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District 9 Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Sabato 26 Settembre 2009 01:00
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Titolo originale: id. District 9 / Locandina
Nazione: Stati Uniti, Nuova Zelanda
Anno: 2009
Genere: Azione, Drammatico, Fantascienza, Thriller
Durata: 112'
Regia: Neill Blomkamp
Sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
Cast: Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Louis Minnaar
Produzione: Key Creatives, QED International, WingNut Films
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita: 25 Settembre 2009
Trama: Sudafrica, primi anni ottanta. Una gigantesca astronave aliena si ferma sui cieli di Johannesburg, provocando il terrore e la paura degli abitanti. Ma quando le truppe specializzate entrano nella nave volante, ora in avaria, trovano una popolazione di extraterrestri che alla lontana ha una curiosa forma di «gambero», un'etnia consistente di numero ma impaurita e totalmente priva di vere intenzioni cattive verso di noi. Non sapendo bene come gestirli, vengono confinati in una sorta di ghetto-favela denominato «Distretto 9». Passano vent'anni: gli attriti tra la popolazione e i profughi spaziali aumentano, iniziano i primi moti di protesta alieni e si decide di sfrattarli e portarli in un'altra zona. Ma la cosa è tutt'altro che facile: comunicare pacificamente con loro, esasperati e in condizioni disperate, risulta quanto mai arduo, soprattutto perché dietro si nascondono traffici di ogni tipo ai quali gli avidi umani sono parecchio interessati.


Recensione di ALBERTO DI FELICE


District 9Non troppo tempo fa, un film come questo sarebbe stato materiale alla John Carpenter, un misto palpabile fra il thriller, l'horror, la fantascienza ed il noir: un contratto e cupo assedio in cui la parte apparentemente retta della civiltà umana, in perforanti divisioni al massacro, affronta nel buio la parte nascosta di sé, le sue mostruose paure storiche e metafisiche richiamate a circondarla. Nel 2009, un sudafricano esperto di animazione ed effetti speciali trapiantato in Canada come Neill Blomkamp ha invece gioco facile nel mettere una di fianco all'altra (che è cosa diversa dal mischiare) le presunte innovazioni intervenute nel frattempo nel cinema in un gonfio calderone che è però del tutto privo di inventiva—a meno che ovviamente non ci si affanni a lodare i calderoni in sé, come tanto usa quando qualcuno tiene a ricordarci che, diamine, viviamo in un mondo «postmoderno»!
Quindi teniamoci pronti: visto che siamo in un mondo nel quale il video è dappertutto—siamo tutti sorvegliati da un Grande Fratello volante e polimorfo, dontcha know—la storia di questo Wikus van de Merwe (cognome-simbolo dell'Afrikaner tonto, inizialmente fin troppo farsescamente interpretato da Sharlto Copley, almeno fino a quando non deve trasformarsi di punto in bianco in un sosia con la medesima faccia urlante di Christian Bale) viene raccontata con un accostamento casuale di onnipresenti videocamere di sorveglianza, telegiornali nazionali, un documentario interno della multinazionale cattiva per la quale opera da parte del governo sudafricano (i cosiddetti «sottotesti» sono tutto tranne che «sotto»: si chiama Multi-National United, alla faccia), interviste ex-post facto ed altre inquadrature oggettive che tappano per virtù divina i buchi di movimento che restano aperti.
Blomkamp dunque prende capre, cavoli e mon chéri: la regolamentare camera a mano d'oggi viene usata senza criterio alcuno, nella stessa identica maniera (predominano i piani ravvicinati e gli stacchi sincopati avulsi da reali necessità), sia quando fa le veci del documentario «soggettivo» sia quando ci rende edotti «oggettivamente» dei fatti (servendo da raccordo nelle sequenze di immagini descritte come di altra provenienza, o rendendoci edotti di fatti che queste non possono catturare, come i dialoghi in casa degli alieni); spuntano fuori soggettive o semi-soggettive di offensiva nullità (anche al contrario, con la camera attaccata alla faccia—anzi, al fucile—del soldato che entra in laboratorio per spazzar via il «gamberone» intruso); nell'ultimo atto si passa poi alla parte forte della specialità di Blomkamp, gli effetti speciali appunto, nei quali lo stesso regista è indeciso se fare il filo a McG o a Michael Bay (le cui scene coi robottoni non sono di certo meno confuse di quelle col robottone che il trentenne di Johannesburg pensa bene, in virtù della moda, di copiare dai suoi).
Film come Cloverfield o [Rec] usavano l'espediente della camera dentro l'azione in maniera coerente sia da un punto di vista stilistico che contenutistico, restando sempre in soggettiva; un altro, come il necessariamente da citare Redacted di De Palma, componeva il diluvio di input visivi di natura variegata in una effettiva narrazione sulla necessità (ed il pericolo) della narrazione stessa, che era del resto oggetto stesso del suo titolo. In District 9 tutto questo evapora, e si arraffa a destra e a manca concedendosi di più il lusso di mostrare sul proprio petto la targhetta di film-riflessione sugli alti temi (quanto siamo cattivi verso l'Altro, sai), richiamati con encefalogramma piatto nel debole parallelo alieni-apartheid (con i neri adesso razzisti né più né meno dei bianchi: tutto risolto e tutti amici, quindi); intanto—ma nessuno se ne accorge—si guarda un film in cui degli «sporchi negri nigeriani» fanno esattamente quello che ci si attenderebbe da loro, ossia magnarsi galline e alieni (e mon chéri!) in riti zulù. Parte musica mistica, il film può finire. Io intanto vado a rivedermi 28 settimane dopo: preferisco.

Giudizio: 1.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

District 9Applaudiamo Peter Jackson, re Mida de Il signore degli anelli, che con la sua casa di produzione Wingnut ha avuto il genio e la sregolatezza di dare i soldi necessari per finanziare questo film davvero bello, denso di contenuti ma anche di azione e grandi momenti di lotta disperata per la vita, umana o aliena che sia. Traendolo da un precedente lavoro di Neill Blomkamp (regista anche del film odierno) chiamato Alive in Joburg, e da un fatto vero accaduto durante la segregazione razziale in Sudafrica (ovviamente solo umana, ma il distretto era il 6 e non il 9), si narrano le vicende di una sfortunatissima popolazione di alieni (visti come degli albanesi allo sbando su una carretta del mare) che ha l'astronave in avaria e si trova bloccata nel 1982 sui cieli di Johannesburg (come sottolineato dal film, niente Washington o New York).
Gli extraterrestri, denominati «gamberoni» per la loro curiosa forma fisica, sono facilmente dominabili, impauriti da noi e con una scarsa propensione alla ribellione. Almeno fintanto che il governo, non sapendo bene che farsene, non li segrega in una sorta di riserva-ghetto molto simile alle poverissime favelas del Brasile, impedisce a loro di frequentare svariate zone della città (apartheid aliena, neppure i neri li vogliono) e li riduce a dei fantasmi sempre in cerca di cibo per gatti. Passano vent'anni e i tempi evolvono: gli alieni si ribellano e cominciano a fare vittime tra gli umani, al punto che si decide di sfrattarli per portarli da un'altra parte; ma la cosa risulta davvero difficile e sotto ci sono svariati interessi economici, dal mercato delle armi alla sperimentazione. Per l'incaricato dell'agenzia governativa MNU, Wikus van de Merwe (Sharlto Copley), che cerca la cooperazione pacifica, inizia un incubo terribile che si acuisce quando trova uno strano cilindro che gli spruzza addosso una sostanza nerastra.
Quanti temi e simbolismi in questo film davvero interessante: si parla della segregazione razziale, delle migrazioni di disperati che non riescono ad inserirsi nella società, delle differenze sociali, della lotta per la sopravvivenza in condizioni igieniche pietose e dell'arrivismo dei governi che vedono solo il nuovo arrivato come una sorta di cavia per sperimentare stategie, con conoscenze tecnologiche da saccheggiare. Per tutto il film la mano non è mai veramente tesa ma il pugno è ben stretto, e la cosa si palpa soprattutto quando il bravissimo e per noi sconosciuto protagonista si trova in mezzo alla situazione dalla parte della barricata che mai si sarebbe aspettato; a quel punto dall'altro lato del confine si capisce benisismo cosa significa soffrire e dover patire, non con i telegiornali e i reportage ma vivendo al situazione in diretta.
Gli alieni, invece di essere graditi ospiti con cui scambiare conoscenze, servono per alimentare il mercato delle armi, delle scommesse clandestine, della prostituzione (eh sì, si fa anche l'amore interspecie) e il racket del cibo venduto a carissimo prezzo. Incredibile la figura dei boss umani del luogo, tutti neri che convivono senza turbe in questa sorta di latrina a cielo aperto: ora non sono più gli ultimi della ruota del carro e loro fanno ai deboli ciò che avevano subito. Nessuno si chiede da dove sono venuti, sta di fatto che nessuno li vuole, devono andarsene e basta, ucciderli se non ubbidiscono senza patemi. Bravissimo il regista ad umanizzarli: il tenero rapporto tra padre e figlio alieni (non si dà un nome alla razza: «gamberoni» e basta) è costruito con semplice efficacia, si arriva alla tenerezza di fronte alle traversie della famiglia spaziale e ai loro occhioni supplicanti.
Duplice il registro di regia: si parte dal film stile documentario con camera a mano, inframezzando interviste e pareri dei parenti, per poi avere una seconda parte (necessaria per accontentare il pubblico con esigenze poco raffinate) che perde la caratteristica della prima e diventa una estenuante lotta per la sopravvivenza pura con botti, spari e una colossale citazione di Robocop. Gli effetti (alcuni molto splatter) sono performanti per il tipo di pellicola e trama: i 30 milioni di budget messi a disposizione hanno regalato un design degli alieni accattivante anche se con una semplicità di base evidente (lontane le tortuose linee di Giger e gli Aliens), si muovono su due zampe con una morbidezza impagabile; e la CG ha ben lavorato – Image Engine Design e Weta Workshop non hanno nulla da imparare.
Purtroppo con quel secondo tempo troppo puramente action la qualità del film ha finito per annacquare il bel grottesco/paradossale iniziale, ma la bella idea (noi che sottomettiamo loro) e la buona sporchissima ambientazione lo rende davvero valido, per noi imperdibile, anche per coloro che non hanno mai amato i temi con i cugini (ricchi o poveri) di E.T. I primi quarantacinque minuti sono un fiorire stupendo di paradossi e di temi sviluppati nella nostra coscienza, il finale con quell'alieno che costruisce nella spazzatura un fiore metallico è un messaggio poetico straniante di rara intensità.

Giudizio: 2.5


Recensione di AUGUSTO LEONE

District 9In District 9 a sbalordire gli spettatori non sono gli alieni ma gli umani: i primi sono come ce li siamo sempre immaginati nelle nostre fantasie letterarie e cinematografiche, grotteschi insetti meritevoli dell’appellativo di «gamberoni», la loro astronave sta sospesa minacciosamente nel cielo della metropoli, ci superano in scienza e tecnologia, e sono persino un po’ buffi, quando si muovono goffamente nella baraccopoli e si tuffano avidi sulle scatolette di cibo per gatti. Sono tornati da remote galassie i parenti stretti dei guerrieri/mostri di Alien o di Starship Troopers, eppure non sono affatto vendicativi: anzi il tempo, futuro o passato che sia, li ha maturati, sono atterrati qui per un causale incidente, se ne stanno rinchiusi nei recinti misteriosamente inermi, non inghiottono in un istante i corpi; al contrario sono le loro membra a essere ingurgitate da cannibali nigeriano-superstiziosi.
Così, per quanto se aggrediti creino disordini in città, non spaventano tanto quanto la ferocia e il brutale cinismo della razza umana: non a caso il teatro dell’azione è la capitale dell’apartheid, Johannesburg, nella quale la segregazione razziale ha creato ghetti quali District 6, realtà a cui il sudafricano Blomkamp si ispira, che hanno avuto come risultato criminalità e violenza fuori controllo. Solamente un cambiamento, forse miracoloso, di prospettiva e di pelle simili a quello subito da Wikus/Copley, il protagonista, infettato o meglio purificato dal DNA alieno, consentirebbe la riscoperta e il riscatto di un’etica: l’avventura sulla Terra dovrebbe perdere i connotati negativi che la caratterizzano, trasformandosi in esperienza extraterrestre. Il che è chiaramente impossibile, tuttavia il paradossale auspicio, che diventa sempre più evidente con il procedere del film, motiva la bizzarria estraniante della contaminazione fra la fantascienza e il mockumentary: nella profondità del cosmo le utopie di salvezza scherzano con le distopie.

Giudizio: 2.5


Recensione di RICCARDO RUDI

District 9Cosa accadrebbe se gli alieni arrivassero sulla Terra? È uno scenario comune e noto nei film di fantascienza; District 9 lo narra in un altro modo, e l’assurdità della storia sembra un pretesto per raccontare alcuni temi delicati come la xenofobia con una dose di sarcasmo, di grottesco e di cinismo, deridendo le solite ambientazioni newyorkesi o di Washington con la scelta di una città come Johannesburg. Nella prima parte del film la storia viene narrata come un documentario. Vengono raccontati gli avvenimenti di Johannesburg, dell’enorme nave spaziale e degli alieni costretti a rimanere sulla Terra, della convivenza per 20 anni con gli esseri umani, sino alla segregazione degli alieni nel Distretto 9. Le immagini, sebbene caratterizzate dalla presenza di questi «gamberoni», non sembrano molto distanti dall’attualità e questo elemento è una dei punti forti del film. La pellicola si regge su una narrazione fantascientifica, ma vedere le sequenze girate come immagini di repertorio riesce a catturare lo spettatore come se stesse guardando una cronaca al telegiornale.
Non è così assurda la visionarietà di Neil Blomkamp, il quale fa attraversare il film da una crudele linea realistica. La politica di segregazione razziale in regime di apartheid è il centro della pellicola. La creazione dell’organizzazione MNU, che apparentemente fa gli interessi del distretto e che invece è attenta ai profitti che si possono guadagnare con le armi aliene, conduce a conseguenze devastanti per la popolazione aliena locale in cui il mercato nero, traffico di armi, prostituzione, violenza, povertà, criminalità, e menzogne sono un marcio che non viene minimamente debellato. Agli occhi del regista, il vero cattivo non è l’alieno ma è l’uomo. Ipotesi abbastanza realistica se si vede la realtà sudafricana (e non solo) che fa da sfondo al film.
Il cast della pellicola non brilla certo delle stelle di Hollywood. Il personaggio di Wikus van de Merwe (Sharlto Copley) non è il solito volto noto dei red carpet e l’attore interpreta realisticamente un personaggio che per tutto il film è un semplice uomo dalle dubbie capacità eroiche, dall’egoismo incredibilmente umano, capace di essere sia l’antagonista sia il buono della situazione, sino ad essere capace di azioni umanamente condannabili nei confronti degli alieni. Il destino che lo lega ai gamberoni viene intrecciato con parecchi colpi di scena, e il finale può essere considerato come pura poesia.
Le riprese sono la vera protagonista del film. Vengono usati molti espedienti visivi per poter narrare le vicende e di conseguenza la natura stessa della pellicola cambia e si rinnova senza annoiare. Inizia come un documentario composto da immagini di repertorio, con interviste a personaggi esperti e a gente comune, approfondimenti giornalistici e videocamere amatoriali. In seguito la macchina da presa viene usata nel comune linguaggio cinematografico, alternandosi però con riprese di stile amatoriale e telecamere di sale operatorie, di sorveglianza, di elicotteri e così via. Questo cambio di registro avviene anche nella natura stessa del film, con la seconda parte in cui l’azione caotica Sci-fi la fa da padrona e forse in maniera piuttosto eccessiva. L’uso di un ottimo montaggio è l’ingrediente che rende fluido e appassionante la storia, e alcune trovate fotografiche che hanno come sfondo l’imponente nave spaziale aliena o le fatiscenti strade del Distretto 9 evidenziano la volontà di colpire emotivamente lo spettatore.
Da E.T. a La mosca sino a Independence Day e non solo. Sono numerosi i richiami ai predecessori dei generi che la pellicola mischia e consolida nella trama. In effetti è impossibile catalogarlo poiché sono numerosi i generi che si mescolano, dall’horror splatter sino alla black comedy, per poi passare al cyberpunk e sul finale con un commovente dramma. È una pellicola da non sottovalutare. Fortunatamente la produzione di Peter Jackson ha trasmesso un’aura di notorietà e di interesse nei confronti del film, che non sarebbe stato calcolato se fosse stato retto solo dal nome dall’esordiente Neill Blomkamp.

Giudizio: 3


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 2.5

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