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| Il mio vicino Totoro |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Lunedì 21 Settembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Finalmente, meglio tardi che mai: era dal 1988 che questo film del maestro Hayao Miyazaki (autore di autentici capolavori dell'animazione come Nausicaä della valle del vento e Conan, il ragazzo del futuro) attendeva di vedere la luce delle sale italiane e una sua conseguente futura uscita in dvd (tra poco arriva Ponyo sul supporto digitale). Totoro è importantissimo nell'economia dello Studio Ghibli, dato che poi ne è diventato il marchio. Tenera e umana storia di due sorelle, Mei e Satsuki, narra con lo spirito della favola di come in mancanza della mamma (ricoverata in ospedale) si cerchi di avere la speranza nelle cose fantastiche, nel sogno e nell'amicizia. Trasferitasi nella verde provincia della capitale giapponese, la famiglia Kusakabe attende notizie dall'ospedale sulla salute della mamma, mentre le due bimbe incontrano le creature fantastiche che abitano le campagne, tra cui Totoro, incontri che rinfrancano e danno fiducia.Quando vedi un lavoro del maestro giapponese non puoi non parlare di poesia o di emozione: questo del 1988 è simile al recente Ponyo, (ri)propone le piccole creature de La città incantata ed è lontano dalle ambientazioni fantastiche e tecnologiche di altri film degli anni novanta e duemila di Miyazaki. Personalmente, dopo l'ennesima visione (il doppiaggio italiano di cui ho potuto fruire stavolta, nella norma, non toglie né propone nulla al lavoro), posso tranquillamente dichiarare che tutto quello che nel passato e al momento della sua creazione ci ha emozionato è rimasto completamente intatto: il tratto 2-D è quanto mai attuale, in quest'era digitale più che glaciale con il 3-D a manetta, vedere Totoro è una bellissima esperienza per grandi e piccini. La buffa grassa e grossa creatura abitatrice dell'albero di canfora è uno spirito, che gli umani conoscono e ammirano pur non vedendolo; colui che non parla, fa solo degli urli di gioia e si esprime con i tratti della bocca e dei denti, nella convinzione giapponese è colui che vige sul rispetto della terra, che ci dona frutti necessari per poter vivere (il mais miracoloso della nonnina) e che nella notte fa diventare teneri germogli un albero in pochi secondi, per poi ridare alla mattina appena svegli non il risultato (l'albero) ma la convinzione che con il tempo e l'amore tutto si realizza. La famiglia che vive in una casa non certo sicurissima non ha paura, le bimbe sono ammirate e non terrorizzate dalle creature che vedono (compreso un velocissimo gattobus a 12 zampe), tutte le loro convinzioni sono destinate alla sicurezza quando coniugano il rispetto per il mondo con le loro necessità di vita. La poesia nasce dalle cose semplici: come per gli altri lavori del maestro, qui abbiamo una storia esile e pochi personaggi che la abitano, ma quanta emozione ogni volta che vediamo muoversi il paffutello spirito come se danzasse, le bambine correre felici per i prati per averlo visto e il padre comprensivo non avere paura a lasciarle fare. Nel finale abbiamo anche qualche momento di ansia per la sorte di Mei (curiosità: il nome storpia l'inglese May che significa Maggio, il trasloco è in maggio e Satsuke in giapponese vuol dire appunto Maggio) ma come sempre chi ha rispettato avrà rispetto e aiuto. Sono passati ventun anni da quando è uscito. Direi che era ora: adesso anche coloro che non hanno familiarità con altre lingue oltre l'italiano non potranno avere dubbi, non si perderanno questa occasione che la Lucky Red ha concesso, godendo di un lavoro senza tempo, mentre coloro che già lo hanno visto ed apprezzato nell'home video estero lo avranno su grande schermo. Speriamo, adesso che è uscito Totoro, che anche Porco Rosso possa vedere una nuova edizione. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Lo spettatore italiano scopre a distanza di molti anni Il mio vicino Totoro del 1988, ma ad esso Miyazaki potrebbe aver attribuito il ruolo di premessa poetica ed ideologica alle opere successive, da La citta incantata a Ponyo sulla scogliera: le scarne peripezie di due bambine, Satzuke e la sorellina Mei, arrivate in campagna per essere vicino alla madre ricoverata da tempo in ospedale, stupiscono per la loro estrema semplicità e per la totale assenza in esse del male. Tuttavia la pulizia dell’intreccio contribuisce a spiegare la ragioni di un fare cinema animato «altro» rispetto alla tradizione del genere.Il conflitto fra bene e male richiede solitamente campioni armati e eccezionalità di risorse, però ne Il mio vicino Totoro la guerra in atto si nasconde, senza clamori, nella quotidianità e l’unica possibilità di vincerla sta nell’innocenza e nell’ottimismo infantili: Satzuke e Mei non devono sconfiggere streghe malefiche, bensì più realisticamente la grave malattia della madre e la paura di smarrirsi sole nel buio fra strade sconosciute. L’esplorazione dell’Eden colorato, lontano, per quanto pochi chilometri, da Tokyo, ne stimola fervidamente l’immaginazione e la generosità: non si entra nel labirinto miracoloso e non si sperimenta la bontà delle sue creature fatate, se non si ha fede nella sensibilità della Natura e dei suoi figli, gli alberi secolari. Il cuore puro delle piccole eroine di Miyazaki, battendo in sintonia con quello della Terra, ha la funzione salvifica di istradare verso la speranza gli adulti, sviati dalla società e dalle circostanze: esse hanno innato il segreto della gioia di vivere, vedono l’invisibile e per loro nella pioggia battente, dopoché hanno regalato l’ombrello a un buffo troll spuntato dalla foresta, i fanali di un gattobus illuminano la notte minacciosa. Se la vita spesso fa a meno dell’illusione di una morale, la favola no: qui, in una pannocchia abbandonata sulla finestra di una corsia ospedaliera, l’arte ha la sua epifania. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Riccardo Rudi: ![]()
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