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| Mercoledì 21 Ottobre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Per parte implicita denuncia politica—quasi in 70.000, per la maggior parte civili, sono morti fra gli anni '80 ed i '90 nelle Ande del Perù per gli scontri fra l'esercito e le guerriglie maoista e comunista—e per parte spaccato di semisviluppo latino-americano, attorniato da soprusi ed ignoranza alimentati ancora oggi nell'ambito di una popolazione con poche o nulle risorse per contrastarli, il film di Claudia Llosa si alimenta sia della vicenda emblematico-spirituale di Fausta (Magaly Solier, protagonista anche del precedente della regista, Madeinusa, non visto da me), figlia segnata dai fatti dolorosi del passato, sia della descrizione—si potrebbe dire—«pittorica» dell'ambiente umano sopramenzionato. Mi duole notare che, sebbene il film abbia le migliori intenzioni e desti di certo interesse, non mi sembra queste due metà si rafforzino necessariamente a vicenda.A questo proposito, non bisognerebbe tuttavia assegnare troppo peso alla volontà della regista di utilizzare la sua opera come vero e proprio strumento politico, almeno non in senso determinante: la Llosa si accontenta semmai di trovare un registro medio, di raccontare senza far troppo affidamento sullo script una storia emblematica, per osservare il Perù d'oggi, sfaldato fra il suo enorme retroterra arido-montagnoso di cultura povera e popolare da una parte e l'apertura all'oceano, fra Ande e Lima, dall'altra. Due ambiti per certi versi riprodotti anche nell'altra opposizione ferrea usata dal film, quella fra le baraccopoli al margine estremo della metropoli peruviana, limbo in cui persistono usanze e credenze folkloristiche, e la villa della pianista (Susi Sánchez), luogo di sfruttamento in cui Fausta si ritrova a lavorare per poter pagare il funerale della madre nella cittadina natia. Come si evincerà dalle linee guida che ho accennato, dalla pellicola non è assente una dose di mano pesante nel tracciare il centro tematico, che in compenso è riscattata almeno in parte dalla gentilezza geometrico-ornamentale della regista, che mantiene molto contegno nell'addentrarsi nei vari luoghi toccati dalla giovane protagonista, lungo i quali si disseminano pegni ed amuleti; in effetti par essere questo addentrarsi il motivo principale del film, che in buona sostanza segue Fausta nei giorni durante i quali per la prima volta diventa cosciente del «corpo estraneo» al suo interno, i suoi sforzi per onorare la memoria offesa della madre, e l'avventurarsi senza certezza alcuna in un futuro che non sembra roseo né per grazia della famiglia (lo zio Lúcido, interpretato da Marino Ballón, poco comprensivo e tutto preso semmai dal matrimonio cerimoniale della figlia) né a seguito della conflagrazione con la «padrona» (che le ha rubato una delle sue improvvisate canzoni). Il dritto «descrittivo» non riesce però ad aver del tutto la meglio sul rovescio, ovvero il sostanziale sfaldamento tematico-narrativo che tenterebbe di mascherare: il film fatica dapprima a focalizzare le proprie linee di sviluppo e finisce poi per lasciar decadere i flebili fili che aveva tirato in precedenza. Particolarmente trascurate risultano le dinamiche intercorrenti fra la protagonista ed i ruoli ritagliati per i personaggi secondari (sottosviluppati sono sia Aída che l'«aiutante» giardiniere Noé, Efraín Solís). Troppo spesso la Llosa si accontenta di tornare sugli inserti «di colore» dedicati ai matrimoni locali, usati più a mo' di superficiale decorazione che non come insight forte nel retroterra della vicenda centrale. Giudizio: ![]()
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Per parte implicita denuncia politica—quasi in 70.000, per la maggior parte civili, sono morti fra gli anni '80 ed i '90 nelle Ande del Perù per gli scontri fra l'esercito e le guerriglie maoista e comunista—e per parte spaccato di semisviluppo latino-americano, attorniato da soprusi ed ignoranza alimentati ancora oggi nell'ambito di una popolazione con poche o nulle risorse per contrastarli, il film di Claudia Llosa si alimenta sia della vicenda emblematico-spirituale di Fausta (Magaly Solier, protagonista anche del precedente della regista, Madeinusa, non visto da me), figlia segnata dai fatti dolorosi del passato, sia della descrizione—si potrebbe dire—«pittorica» dell'ambiente umano sopramenzionato. Mi duole notare che, sebbene il film abbia le migliori intenzioni e desti di certo interesse, non mi sembra queste due metà si rafforzino necessariamente a vicenda.








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