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Bastardi senza gloria Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Venerdì 02 Ottobre 2009 01:00
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Titolo originale: Inglourious Basterds Bastardi senza gloria / Locandina
Nazione: Stati Uniti, Germania
Anno: 2009
Genere: Drammatico, Guerra
Durata: 153'
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Cast: Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Diane Kruger, Daniel Brühl, Eli Roth, Michael Fassbender, Til Schweiger, B.J. Novak, Samm Levine, Cloris Leachman, Samuel L. Jackson, Mike Myers, Julie Dreyfus, Paul Rust, Rod Taylor, Maggie Cheung, Christian Berkel, Gedeon Burkhard, Martin Wuttke, August Diehl, Denis Menochet, Jacky Ido, Richard Sammel, Omar Doom, Sylvester Groth, Michael Bacall, Léa Seydoux, Michael Kranz, Enzo G. Castellari, Ludger Pistor, Anne-Sophie Franck, Soenke Möhring, Anastasia Schifler
Produzione: Universal Pictures, The Weinstein Company, A Band Apart, Zehnte Babelsberg Film, Visiona Romantica
Distribuzione: UIP
Data di uscita: 2 Ottobre 2009
Trama: C'era una volta, nella Francia occupata dai Nazisti… Il colonnello delle SS Hans Landa, conosciuto come «il cacciatore di ebrei», arriva ad un'isolata fattoria in cerca di una famiglia ebrea che manca all'appello dei deportati, e che crede sia nascosta lì. Nel frattempo, il luogotenente americano Aldo Raine guida una squadra di soldati ebreo-americani conosciuti come «i bastardi», la cui missione è quella di uccidere nazisti. Quattro anni dopo, a Parigi, la giovane proprietaria di un cinema è in realtà Shosanna, l'unica sopravvissuta della famiglia uccisa per ordine di Landa; un prestante soldato tedesco, l'eroe di guerra Fredrick Zoller, la nota e si invaghisce di lei, facendo spostare nel suo locale l'anteprima del film di propaganda di cui è protagonista. Con tutto l'alto comando nazista riunito assieme, forse persino Hitler stesso, a Shosanna viene in mente un piano per farlo saltare in aria e porre fine in un colpo solo alla guerra; un piano molto simile a quello che stanno organizzando gli alleati inglesi con l'aiuto dei bastardi e della diva tedesca Bridget von Hammersmark.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Bastardi senza gloriaPremessa scema per levarsi di torno l'obiezione più scema mossa ad Inglourious Basterds da chi è addirittura pronto ad offendersi: questo non è un film sull'Olocausto, quindi non vi risentite se non ci trovate i soliti ebrei (e tutti gli altri, che a volte vi dimenticate!) ridotti in miseria che pretendono da voi tutta la vostra pietà ricordandovi nel contempo che, sai com'è, c'è (ancora!) tanto male nel mondo. Quanto al resto, sforzarsi di entrare negli alti temi del già ampiamente noto e celebrato opus del prodigioso Tarantino è cosa frustrante, e la prima ragione della frustrazione è appunto che, dato che se ne parla già da mesi e mesi, potete trovare ovunque una corretta ed ampia disamina degli stessi. Ragion per cui il presente scritto si limiterà ad alcune considerazioni generali, sperando di aiutare un apprezzamento sereno.
Ci basterà qui ricordare, senza annoiarvi, che il succo dell'insegnamento offertoci dal film, se di insegnamento si tratta, è che «il Cinema può cambiare la Storia». Ovviamente, come avrete appreso in qualche scheda di approfondimento nel vostro manuale delle superiori, questo lo aveva intuito anche il cinefilo d'eccezione Joseph Goebbels, assieme al suo comandante in capo Adolf la più celebre guest star di questa pellicola; anche se lui, più che cambiarla, la Storia la voleva più modestamente controllare. Se lui voleva domare gli occhi del popolo nazista per sopirne il cervello, i bastardi ebrei (più un hillbilly del Tennessee, il luogotenente Aldo Raine interpretato da Brad Pitt—vogliate evitare l'insensato doppiaggio, prego) in cerca di sitibonda vendetta al cervello voglion solo e soltanto togliere il rivestimento più esterno: lo scalpo.
Con ciò sappiamo, fosse il caso di ribadirlo, che nonostante ci si possa mettere a discutere con buoni e confacenti argomenti della trascendenza tarantiniana, della «visione del mondo» per lui esistente e ribadita, il signor Tarantino è punto interessato. Di qui la frustrazione: si può parlare per ore di questo o quel suo film, di questa o quell'azione ivi inclusa, ma più si parla e più si capisce che, beh, non c'è molto di cui parlare. O meglio, in riferimento alle tesi o prospettive sugli alti temi che si cercherebbero con tali disquisizioni, Tarantino è l'ultimo degli indifferentisti: gli va bene qualunque sia la vostra morale riguardo quanto succede ed i coinvolti nei fatti, e gli va bene soprattutto qualunque sia la morale adottata dai suoi personaggi stessi, ognuno dei quali ne ha una. Scommetto che non ha nulla da ridire contro la «soluzione finale», se è per questo: se ciò significa, adesso, che evita di offrirci un ennesimo polpettone su quanto i nazisti erano cattivi, ben venga.
Tarantino, come capita ad alcuni dei più mefitici registi di genere (e qui è una differenza non da poco rispetto a molti dei modelli cosiddetti «scopiazzati»), è un proceduralista: le sue pellicole si preoccupano di farci molto semplicemente vedere cosa succede in quelle situazioni di tensione nelle quali qualcosa va storto o bene, per nessun motivo se non il fatto che la merda o i miracoli esistono. Probabilmente perché causati da noi stessi, senza accorgersene. È questa la ragione per la quale, se non ci ripete che i nazisti erano cattivi, Tarantino deve pur sempre ricorrere all'ugualmente noto rovescio della medaglia, che li accomuna a tutti gli altri travolti da un usualissimo destino: sono destinati a ritrovarsi un po' tonti, specialmente quando credono di essere cool come piccoli Fonzie.
Nell'opera del feticista Tarantino, alquanto alla lettera del proverbio anglosassone, vediamo cosa succede quando la scarpa, adesso, è sull'altro piede. Esempio: perché in Pulp Fiction John Travolta una volta va a leggere in bagno, sottraendosi fortunosamente all'inizio di una rapina, e un'altra volta va a leggere in un altro bagno (lo stesso libro) lasciando in cucina il fucile che una volta uscito verrà usato da Bruce Willis per riempirlo di buchi? Se state pensando a qualcosa tipo «il caso» come meditazione sottostante, fareste bene a desistere: i film di Tarantino, notoriamente racconti ad incastro, se ne infischiano della metafisica «profonda» del destino, delle anime in pena accomunate da un unico grande dolore.
Si prenda ciò che succede alla fine nella cabina di proiezione in Inglourious Basterds, avvertendovi che questo potrebbe contare come uno spoiler: la dimessa e fiera amazzone ebrea Shosanna (Mélanie Laurent) riempie di piombo il valoroso nazisoldato Fredrick Zoller (Daniel Brühl), realmente innamorato di lei, per provare poi un momento di dolenza verso di lui che le costerà la vita che pensava di aver appena messo in banca. (Per un attimo ho ipotizzato che Tarantino stesse per farla crepare su un pezzo di Ornella Vanoni, cosa che avrebbe calzato a pennello.) L'algia di un Guillermo Arriaga, per dire, non c'entra nulla col tipo di empatia che si può (forse) provare per i due, sempre esseri umani costretti a desiderar l'altra (lui) o a dover resistere l'altro (lei) a causa del «vil dolore delle cose umane». Il dolore e la violenza sono fatti delimitati: se c'è riflessione (nichilistica, relativistica, meccanicistica, etc.) sul fato, questa passa attraverso le scarpe (l'altra coinvolta nell'aperta metafora è la Bridget von Hammersmark dell'altra bionda Diane Kruger, che perisce con tinte più scabre) piuttosto che i personaggi.
Uno dei motivi di ciò, solitamente usato come critica, è che Tarantino è un integralista, per così dire, della capacità autopoietica del Cinema: si serve del cinema stesso—quello della sua ammirazione cinefiliaca—anziché direttamente della vita. In ciò, paradossalmente, peccherebbe di assenza di capacità creativa. Ma la realtà è che nel suo mondo filmico, chiuso e coerente come si deve richiedere a qualsiasi opera compiuta, i prestiti restano al massimo sfumature—che sono di certo desiderate, cercate apposta, volendo autoimpostesi—sul corso delle vicende narrate. Se le si nota si sorride un po'; ma si può attraversare il film anche senza aver mai letto una pagina di storia del cinema o, meglio, senza aver trascorso vent'anni della propria vita cinematografica (esiste anche quella, sapete, e per colui che state leggendo è anche bella importante!) a masticare più di un secolo di film.
Che ci si accorga che la prima inquadratura di Inglourious Basterds è la medesima de Gli spietati non cambia il fatto che questa è pur sempre un campo d'ambientazione per una storia che sta per svolgersi, come tutti i film, con le proprie regole interne e quelle soltanto: al livello più elementare delle arti narrative, funziona se riesce a farti domandare cosa sta per succedere in quell'esatto momento e luogo. Tarantino è quindi un proceduralista, anche se i suoi personaggi possono o non possono esserlo: le sue persone compiono scelte oculate o meno sulle azioni da intraprendere, e soprattutto sulle parole che le descrivono (il dialogo in Tarantino è sempre intriso della morale stessa del personaggio: non è mai un messaggio cifrato, bensì la riflette alla lettera—sbaglia chi pensa che sia solo e comunque la logorrea dell'autore a parlare attraverso gli attori), e da questo moto di atteggiamenti si cade, alla fine dei conti. Dato che le parole qui sono roba che scotta, e che il chiamarsi «ratto» o «scoiattolo» anziché «roditore» può far la differenza, è il caso specificare che questa non è semplicemente «celluloide», ma «nitrato di cellulosa».

Giudizio: 3.5


Recensione di RICCARDO RUDI

Bastardi senza gloriaQuentin Tarantino ha voluto riscrivere l’epoca più buia e terribile del genere umano, sottoponendo la storia stessa alla sua fantastica visione della violenza e della vendetta. Divisa in 5 capitoli, la pellicola presenta una Francia degli anni ’40 occupata dai nazisti, introducendo nel primo capitolo una tragedia disumana per mano del colonnello Hans Landa (Christopher Waltz), e conducendo Shosanna (Mélanie Laurent) a percorrere la strada dell’odio e della vendetta. Il secondo capitolo invece è riservato ai «Bastardi», un gruppo di ebrei capeggiati da Brad Pitt aka Aldo Raine (con una vistosa cicatrice alla gola e un sorriso beffardo e cinico) che hanno la missione di uccidere i nazisti. In questo capitolo si possono assaporare i primi giochi di flashback utilizzati spesso dal regista, un gioco di «scatole cinesi» dove il tempo viene scomposto attraverso il racconto del ricordo nel ricordo, con l’intenzione sia di narrare la nomea che si sono fatti i bastardi tra le schiere nazisti, sia per disorientare lo spettatore. La violenza non si spreca, e lo splatter invade subito la pellicola come una promessa di sano divertimento. La pratica di prendere gli scalpi dei nazisti e le innumerevoli immagini «pulp» (come ad esempio infilare un dito nella carne viva bucata da un proiettile, corpi macellati dai proiettili e bastonate allo spappolamento) denota il sadico interesse di Tarantino di sgomentare il pubblico.
Nei tre capitoli seguenti vengono introdotti vari personaggi, come Bridget von Hammersmark (Diane Kruger) o Michael Fassbender nei panni del tenente Archie Hicox e persino Hitler (Martin Wuttke). La tensione che attraversa ogni singolo capitolo è impressionante, e i colpi di scena consumano letteralmente la pellicola. I personaggi vengono messi in balia del piano del «deus ex machina» Tarantino, il quale riserva per ognuno un interessante sviluppo nella trama, feroce e, come al solito, mai ovvio. La storia è in fin dei conti semplice, se non fosse per la complessa (e ordinaria) struttura dei dialoghi (che nei film precedenti erano molto più «inutili» e fini a se stessi), per il continuo cambiamento del linguaggio parlato (che spazia dal tedesco al francese, sino a un imbarazzante italiano maccheronico), e per «dell’arte del commediante»; nella maggior parte delle opere tarantiniane infatti i personaggi recitano o sono obbligati a recitare un ruolo in uno «spettacolo» volto a imbrogliare e depistare per raggiungere un determinato obiettivo, ed è preceduto da delle prove della messa in scena (es. Aldo Raine che fa finta di essere siciliano, o Shosanna che pianifica la sua vendetta). In un gioco di specchi e rimandi gli attori interpretano dei personaggi che interpretano un altro ruolo. Tarantino non lo fa per caso: riflette, fa riflettere, si diverte e omaggia il cinema stesso.
La riflessione sul cinema in Bastardi senza gloria è più che evidente, divenendo quasi il vero motore narrativo: ad esempio, se in Pulp Fiction il «cinema» era il locale pieno «attori» dove Uma Thurman e John Travolta ballano, in Death Proof era rappresentato dalle ragazze del mondo dello spettacolo, in Inglourious Basterds si manifesta fisicamente nel cinema di Parigi, pilastro intorno a cui ruota la storia stessa, come luogo catartico e «infernale» dove uccidere i nazisti. È significativa questa scelta, e ciò che avverrà al suo interno sarà qualcosa di visivamente sconvolgente ed appassionante. Il discorso sul cinema subentra anche con la presenza di personaggi nel ruolo di attori come Daniel Brühl nei panni di un famoso soldato le cui gesta vengono raccontate nel film «Orgoglio della nazione», lo stesso regista del film e di Diane Kruger nei ruolo una famosa attrice. Si potrebbe definire metacinema, un cinema che va a riflettere su se stesso con se stesso. Inerentemente a queste tematiche, Bastardi senza gloria è un mix di citazioni di infiniti film (discorso abbastanza ovvio con Tarantino) e di generi: il noir è possibile notarlo attraverso la composizione dell’immagine e di giochi di luci (nonché con la presenza delle due donne fatali del film e dell’ambientazione retró anni ’40); il western è come al solito una costante, tra i vari duelli e scontri a fuoco; e infine dal dramma alla black comedy, dal film di guerra e per alcuni tratti gangster movie.
Il cast è di alto livello, e l’interpretazione è il massimo che si può chiedere. Brad Pitt sbalordisce incredibilmente, così come Eli Roth nei panni del bastardo Orso ebreo e il superbo Christopher Waltz. Le riprese sono la vera firma tarantiniana in cui si vede un lavoro di macchine da presa eccellente, come i piani sequenza (ossia sequenze senza stacchi di montaggio), panoramiche a 360 gradi, zoomate e movimenti di macchina non sempre inerenti alla narrazione, con lo scopo di shockare e di intrattenere. La musica viene applicata con attenzione capillare, costruendo perfettamente una scena dall’inizio alla fine; il contributo di Ennio Morricone è stato essenziale. Peccato che in Italia non è stato proiettato in lingua originale; bisognerà aspettare il dvd per quello. In conclusione, non si può concludere una recensione su un film di Tarantino. Ci sarebbe tanto di cui parlare, e tanto da ringraziare al regista più vicino allo spettatore. Il film merita una standing ovation per il finale più assurdo e apocalittico mai visto negli ultimi tempi. Se il cinema è la liberazione e la purificazione del male e se è lo strumento per cambiare la storia, allora Quentin Tarantino lo ha dimostrato con Inglourious Basterds.

Giudizio: 4


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Bastardi senza gloriaEd eccolo finalmente anche in Italia, l'attesissimo nuovo film di Quentin Tarantino, uscito in America con incassi record lo scorso mese di agosto e che segna una svolta temporale (ma non autoriale) nelle astrazioni sceneggiattive di uno dei più controversi autori dell'ultimo decennio. Dopo il flop di incassi Grindhouse (segmento Death Proof) ora QT torna letteralmente a stupirci (ma dovremmo dire travolgerci) con un racconto anomalo, lontanissimo figlio – solo nello spunto – di un film italiano, il misconosciuto Quel maledetto treno blindato diretto da Enzo G. Castellari (qui in un cammeo) nel 1977. Brad Pitt (a dir poco grandioso) è il tenente Aldo Raine, un ufficiale alleato che agisce infiltrato nella Francia degli anni '40 occupata dai nazisti, a capo di una congrega di autentici tagliagole denominata «Basterds» (la «e» volutamente inserita è derivata da un errore di battitura nella sceneggiatura che QT non ha voluto, per vezzo, correggere, così da differenziarlo ancora di più dal titolo americano dell'originale castellariano, Inglorious Bastards), che come dei crudeli indiani d'America (il film ha un'incredibile derivazione western, e tutto sembra un maccheroni combat con influenze leoniane) scalpano i tedeschi che hanno ucciso. Questo gruppo di infiltrati senza scrupoli e senza gloria, diventato una autentico incubo terrorizzante per i nazisti, ha un'occasione d'oro per chiudere una volta per tutte i conti con il Terzo Reich: poter uccidere tutto lo stato maggiore tedesco, Hitler e Goebbels compresi, in una volta sola, dato che si riuniranno tutti in un teatro per vedere una pellicola intitolata «Orgoglio di una nazione» («Stoltz der Nation», assurdo film nel film che narra dell'eccidio di 300 soldati americani in Italia ad opera di un solo cecchino nazista, che nel film è Daniel Brühl), struttura diretta dalla patriota francese Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent, anche lei bella e brava). Se il teatro brucia o salta, la guerra sarà finita. Ma l'abilissimo investigatore Hans Landa (un Christoph Waltz che ha vinto il premio di miglior attore a Cannes per la sua interpretazione, che definire eccezionale è dir poco), con cui Shosanna ha vecchie ruggini, cercherà di impedire il diabolico piano dei Basterds.
Incredibile davvero, non ci sono parole per definire il genio di Tarantino: un tale esperimento ambientato in un'epoca che non sembrava la sua pareva troppo per le sue caratteristiche, si credeva che potesse snaturare le sue doti e le sue direttive di immagine e di storia, condita da discorsi al fulmicotone che hanno fatto la fortuna delle sue opere precedenti, Pulp Fiction in primis; invece lui prosegue per la sua strada, omaggia Leone a ripetizione nelle musiche, nella presentazione dei nomi dei personaggi, nelle ambientazioni riparametrate con il West che rivive nei '40, con la locanda/saloon e il Mexican standoff, puntamento di armi multiplo fatto seduto e in un surreale tête-à-tête tra Aldo e Willy, ma soprattutto la sua Band Apart ha finalmente la possibilità di vivere nella Francia, mostrando manifesti a ripetizione di vecchi film. Non poteva che essere ambientata in un cinema la vicenda (sorta di Operazione Valchiria compiuta dagli Alleati), il sancta santorum di un simile autore: quale luogo sacro migliore per uccidere il diavolo in persona e tutti i suoi accoliti? Chi pensa che questo film non abbia spazio per i discorsi, e sia una sequela infinita di scannamenti e un tappeto di morti scalpati, verrà contraddetto senza timore: ci sono delle sequenze dove il sangue sprizza copioso ma ci sono anche lunghe parlate di grandissimo impatto, quella su King Kong e i topi/scoiattoli sono strepitose, tenendo conto che nella prima parte i Bastardi sono praticamente non protagonisti ma tutta la scena è rubata da Shosanna e da Landa.
Se stiamo qui a tirare in ballo le citazioni messe in opera in questo scintillante cantiere staremmo a rubarvi troppo tempo: dalla citazione de Il monello (i vestiti di Shosanna nella scena dell'incontro con l'ufficiale eroe nazista innamorato di lei), a Cenerentola (incredibile vero?), alla sua amata Edwige Fenech (è il cognome del personaggio di Mike Myers), a tutte quelle dei nomi delle carte, Tarantino è sapientissimo in questo e non esita ad inserire inside joke a ripetizione, per la gioia dei cinefili cacciatesori e la sua. Non mancano i riferimenti storici profondi né quelli ironici, come quello delle Olimpiadi di Berlino e di Jesse Owens, dove un onesto proiezionista nero (Marcel, Jacky Ido) non può far partire il film per non turbare Goebbels, che si tromba allegramente la sua bella interprete francese, e con Hitler che, dopo essersi fatto fare un ridicicolo quadro gigante con mantello, ride grottescamente come un bambino soddisfatto alla vista delle molteplici morti dei soldati nemici (ma a proposito, per il film nel film: i nazisti dove hanno preso tanti attori con viso americano a fare gli interpreti/vittime? Si tratta di prigionieri?). Stavolta il regista del tutto imprevedibile non solo manomette e distrugge i corpi, ma anche la storia, la ribalta e con un finale grandioso ed evocativo (citazione de La passione di Giovanna D'Arco) ci mostra come in fondo bastasse poco perché il grande incubo finisse prima: ci voleva maggior decisione e non badare tanto per il sottile. Come dice Raine, «Una lavata di capo in più per quello che ho fatto non cambierà poi molto», in fondo il cinema può ribaltare ogni possibile male del mondo (vedendo il film capirete che cosa vuol dire questa frase).
Tutti bravi gli attori, da un Eli Roth luciferino e scatenato con la sua mazza da baseball spaccacrani a un violento e taciturno Til Schweiger (il sergente Hugo Stiglitz), a una bella ed eterea tabagista Diane Kruger (Bridget von Hammersmark); ma con un regista tanto capace ognuno, già bravo nella norma di suo, si eleva a star (era successo prima, capita anche adesso). Vorremmo fare i complimenti ai doppiatori, anche quello difficile di Landa è reso alla perfezione.
Avrete modo anche di farvi risate di gusto: le battute (come quella degli italiani diventati siciliani nel doppiaggio italiano) sono sagaci e dirette, e quel gigione di Pitt non esita a supportarle ad arte. Questo è davvero un film imperdibile, il voto non può essere che massimo: c'è tutto quello che il cinema chiede, non inventa nulla (e chi potrebbe farlo dopo oltre un secolo di pellicole?) ma frulla e dosa tutto alla perfezione, con un tempo più riflessivo e uno più action, i suo centocinquanta minuti passano meravigliosamente, incantano e tengono incollati alla sedia. Se un regista sa creare una tensione incredibile con un discorso al tavolo di un bar, possiamo davvero finalmente applaudire la pellicola senza tema e premiarla al fianco di quei – purtroppo rari – «4 stelle» nel nostro archivio. Nota: il narratore dell'originale è Samuel L. Jackson.

Giudizio: 4


Recensione di AUGUSTO LEONE

Bastardi senza gloriaIl trapianto della pantagruelica galassia di Tarantino nel bel mezzo della seconda guerra mondiale non può che generare un’esplosione deflagrante nella sala cinematografica: gergo da gangster, erudizione cinefila e grandguignol mandano in fibrillazione le immagini in bianco e nero del documento neutro e i dogmi dell’anarchia immaginativa rivendicano orgogliosamente l’autonomia dalla verità dei fatti. Bastardi senza gloria non merita tanto l’etichetta di film quanto piuttosto quella di manifesto programmatico, fluidamente suddiviso in paragrafi, cosa che per l’autore di Pulp Fiction, ossessionato dalla sua stessa vena ironica, è la prassi: se la Storia è un calderone amorale, dove in ogni epoca il male contende spazio e tempo al bene, la mitologia ne traduce in figure e situazioni paradigmatiche torti e ragioni, senza correggerli, cosicché imprimervi un’etica universalmente valida, il marchio d’infamia indelebile sulla fronte dei carnefici nazisti, è un esercizio ludico liberatorio, un rituale carnevalesco, ove ghignando si scuoiano gli avversarsi.
Alla natura catartica e vitalistica delle forme spettacolari popolari arcaiche Tarantino vuole riportare la Settima arte, come alla patria originaria, dopo decenni di astratte deviazioni intellettualistiche. In Bastardi senza gloria pertanto non vediamo azioni o persone, bensì maschere grottesche paralizzate per un tempo interminabile in disquisizioni stravaganti attorno a un tavolo: l’intreccio riproduce meccanicamente le strampalate fantasie di autori di western e di action movie dozzinali in un’esasperante ripetitività di stilemi già visti, mentre la conclusione è una bizzarra lacerazione all’interno del noto canovaccio, il grossolano sigillo dell’estetica pugilistica del regista giustiziere tronfio di quello che sarà certo il suo capolavoro.

Giudizio: 3


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco:
3.5

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