| Titolo originale: |
id. |

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| Nazione: |
Stati Uniti
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| Anno: |
2009
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| Genere: |
Commedia
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| Durata: |
81'
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| Regia: |
Larry Charles
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| Sceneggiatura: |
Sacha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Mazer, Jeff Schaffer
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| Cast: |
Sacha Baron Cohen, Gustaf Hammarsten, Clifford Banagale, Chibundu Orukwowu, Chigozie Orukwowu, Josh Meyers
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| Produzione: |
Everyman Pictures, Four by Two, Media Rights Capital
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| Distribuzione: |
Medusa
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| Data di uscita: |
23 Ottobre 2009
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| Trama: |
Brüno è un reporter austriaco, dichiaratamente gay e notevolmente effemminato, che ha un sogno: divulgare attraverso la moda e i vestiti fashion la bellezza della cultura degli uomini a cui piacciono gli uomini. Attraverso un viaggio in cui si raffronta con persone di ogni tipo e platee televisive, lo vediamo voler adottare un bambino di colore, gingillarsi in giochi erotici di ogni genere, portare vestiti ai limiti del decente in ogni occasione. Ogni volta rischia il linciaggio per la sua palese irriverenza e superficialità, ma Brüno non demorde e continua a proporsi nel suo particolare modo. |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
La descrizione più fantasiosa ma probabilmente anche più folgorante della terza traversata di Sacha Baron Cohen dallo show televisivo al lungometraggio l'ha fornita Jim Emerson, che ne ha parlato come di un «remake parzialmente improvvisato della Üniversal Pictures di Le lacrime amare di Petra von Kant di RW Fassbinder (con un lieto fine!)». Quel «parzialmente improvvisato» dovrebbe in realtà coprire più del «parzialmente», perché—come chiunque abbia visto Borat sa—la collaborazione fra Cohen e Larry Charles è in buona sostanza costruita su una processione di filmati adattati a comporre un tutto in maniera molto precaria, portandosi dietro un bagaglio di problemi tipico di chi non ha ancora dimenticato il tubo catodico, il plasma o i cristalli liquidi. È poi assodato che gli autori mescolino il documento reale (esempio, le interviste a veri sprovveduti—qui il più poveraccio è il deputato repubblicano del Texas Ron Paul, uno che nel 2003 difese contro la Corte Suprema il diritto del suo stato a legiferare sulla sodomia) al puro mockumentary, il che facilita le incomprensioni. Ad ogni modo, l'accostamento Cohen–Fassbinder regge nella misura in cui si riesce a comprendere che il racconto, pensandolo nonostante tutto solo e soltanto come racconto, ruota intorno all'incapacità dello spocchioso e über-viziato germanico Brüno di farsi amare. Cosa glielo impedisce? La sua spocchia ed il suo vizio, la sua sete di moda e celebrità a pacchi e grida che dalle sfilate europee lo trasferisce sulla costa pacifica degli USA per eguagliare il massimo della notorietà mai raggiunta nella storia da suoi connazionali—più appropriatamente il governator Arnold Schwarzenegger che non il Führer Adolf Hitler, che per quanto potesse amare il cinema attore non l'è mai stato. Mentre perlustra le possibilità apertegli da Los Angeles, fallendo fragorosamente grazie al suo pessimo gusto che travalica qualsiasi confine caricaturale della frociaggine (beh, non so, forse non di troppo), il Nostro punta inconsciamente su alcune delle tecniche d'immagine preferite dai celebri etero (esempio, adottare un bambino africano al baratto) fino a capire che il problema per cui non ha successo è che è gay. In seguito a questa rivelazione, prova addirittura a farsi convertire al gusto etero, non riuscendo minimamente a farsi tentare. Purtroppo per lui, sulla sua gaiezza incompresa ha torto: il suo problema non è davvero l'orientamento sessuale, ma è il fatto che lui è un gay che travalica qualsiasi confine caricaturale della frociaggine, e con esso del buon senso umano grazie al quale anche il più bifolco elettore del Sud americano può accettare, per dire, che la figlia di Dick Cheney sia lesbica. Brüno è semplicemente un essere spocchioso e über-viziato che non potrà mai avere, per supposta posizione fashion ed ego, un rapporto paritario con gli altri—tranne, come specificato, per l'ottimistico «lieto fine». Nel che sta la grossa differenza con il precedente lavoro: dove Borat puntava soprattutto a testare il grado di sopportazione della (nostra?) falsa coscienza verso lo straniero incivilizzato, che si vedeva tornare indietro alla fine della barzelletta sotto forma di pupù in un sacchetto, Brüno porta la pupù subito in bella mostra come cattiva coscienza di Brüno stesso. Stavolta i malcapitati presi di mira non hanno troppo motivo per esser vilipesi: se vai ad un party per scambisti etero, per dirne una, è alquanto probabile e giusto che un maschio abbia da ridire se interrompi la sua intimità con la tipa del suo nuovo amico per convertirlo. Detto questo, è meglio non portare le analogie troppo in là, nonostante il fascino (forse perverso) dietro sia molto, perché si rischia di prendere un enorme granchio. Rimane, quanto alla forma, ad esempio, che Brüno è un collage che a stento resta assieme (non sono neanche convinto che l'intento che ho provato a spiegare venga rispettato molto coerentemente in ogni sequenza) e più che nel precedente lavoro fatica a mantenere un tono (il piacere digito-orale regalato al fantasma del defunto Pilatus dei Milli Vanilli di fronte ad un sensitivo si protrarrà forse troppo?). Se Brüno, molto alla larga, è la versione «maschia» di Petra von Kant, gli manca ancora l'esteta vero che lo metta a posto: il film di Fassbinder era di un rigore estenuante ed eccezionale—due ore divise in sole cinque scene, in un'unica stanza. Ma, qui sì, quella era effettivamente un'altra storia.
Giudizio: 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
I personaggi di Sacha Baron Cohen atto terzo, quasi fosse un novello Verdone che portava le sue macchiette televisive al cinema. L'eclettico attore porta ora sul grande schermo una sua creazione che era apparsa in qualche sketch addirittura nel lontano 1998, il reporter gay Brüno, che affianca il volgarissimo rapper Ali G (2002 al cinema) e il molto più ficcante e riuscito Borat (2006). Brüno sogna di essere portavoce e bandiera dei diritti dei gay: con il suo lavoro itinerante il bizzarro austriaco tutto esagerazioni e griffe (pure a militare porta Dolce & Gabbana) vuole rivendicare il diritto di avere un figlio (in televisione ad un talk show), scambiato con un iPod a tiratura limitata suscitando le ire del pubblico, ma a quanto pare non lo adotta per istruirlo e crescerlo, bensì per vestirlo alla moda. Il film, girato come se fosse un reportage in presa diretta, è quasi una sorta di burletta, tante piccole scenette senza senso legate tra di loro con un filo piccolissimo. Quando Cohen non sa bene che cosa fare si affida al nudo e al trasgressivo: vediamo in scena rapporti spericolati con il suo piccolo (di statura) amante, dominatrici nude con tacchi a spillo che lo frustano e ogni volta il rapporto con gli altri che inevitabilmente lo prendono di mira mentre lui fugge dopo aver fatto l'estrosità che la massa conforme non apprezza (queste fughe disordinate erano basi delle comiche di tanti anni fa, ma avevano un'altra atmosfera ed erano ben più credibili e gradevoli). La scena della parte finale dell'uretra che urla il nome del protagonista è decisamente straniante (preceduta da ogni possibile inquadratura dell'organo maschile che fa evoluzioni) ma è l'unica che può essere definita minimamente valida: tutto il resto è solo una accozzaglia di immagini mal messe che, al contrario di Borat, non ha nulla che può essere analizzato, estirpandone qualche contenuto valido dall'ironia di base. La sua durata (80 minuti scarsi) la dice tutta su quanto questo film abbia il fiato corto: chissà nelle riunioni di produzione le fatiche che avranno fatto il regista (Larry Charles, dietro la mdp anche con Borat) e lo sceneggiatore (Dan Mazer, su soggetto suo, di Cohen e altri) per decidere come arrivare al minutaggio minimo possibile per distribuirlo, facendo molto affidamento sulla popolarità dei personaggi gay nel cinema moderno (ormai, come detto più volte, se non ci infilano un personaggio anche minimo con questo orientamento non sono contenti). Brüno, di tutta l'iconografia del mondo gay attuale ha comunque ben poco: si rifà moltissimo ai tempi addietro di Tognazzi e Serrault del vizietto, è un personaggio talmente vuoto però di ogni credibilità comica, estroversa oppure contestante, tanto da non riuscire ad arrivare da nessuna parte. Se non fosse che Cohen è davvero bravo a fare mossette, cosa potrebbe divertirci/interessarci della scena in cui lui e una sua ospite si siedono su poltrone umane, oppure quella dove lui va vestito in mezzo ai rabbini con una mise davvero stravagante alla zuava? Non si ride (che era la cosa essenziale e in fondo l'unica richiesta: chiedere gli intenti di denuncia sarebbe stato da pazzi, viste le premesse), la camera a mano non ci dà l'idea e la sensazione di realtà, le scene di nudo/sesso stravagante non hanno nulla di erotico e il colpo finale arriva sulle note di «My Heart Will Go On» di Titanic e quell'incontro di wrestling davvero pacchiano. Preceduto da una campagna stampa simpatica, intelligente e furba che pareva darci una commedia decente con molti aspetti irriverenti, questo è uno dei film più vuoti degli ultimi tempi, che ci fa rimpiangere il costo del biglietto e il tempo (fortunatamente poco) perso.
Giudizio: 
Recensione di RICCARDO RUDI
Da inviato kazako a gay modaiolo austriaco, Sacha Baron Cohen colpisce ancora con la sua irriverenza e «disgustosi» abbigliamenti indecenti e provocanti, proponendo un altro personaggio dall’incredibile forza ironica e di critica sociale. Seguendo la scia del successo di Borat: Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Brüno tenta in un modo o nell’altro di superare il limite del precedente film, emulandolo molto da una parte, ma divertendo in maniera spropositata e scandalosa. La macchina da presa diventa un occhio nascosto che assimila le reazioni delle persone di fronte all’irriverenza di Brüno. La comicità fortunatamente non è fine a sé stessa: ciò che viene mostrato durante il film è un piccolo spaccato della società, ma mentre nel precedente Borat l’ironia verteva soprattutto sul disagio e sul pregiudizio che suscitava il protagonista nelle sue improbabili azioni, in Brüno l’umorismo si concentra sul protagonista, costruendo l’humour più sul messaggero che sul messaggio, benché le pretese del film siano quelle di divertire a priori, e di far riflettere a posteriori. Uno degli espedienti narrativi che caratterizzano questo film, così come in Borat, è l’intrusione nel mondo dello spettacolo e non solo, carpendo attraverso la trasgressione la risposta del tutto imprevedibile della gente che vede questo ambiguo personaggio agire contro ogni regola socialmente etica, e il quale fa di tutto per poter creare disagi e disordini. Sebbene sia uno dei punti forti del film, è anche la parte più ambigua poiché apparentemente è fin troppo artificiosa la reazione delle persone, e questo fa dubitare della spontaneità di chi entra in contatto con Brüno/Sacha Cohen. Sicuramente ci sono scene costruite meticolosamente per renderle più realistiche possibili. Secondo le note della produzione, il film è pericolosamente costruito sull’imprevedibilità. Già in Borat la troupe ha rischiato un’infinità di volte la vita, letteralmente, e in Brüno non viene smentita questa costante di follia. Gli scontri con le forze dell’ordine, da quanto raccontato, sono stati maggiori rispetto al precedente film, ma la polizia era il minore dei mali e il rischio insito nella provocazione della figura di Brüno è altissimo. Le location del film spaziano da Milano a Parigi, sino a New York, variando l’ambientazione e l’interazione con le diverse società che si incontrano. La scena più pericolosa ma allo stesso tempo più esilarante è quella dove Brüno vuole favorire le negoziazioni di pace in Medio Oriente, e poi l’interazione con veri terroristi. Oppure quando a Israele Sasha Baron Cohen esibisce parti del corpo e viene inseguito da una folla di furiosi, pronta a far male davvero all’attore per il suo comportamento immorale. Insomma c’è una insana volontà nell’espandere il verbo di Brüno il più lontano possibile. Tra le scene molto divertenti c’è quella del talk show, dove Brüno, adottato un bambino di colore, affronta un pubblico indispettito. Infatti il neo-genitore Sasha Cohen, annunciando che ha scambiato il bambino con un iPod, viene assalito dall’indignazione del pubblico afroamericano. Questa scena mostra con divertimento la depravata e sconvolgente educazione del modaiolo Brüno, e le risate sono assicurate. I crediti finali hanno una imprevedibile sorpresa, un video dove partecipano parecchi volti noti del mondo musicale. Questo film è un altro colpo basso di Sasha Baron Cohen, che politicamente scorretto, senza vergogna e senza esitazioni sfida la pazienza della società.
Giudizio: 
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