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| Linha de Passe |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Mercoledì 21 Ottobre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Datemi una megalopoli del mondo in via di sviluppo—o qualsiasi altra metropoli sufficientemente enorme, se è per questo—e vi darò drammi umani in via d'intersecazione o quasi. Molto rozzamente, mi sentirei di riassumere così l'intento di Walter Salles e Daniela Thomas, della cui collaborazione precedente non ho purtroppo conoscenza: Linha de Passe mi pare chiaramente un esempio di cinema da circuito, esportamentizio, pensato alla maniera della virulenta tattica americana del cinema indipendente da guerriglia—sfighe, patemi e ribellioni con musicona drammatica in sottofondo—che si è fatta linguaggio globalizzato-standardizzato. Dico questo a rischio di sembrare ingeneroso, come probabilmente sono, perché per più di metà i due registi riescono—o sembrano riuscire—a tenere insieme quel che parrebbe potersi costruire a racconto d'insieme.Purtroppo devo notare come, allorché si monta verso un'impalcatura da climax, all'interno della quale tutto deve più o meno risolversi (col che intendo anche con i cosiddetti finali «aperti», che ormai sono a volte più spregevoli di quelli «chiusi»), si palesa lo scoramento della premeditazione mal calcolata e generica: cos'è tutta questa follia, cui prodest? Se i procedimenti ad incastro sono in sostanza stranoti, la particolarità è che le varie storie parallele/incrociate (ispirate in realtà da fatti reali separati, e alla lunga si avverte molto) coinvolgono quattro fratelli della San Paolo povera, senza padri né futuro, ognuno dei quali vive un momento particolarmente sensibile nel proprio sviluppo mentre la madre (Sandra Corveloni) è nuovamente incinta—non si sa di chi—e dimostra sempre maggior difficoltà ad occuparsi della casa. La pellicola è ambientata nei mesi di mezzo del locale mite autunno/inverno australe, a cavallo fra maggio e settembre, rendendo la tessitura cromatica particolarmente imprendibile, cosicché brecce di cielo grigiastro possono interrompere in una scena una successione di inquadrature dove predomina invece un fulgido sole. Ne risulta un impatto spesse volte coinvolgente, per non dire pulsante, nonostante per il resto il tutto si regga ferreamente secondo le regole all'ingrosso del cinema «furbetto» da guerriglia sovramenzionato: onnipresente camera a mano, uso ubiquo di musiche, il saltuario ralenti traballante a comando, scarto avvertibile fra le parti (soprattutto all'inizio, fra gli allenamenti di calcio che ci regalano il doppio senso del titolo e le altre sequenze), profusione di montaggio usando svariate angolature, etc. I cineasti, in questi limiti, ci sanno anche fare, ma chi scrive non può non confessare di essere stanco di questo «stile internazionale» al macello. Il problema principale sorge però dalla poca focalizzazione della sceneggiatura, che come detto opta troppo presto per un climax di ampio respiro, tenendolo in alto troppo a lungo e finendo per far capire che non c'era una grande idea in merito a ciò che il racconto, nel suo complesso, dovrebbe significare e/o trasmettere. I quattro fratelli raggiungono ognuno il culmine di un percorso autonomo, non facendosi mancare gesti plateali di routine (il film si chiude, per dire, sul più piccolo Reginaldo, Kaiquede Jesus Santos, che si avvia «verso il futuro all'orizzonte» guidando l'autobus rubato al babbo in rimessa) ed accontentandosi di quattro (cinque, mettendoci dentro anche la madre in attesa—pun intended—a casa) mezze storie sulla difficoltà di vivere nei bassifondi. Giudizio: ![]()
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Datemi una megalopoli del mondo in via di sviluppo—o qualsiasi altra metropoli sufficientemente enorme, se è per questo—e vi darò drammi umani in via d'intersecazione o quasi. Molto rozzamente, mi sentirei di riassumere così l'intento di Walter Salles e Daniela Thomas, della cui collaborazione precedente non ho purtroppo conoscenza: Linha de Passe mi pare chiaramente un esempio di cinema da circuito, esportamentizio, pensato alla maniera della virulenta tattica americana del cinema indipendente da guerriglia—sfighe, patemi e ribellioni con musicona drammatica in sottofondo—che si è fatta linguaggio globalizzato-standardizzato. Dico questo a rischio di sembrare ingeneroso, come probabilmente sono, perché per più di metà i due registi riescono—o sembrano riuscire—a tenere insieme quel che parrebbe potersi costruire a racconto d'insieme.








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