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| La battaglia dei tre regni |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Lunedì 26 Ottobre 2009 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE La versione all'ingrosso per il mercato estero del primo film in patria di John Woo dopo diciassette anni da emigrante alla Mecca d'Occidente è più o meno, per chi ha il piacere di ricordarseli, come i riassunti in un'unica puntata delle biforcate (o triforcate) avventure televisive di una famosa nobile guerriera nostrana, la principessa Fantaghirò (ne approfitto per patrocinare la sua causa presso la neonata Cinecittà milanese: d'altronde più paladina di libertà di lei ce n'è poche): un festino messo a soqquadro. Le sforbiciate unite a rattoppate diluizioni sintetiche (precario spiattellamento iniziale dei fatti ad opera di voce narrante, presentazione dei personaggi con didascalie, dissolvenze incrociate un po' così, etc.) riguardano soprattutto quella che in Cina è stata la prima parte, per risparmiare l'in effetti meglio controllata seconda.Ciò non toglie che, in buona sostanza, ed intuibilmente non per colpa dei tagli, è sempre di un prodotto alquanto svogliato che si tratta; il che dovrebbe essere paradossale, per un film che si vanta di essere il più costoso (e, facciamo l'equazione, visivamente sfarzoso) finora mai prodotto in tutta l'Asia. Woo si limita in realtà a coprire le battaglie alla maniera impiegatizia dei locali drammi epici in costume, usando i grandi spazi senza grandi voli (l'eccezione è l'alquanto pacchiano dispiegamento aereo di navi, frecce e soldati moltiplicati digitalmente; gli effetti digitali non fanno neanche un gran bel lavoro nel far volare una colomba bianca computerizzata in un long take in volo di quelli che vorrebbero farsi molto notare, e magari essere anche poetici), per il resto proponendo poco più di una serie di mezzi primi piani e primi piani di gente che parla. Completano il piatto occasionali zoomate e ralenti a piacimento. Ci si può ovviamente dilungare—ma non poi tanto—su quanto rimanga dell'«autorialità» di Woo: se volete avere pane facile da masticare, per rendervi la vita semplice potete ad esempio deliziarvi—oltre che con la colomba, che trasmette sempre tanta pace—con quanto sia emozionante vedere due nemici che si puntano due spade a vicenda in luogo di pistole. Ma da qui a parlare di un «ritorno alla forma», come potete leggere altrove, ce ne passa; oh, se ce ne passa. Quanto alla sceneggiatura coautorata dallo stesso Woo—o almeno, a quella sforbiciata che ci è dato ricavare—questa rimane approssimativa nel venire alle dinamiche intercorrenti fra i personaggi, per tacere del lato storico, e ciò si ripercuote sull'intera catena di reale significato che potrebbe meglio riportare a galla i temi cari al regista, che da qualche parte si intuiscono ma cui infinitamente meglio era dato impatto drammatico nei suoi mélo noir del periodo hongkonghese. Nel parlare della sua visione d'autore, per quanto il film possa risultare passeggero, va però quantomeno riconosciuto a Woo di non aver asservito questo suo sforzo a spiacevolmente accentratori compromessi politici, al contrario di quanto avvenuto—nonostante si possa tentare strenuamente di difenderne le «contraddizioni interne» segno di «resistenza», che vengono un po' meno quando uno si mette compiaciuto ad organizzare parate di Stato d'autoritaria armonia—nei parenti recenti di Zhang Yimou. E questa è una cosa che si può dar per acquisita indipendentemente dalla versione monca—la quale, è d'obbligo precisare, è da prender con le molle soprattutto per quanto concerne lo sviluppo dello script; sulla modesta ispirazione stilistica, invece, credo ci sia poco da ricredersi. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI John Woo torna in Cina dopo la lunga trasferta americana, riceve un budget faraonico (ottanta milioni di dollari, il più alto per il cinema di Pechino) e realizza un film della durata monstre di quasi quattro ore, incentrato sulla trasposizione de «Il romanzo dei tre regni», sorta di epopea cinese fondamentale per la storia del paese. Purtroppo per tutti noi l'edizione europea dura molto di meno, 148 minuti totali: la storia wuxia doveva essere divisa e distribuita su due film, ma invece si è pensato ad un'ampia dolorosa sforbiciatura (io parlerei di terribile amputazione) che ha reso il lavoro di John Woo praticamente una sorta di unica lunga pirotecnica battaglia con pochissime interruzioni. Inutile dire che operazioni commerciali di questo tipo avranno sempre e comunque la nostra disapprovazione totale, speriamo che tra qualche mese l'uscita del dvd/Blu-ray (anche con i sottotitoli) possa rendere giustizia e regalarci l'opera completa.Detto e disapprovato questo, passiamo a raccontarvi quel circa 60% di film che ci è stato permesso di vedere. Siamo nel 208 D.C., e il crudele generale Cao Cao riceve il compito dall'imperatore di conquistare le terre del Sud della Cina, governate da reggenti locali che non accettano di piegarsi ai loro voleri. A capo di un imponente esercito e di una flotta navale di 800.000 uomini e un numero impressionante di barche (la CG ha dovuto lavorare sodo per riempire il fiume della storia con tutti quei natanti), Cao Cao parte; ma, sapendo di avere contro un nemico formidabile, i comandanti delle varie zone decidono di unire le forze per respingerlo. L'abile stratega dell'esercito dei rivoltosi elabora un raffinato piano per la vittoria, ma che deve avere anche un importante aiuto da dove meno te l'aspetti. La sequela di nomi orientali per noi praticamente indistinguibili (il film li presenta con una didascalia) ha fatto sì che evitassimo il consueto lavoro di abbinamento personaggio/attore. Possiamo solo dirvi che il cast del film è stellare: vicino ad attori del calibro di Tony Leung (caro a Wong Kar-wai) e del Johhny Depp asiatico Takeshi Kaneshiro, c'è un folto numero di caratteristi di ottimo livello. John Woo in fondo ha fatto qualche bel film (come Hard Boiled) ma solo uno veramente da ricordare, Face/Off con Travolta/Cage, e adesso si scatena per reclamare un predominio rispetto ad altri grandi autori (come Zhang Yimou) che avevano fatto dei wuxia di grandissimo livello. Ovviamente se questo film sia grande o meno non lo possiamo dire, con quel taglio mostruoso diventa impossibile un giudizio obbiettivo e valido; quello che è sicuro è che il film ha una verosomiglianza con il possibile davvero labile, ci sono tutte le scene action care al regista, voli, oggetti/armi afferrati al volo in maniera acrobatica, salti, eroi singoli che affrontano eserciti, ma soprattutto una scena con le balestre che non ha nessuna possibilità storica di essere – d'altronde l'arma l'aveva già messa anacronisticamente Scott ne Il gladiatore, chi era Woo per non farlo? Incredibile la scena delle frecce sulle barche, natanti di legno coperti di paglia che tornano al loro campo come se fossero dei puntaspilli. Tralasciando il comparto coreografico delle battaglie e degli scontri all'arma bianca (a dir poco strepitoso visivamente), abbiamo presenti le immancabili colombe bianche che il regista mette praticamente in quasi tutti i suoi film, le donne ago della bilancia e una serie di trovate che paiono prese dall'esercito romano e dalla sua epoca, come la testuggine fatta con gli scudi, gli specchi di Archimede e la flotta che pare quella di Cleopatra. Immancabile anche lo stallo messicano, realizzato qui con spade e arco. Probabilmente questo film nella versione di 240 minuti circa aveva anche una filosofia di base ben delineata, oltre al fatto che è l'amicizia che conta per vincere le battaglie e che a volte sono le piccole cose che cambiano i destini di una nazione, come una tazza di tè troppo colma (vedere per credere) o una donna intrapprendente non considerata dall'esercito; ma qui nella versione europea ogni approfondimento è inesistente – si parte, si combatte, si piroetta e si usano le armi in maniera rocambolesca (siamo in zona Hero come metodologia, ma si sprecano le frecce manco fossimo nell'esercito di Serse contro gli spartani), si fanno brevi ragionamenti di tattica e poi via ancora a legnare ed essere legnati di brutto. Praticamente il film è talmente veloce che entrate in sala e ne uscite senza accorgervi, non avete neppure il tempo di stancarvi per la maestosità delle scene; anche se alla fine l'azione e lo svolgimento tutto uguale risultano monotoni. La grandeur vi lascerà a bocca aperta: probabilmente è stato detto anche altro, ma noi per ora non lo sapremo direttamente, dovremo accontentarci delle informazioni che trapelano da chi ha visto la uncut. Il giudizio è difficile da formulare per chi scrive: rimanendo alla versione corta si può dire che ci sono scene di battaglie (anche navali) a dir poco gargantuesche, dirette e coreografate benissimo, lo sforzo economico si vede tutto, ma il film alla fine nulla d'altro mostra, la distribuzione si è voluta accontentare di salvare l'intera storia bellica ma non la comprensione dell'accaduto, le sue sfaccettature se c'erano qui non le abbiamo viste. Ci riserviamo di riprendere ed integrare questo articolo nell'eventuale uscita della versione completa. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Il bronzeo e il corrusco del fastoso impasto usato per La battaglia dei tre regni dal John Woo di Face/Off seducono lo sguardo, avviluppandolo in un’abbagliante rete cromatica, di cui fa parte persino il cinereo macabro dei cadaveri morti di tifo: il film è in effetti la solenne celebrazione di un evento mitico, avvenuto nel 208 d.C., della Storia del Celeste Impero eppure la ricchezza coloristica della tela impreziosisce malinconicamente soprattutto la commemorazione funebre dell’epica e degli anacronistici ideali. In controluce affiorano infatti nel continuo duellare di eserciti e di flotte le nobili ragioni sentimentali dei condottieri eroi: la stessa causa della guerra sta quasi celata nella tenda dell’ambizioso e crudele primo ministro Cao Cao ed è un delicato ritratto della bellissima Xiao Qiao, da lui amata ancora adolescente e diventata in seguito moglie devota del suo avversario.Ma i segreti intimi di una tazza di tè preparati da delicate mani muliebri sprigionano odori sensuali e visioni ossessive nella mente rude dei soldati in lotta di entrambi gli schieramenti: il bottino non è merce da conquistare o da difendere, bensì l’impalpabile essenza di uno specchio di mare fra i monti, sospinti nell’ombra i bollenti spiriti nazionalistici. Non è una Troia sotto assedio l’oggetto del contendere, bensì la natura che è solidale con chi scruta i moti del vento e della nebbia, nonché con chi interpreta la lingua dell’acqua quando bolle o sa evocare dalla materia grezza mirabili arpeggi in armonia. La pace dell’ordine cosmico la civiltà umana non sa più trovarla, pertanto le scogliere rosse, la scacchiera su cui giocano la partita i campioni, diventano la precaria utopia di una vittoria illusoria: «Qui nessuno ha vinto», dice il vicerè Zhou Yu, cosciente che astuzia, lealtà e cuore indefesso danno lustro alla Storia dei popoli, ma non la scrivono. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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La versione all'ingrosso per il mercato estero del primo film in patria di John Woo dopo diciassette anni da emigrante alla Mecca d'Occidente è più o meno, per chi ha il piacere di ricordarseli, come i riassunti in un'unica puntata delle biforcate (o triforcate) avventure televisive di una famosa nobile guerriera nostrana, la principessa Fantaghirò (ne approfitto per patrocinare la sua causa presso la neonata Cinecittà milanese: d'altronde più paladina di libertà di lei ce n'è poche): un festino messo a soqquadro. Le sforbiciate unite a rattoppate diluizioni sintetiche (precario spiattellamento iniziale dei fatti ad opera di voce narrante, presentazione dei personaggi con didascalie, dissolvenze incrociate un po' così, etc.) riguardano soprattutto quella che in Cina è stata la prima parte, per risparmiare l'in effetti meglio controllata seconda.
John Woo torna in Cina dopo la lunga trasferta americana, riceve un budget faraonico (ottanta milioni di dollari, il più alto per il cinema di Pechino) e realizza un film della durata monstre di quasi quattro ore, incentrato sulla trasposizione de «Il romanzo dei tre regni», sorta di epopea cinese fondamentale per la storia del paese. Purtroppo per tutti noi l'edizione europea dura molto di meno, 148 minuti totali: la storia wuxia doveva essere divisa e distribuita su due film, ma invece si è pensato ad un'ampia dolorosa sforbiciatura (io parlerei di terribile amputazione) che ha reso il lavoro di John Woo praticamente una sorta di unica lunga pirotecnica battaglia con pochissime interruzioni. Inutile dire che operazioni commerciali di questo tipo avranno sempre e comunque la nostra disapprovazione totale, speriamo che tra qualche mese l'uscita del dvd/Blu-ray (anche con i sottotitoli) possa rendere giustizia e regalarci l'opera completa.
Il bronzeo e il corrusco del fastoso impasto usato per La battaglia dei tre regni dal John Woo di Face/Off seducono lo sguardo, avviluppandolo in un’abbagliante rete cromatica, di cui fa parte persino il cinereo macabro dei cadaveri morti di tifo: il film è in effetti la solenne celebrazione di un evento mitico, avvenuto nel 208 d.C., della Storia del Celeste Impero eppure la ricchezza coloristica della tela impreziosisce malinconicamente soprattutto la commemorazione funebre dell’epica e degli anacronistici ideali. In controluce affiorano infatti nel continuo duellare di eserciti e di flotte le nobili ragioni sentimentali dei condottieri eroi: la stessa causa della guerra sta quasi celata nella tenda dell’ambizioso e crudele primo ministro Cao Cao ed è un delicato ritratto della bellissima Xiao Qiao, da lui amata ancora adolescente e diventata in seguito moglie devota del suo avversario.









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