcasmo messo in bocca al protagonista è a dir poco al vetriolo, colpisce diretto e senza giri di parole. Tanto diretto che (come a teatro) i suoi personaggi si rivolgono a noi che li guardiamo dallo schermo, offendendoci anche, definendoci dei perditempo che, pieni di coca-cola e pop corn, guardano ed assistono a storie con blando interesse. Saremo in grado di comprendere questa? Con astuzia e maestria, senza botti e spari ma discorsi fucilata, il regista ci mostra la spocchiosità del protagonista che in fondo è in parte la sua (quanti aspetti di Allen sono dentro Boris) facendoci capire che le persone si adattano alle situazioni trovando anche soluzioni bizzarre, come il ménage a tre. Basta che funzioni, tutto va bene. Il testo è un autentico capolavoro, pieno di grandi intensi discorsi ad ogni livello: sia che si parli di sesso o di arte, Larry David prende i suoi colleghi figuranti e li strapazza, li mal giudica e li deprime, passando attraverso di loro raggiunge noi riempiendoci di dubbi sui per come ed i perché, minando le nostre sicurezze. Neppure l'infanzia, apparentemente incolpevole, si salva: le sue lezioni di scacchi a bambini, che regolarmente finiscono con scacchiere e pezzi lanciati addosso all'allievo, sono un monito per migliorarsi dalla mediocrità, già in quel tempo perché dopo potrebbe essere troppo tardi. Ci sono momenti esilaranti, rotazioni di situazione maliziose e decisamente affascinanti; Allen è talmente bravo ad elevare le capacità degli attori che lavorano con lui che tutto funziona alla perfezione: con poche cose la musica (come sempre nei suoi film) partecipa agli accadimenti, la colonna sonora musicale di Arancia meccanica con le sue atmosfere classiche sottolinea la disperazione ma anche la vivacità di un nucleo di personaggi ristretto ma in continua ebollizione emozionale. Allen, eterno ed immarcescibile, ci stupisce nuovamente, si allontana dalle atmosfere gialle che hanno caratterizzato i suoi lavori europei con i suoi cari temi intimistici; la cosa incredibile ed affascinante è che ci sa prendere per il sedere deliziandoci, ci critica con sapori intensi, senza utilizzare nudità gratuite ci mostra quanto è bello l'amore di ogni tipo (gay, multiplo, con grandi differenze sociali o d'età) basta che sia sincero, che ognuno sia con gli altri quello che si sente di essere. Insomma, basta che funzioni, ogni cosa vale la pena di essere tentata, anche un suicidio, il caso è dietro alla porta e agisce paradossalmente con molta più logica dei nostri frenetici compulsivi mirati tentativi di realizzare qualcosa nella nostra povera vita. Si chiude il sipario, applaudiamo questo nuovo lavoro quanto mai gradito di un autore prolifico come pochi, la cui serialità non ha mai ucciso la qualità. Provaci ancora, Woody (magari non solo in regia), tanto ogni volta che torni è sempre un appuntamento imperdibile: accidenti se funziona! Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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È ingeneroso esser tenuti a giudicare un personaggio che chiaramente dovrebbe avere il volto di Woody Allen, nonché la sua voce (il che vuol dire, essendo costretti alla visione doppiata, la sua vera voce italiana, ossia quella del compianto Oreste Lionello; «M
Woody Allen torna nella sua amata New York dopo le trasferte europee, e lo fa con una delle sue classiche storie di tic e ossessioni, con al centro stavolta l'uomo e non la città, in una messa in scena semi-teatrale, concentrandosi su un appartamento, senza ripetere le solite splendide inquadrature di scorci che ci avevano deliziato nelle sue numerose opere precedenti (per la cronaca, siamo arrivati al quarantesimo film). Il protagonista è l'anziano Boris Yellnikoff (il bravissimo Larry David, già attore per Allen) un ex-fisico di fama mondiale ridotto a una vita solitaria, con pochi amici bohémien che incontra al bar. Lui odia il mondo, che ritiene pieno di inetti («I vermetti»), idioti che vivono pieni di colpe e di ignoranza.









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