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| Ricky – Una storia d'amore e libertà |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Mercoledì 14 Ottobre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Nel cinema di François Ozon c’è un modo di rappresentare di incredibile fisicità e fascino. La gestualità degli attori e la cura di una scenografia di ordine quotidiano colpiscono i sensi dello spettatore. Dopo il successo di 8 donne e un mistero (8 femmes), Sotto la sabbia (Sous la sable) e Angel, il regista parigino si impone di nuovo nel panorama cinematografico con una storia tratta da «Moth» di Rose Tremain, proponendo sul grande schermo un concetto dell’amore libero da ogni paura.Questa pellicola mostra la volontà di François Ozon di far riflettere lo spettatore su uno spaccato della società. La situazione di Katie non è sconosciuta a nessuno: l’abbandono e il dovere di far crescere un figlio con un misero lavoro sono realtà quotidiane. Il dramma di tutti i giorni viene colorato dall’avvento del fantasy con le ali di Ricky, senza il quale il messaggio di François Ozon sarebbe rimasto incompleto. Peccato però che lo sguardo sulla vita quotidiana venga distorto molto dall’introduzione di questi elementi irreali. Katie è un personaggio caratterizzato efficacemente, con un’umanità sconcertante e quasi patetica. Le sue debolezze sono messe in primo piano: la distrazione verso la figlia; gli opprimenti dubbi su Paco e il rapporto passionale e animalesco con lui; l’amore iper-protettivo verso Ricky. La sua evoluzione non è comprensibile, e solo nel finale viene evidenziato un cambiamento improvviso e piuttosto inconcludente. I legami tra i vari personaggi vengono delineati molto realisticamente. Non viene tratteggiata coerentemente la figura di Paco, a cui – per quanto sia uno dei protagonisti – viene riservato un posto di secondo piano. La piccola Lisa è un personaggio delicato e maturo, coinvolgente e commovente nella sua timida richiesta di affetto da parte di una madre distratta e con lo sguardo altrove. Il vero protagonista, Ricky, diventa noioso durante la storia, e quasi irritante nel finale. Il suo dono viene fin troppo esaltato con immagini artificiose, tese a trasmettere lo stesso stupore dei protagonisti nel film. Quando per un futile errore di distrazione i media vengono a sapere del «bambino volante», il film sembra strutturarsi su una disattenta costruzione narrativa, fatta di dialoghi meno enfatici, da immagini e sequenze piuttosto banali e da un brusco cambiamento di tono. In effetti, da quando le ali compaiono sulla schiena di Ricky, il tono drammatico si affievolisce sino a introdurre toni da commedia e di fantasy, e tendono a stancare, così come annoia lo stesso montaggio adottato per rendere il più possibile realistica le capacità di volare del bambino (gli effetti speciali sono della BUF di Matrix Reloaded, Matrix Revolution, Spider-Man 3). Il cambiamento di registro narrativo disorienta lo spettatore, che viene guidato sino a un finale ambiguo, pieno di fascino visivo e interpretativo ma comunque insoddisfacente e criptico. Sebbene nel libro la figura di Ricky sia angelica, nel film la religiosità delle ali non viene minimamente accennata. Le ali, da prima piccole escrescenze inquietanti, non sembrano avere una connotazione celestiale ma «selvaggia». Non si comprendono le loro origini, e per tutto il film lo spettatore non è portato a domandarsi del perché, ma quali saranno le conseguenze. I presupposti drammatici di Ricky purtroppo si perdono divenendo una piacevole favola, con un finale non molto convincente e con un messaggio morale che comunque colpisce e aiuta a riflettere. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Nel cinema di François Ozon c’è un modo di rappresentare di incredibile fisicità e fascino. La gestualità degli attori e la cura di una scenografia di ordine quotidiano colpiscono i sensi dello spettatore. Dopo il successo di 8 donne e un mistero (8 femmes), Sotto la sabbia (Sous la sable) e Angel, il regista parigino si impone di nuovo nel panorama cinematografico con una storia tratta da «Moth» di Rose Tremain, proponendo sul grande schermo un concetto dell’amore libero da ogni paura.











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