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| Martedì 20 Ottobre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Finora, sebbene questa non sia una novità per i più accorti fra di voi, si è equivocato a tonnellate su quella che sarebbe la qualità «adulta» del cinema di Judd Apatow, newyorchese ebreo di provincia ora quarantenne, la cui filosofia di vita mi è sempre sembrata improntata ad una media ottusità sul ruolo maschile di eterno bambino, al quale è giusto perdonare tutto mentre cresce e «mette la testa a posto» perché …oh, è tanto simpatico. Lasciate che uno snob quale chi scrive senz'altro è rimarchi dunque con un certo sogghigno che questo suo ultimo lavoro, il primo che possa avvicinarsi seriamente a pretese di maturità, è stato ricevuto dal pubblico americano abbastanza freddamente: mi sento autorizzato a dedurre, concedendomi un po' di credito, che del suo cinema piaceva soprattutto il malinteso di cosa sia la maturità, nel caso in esame la voglia della metà maschile dei paganti di perdonarsi le proprie colpevoli frustrazioni e di quella femminile di accondiscendere alle stesse, perdonando i compagni o mariti. In Funny People, invece, se sei uno stupido egoista che non vuol crescere vieni mollato e rimani a girarti i pollici. Chiaramente, questo fa meno piacere all'autostima.Nel film si assiste al tour emotivo di autocoscienza di un alter ego di Apatow, un famoso comico e produttore assai in voga a Los Angeles, attraverso una delle situazioni ideali—una malattia incurabile, apparentemente—per capire di cos'è fatta veramente la propria vita. Questi è George Simmons (Adam Sandler), il quale avendo sempre vissuto da solo con la sua fama trova al momento propizio la versione sfigata e più evidentemente irrealizzata di sé, Ira Wright (Seth Rogen), alle prime armi nello stand-up, che lo accudirà da nuovo miglior amico. In poche parole, per come l'ho capita io, abbiamo l'Apatow quarantenne che parla all'Apatow trentenne, e viceversa: ma come entrambi avessero il beneficio del senno di poi, di chi si è preso una pausa e ci ha pensato su, perché stavolta la vita suona molto più dura, le facce attorno—celebri o meno (fra le innumerevoli prime figura anche Eminem con gli occhiali, le cui lenti non antiriflesso ci costringono a dare più di uno sguardo alle luci di scena)—sono irricettive, esser perdonati dalla donna che si è idealizzata non è più la reale soluzione automatica alla propria sete di risposte. Per la prima volta, l'amicizia maschile avviene tra due esseri effettivamente diversi fra loro, il cui istinto di consolarsi a vicenda cede di fronte allo scontro: finalmente quello fra George e Ira è un rapporto vero, nel quale l'amico dice all'altro che ha sbagliato, e se non lo fa si sente dire dall'altro che gliel'avrebbe dovuto dire. Arrivano ad azzuffarsi sul serio, anziché succhiarsi simbolicamente l'uccello tutto il tempo. Il vero primo rapporto maturo fra due vite vissute—pur nei limiti non troppo ampi di quello che al momento può offrire Apatow—si conclude con un'epifania infantile nella quale uno dei grandi difetti dell'autore, la logorrea, fa un passo indietro e si guarda in faccia: George suggerisce delle battute all'amico, per «far pace», fra le quali spuntano fuori quella della Wii che fa ingrassare il sedentario e della nonna che mentre si domanda come mai il nipote sia così grasso gli allunga una bella teglia di parmigiana. Come a dire—interpreto—che forse è ora di smetterla sul serio, che non va più tutto bene in fin dei conti, che non si è poi tanto simpatici, che si merita di essere mollati, che idealizzare non serve a niente. Diamine: per questo film Seth Rogen è davvero dimagrito dieci chili! Le donne, da parte loro, ci sono sempre, ma sono quelle persone seriamente indipendenti che sanno mandarti a quel paese, anziché starti dietro fin quando non permetti loro di scodinzolarti accanto: se non vuoi realmente una famiglia, dopotutto, fottiti; se la tua mente puritana mi vorrebbe «illibata», fottiti—ho una vita anch'io, sai, e pedalo! Mesi fa persino la donna star di Molto incinta, Katherine Heigl, si lamentava con Variety che le femmine scritte da Apatow erano riflessi del suo sessismo di fondo, bisbetiche domate dall'irresistibile fascino del maschio sfigato e spassoso; non posso dire che le due signorine ivi in rappresentanza della categoria (l'onnipresente Mrs. Apatow, Leslie Mann, seguita dall'altezzosa Aubrey Plaza) non siano del tutto sempre delle bisbetiche, ma i passi avanti sul piano dell'interazione paritaria fra sessi mi sembrano evidenti. Il problema è che il resto di Apatow rimane, e non accenna a migliorare, come segnala preoccupantemente la durata dello sforzo, la più titanica fra le già non indifferenti delle precedenti: 2h26'—lasciate che ve lo sillabi: DU-E O-RE E VEN-TI-SE-I MI-NU-TI. In cotanto minutaggio, a meno di miracoli, deve esserci qualcosa che non va, momenti di motore ingolfato: ad esempio, perché un minuto intero e più in cui si dicono svariate «battute», rimpallate dai due amiconi, fossilizzate sull'accento germanico del vatusso (due metri e undici!) medico svedese? Il mondo è pieno di belle canzoni, ma in quante devono assicurarsi l'accompagnamento ad una sequenza a episodi? Di contro, si perdona volentieri il quasi-monologo dell'australiano Eric Bana (alla Mann è data occasione di mimarne l'accento, ma in italiano sembra solo l'attrice ritardata che il suo personaggio rivela essere nel film) che cita il suo Hulk (prima c'aveva già pensato esplicitamente Sandler) in due modi: opera in Cina e parla mandarino (Ang Lee!) oltre a rivelarci che «sotto la collera c'è il dolore, ma sotto il dolore c'è l'amore» (!). La terza citazione, purtroppo, è più sottile: anche l'Hulk di Ang Lee durava troppo. Giudizio: ![]()
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Finora, sebbene questa non sia una novità per i più accorti fra di voi, si è equivocato a tonnellate su quella che sarebbe la qualità «adulta» del cinema di Judd Apatow, newyorchese ebreo di provincia ora quarantenne, la cui filosofia di vita mi è sempre sembrata improntata ad una media ottusità sul ruolo maschile di eterno bambino, al quale è giusto perdonare tutto mentre cresce e «mette la testa a posto» perché …oh, è tanto simpatico. Lasciate che uno snob quale chi scrive senz'altro è rimarchi dunque con un certo sogghigno che questo suo ultimo lavoro, il primo che possa avvicinarsi seriamente a pretese di maturità, è stato ricevuto dal pubblico americano abbastanza freddamente: mi sento autorizzato a dedurre, concedendomi un po' di credito, che del suo cinema piaceva soprattutto il malinteso di cosa sia la maturità, nel caso in esame la voglia della metà maschile dei paganti di perdonarsi le proprie colpevoli frustrazioni e di quella femminile di accondiscendere alle stesse, perdonando i compagni o mariti. In Funny People, invece, se sei uno stupido egoista che non vuol crescere vieni mollato e rimani a girarti i pollici. Chiaramente, questo fa meno piacere all'autostima.









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