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| Tulpan – La ragazza che non c'era |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Mercoledì 21 Ottobre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Chi ricorda il documentario La storia del cammello che piange, ambientato in Mongolia, avrà un'idea abbastanza puntuale del mondo nomade ritratto nel film del kazako Sergei Dvortsevoy, anch'egli in precedenza documentarista, pure influenzato da una certa aderenza al «vero» quotidiano di una piccola famiglia allargata dispersa nel mezzo del nulla, esclusa da ogni contatto con quello che per noi è il tempo, la cui vita è cadenzata tutt'al più da ciò che noi—almeno, chi fra noi ha perso contatto con certi ritmi—abbiamo smesso di percepire come flusso delle ricorrenze naturali. Una tempesta di sabbia e la penuria di donne da maritare finché si è in tempo, pena il non poter condurre una vita propria, sono qui fattori da mettere sullo stesso bilancino, o sullo stesso colletto di una divisa da marinaio come fa il protagonista Asa (Tolepbergen Baisakalov).Rispetto al citato lavoro di Davaa e Falorni, di ormai cinque anni fa sebbene distribuito tardivamente da noi, Dvortsevoy decide di limitare l'accenno «esoterico» e l'attrito che lì nasceva dal minimo contatto con la modernità per rimanere in uno studio di modi e costumi, opzioni e scelte, seppur limitate. Il punto di partenza lascia subito fuori, ad esempio, la carriera da recluta in marina del ragazzo, che si manifesta giusto dalla sua divisa tirata fuori in bella mostra al puro scopo di far buona impressione sui genitori della ragazza del titolo, Tulpan, a sua volta invisibile se non, in una sola scena, di spalle. Asa vuole quindi una ragazza, e negli imponenti chilometri quadrati di vuoto dove può trovarla si intestardisce sempre più proprio sull'unica disponibile. Il sentimento per lei, assai ingenuo e coltivato nel più assoluto silenzio in solitario (sul retro del colletto alla fine spunterà proprio un tulipano, disegnato di fresco), è di certo sincero, ma dietro al desiderio per Tulpan c'è ovviamente tutta la pressione del ritorno alla vita reale dopo l'ovattamento sicuro in fondo al mare, un modello di società che funziona sull'equivalenza moglie=gregge nella quale chiaramente se manca l'una decade automaticamente l'altro. L'evidenza delle cose è talmente indiscutibile che questo modello non fa neppure in tempo ad apparire insopportabilmente patriarcale, neppure ad occhi che ormai dovrebbero rigettare i matrimoni combinati nei quali si fa appunto a scambio fra pecore, lampadari e figlie (guardando film autoctoni nessuno trova da ridire, ma quando la pratica è citata da Borat qualcuno si risente): così è, se si vuol sopravvivere in mezzo alla sabbia. Forte elemento comune rispetto a La storia del cammello che piange è invece l'impatto figurativo rintracciato nella lotta uomo-animale, lì una cammella che non vuole nutrire il proprio piccolo e qui un numero crescente di pecore, denutrite, che non riescono a far nascere vivi i propri agnellini. Lo «svezzamento» di Asa alla vita del nomade in cerca di stabilità giunge esattamente nel momento in cui riesce a ricongiungersi con quella che sarà probabilmente a vita la sua mansione, quando riesce ad aiutare con le sue sole mani una pecora nel parto—il secondo parto che vediamo, entrambi autentici e ripresi in piano sequenza in piena ottica naturalistica. Una visione più sgradevole che poetica, ma ad Asa—nonostante i disegni di fantasia—serve sapere che è così. Giudizio: ![]()
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Chi ricorda il documentario La storia del cammello che piange, ambientato in Mongolia, avrà un'idea abbastanza puntuale del mondo nomade ritratto nel film del kazako Sergei Dvortsevoy, anch'egli in precedenza documentarista, pure influenzato da una certa aderenza al «vero» quotidiano di una piccola famiglia allargata dispersa nel mezzo del nulla, esclusa da ogni contatto con quello che per noi è il tempo, la cui vita è cadenzata tutt'al più da ciò che noi—almeno, chi fra noi ha perso contatto con certi ritmi—abbiamo smesso di percepire come flusso delle ricorrenze naturali. Una tempesta di sabbia e la penuria di donne da maritare finché si è in tempo, pena il non poter condurre una vita propria, sono qui fattori da mettere sullo stesso bilancino, o sullo stesso colletto di una divisa da marinaio come fa il protagonista Asa (Tolepbergen Baisakalov).








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