Visto ieri sera, ancora lo devo assimilare per capire quello che va e quello che
non va. Senza dubbio un film che ha del coraggio.
non va. Senza dubbio un film che ha del coraggio.
| Incassi al 14/03/2010 |
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| Nel paese delle creature selvagge |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Venerdì 30 Ottobre 2009 12:26 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Un bambino, come un uomo, fermo nell'eterno stato epifanico del suo mondo: i suoi giochi, i suoi sogni, i suoi bisogni. In questa nuvola si ritrova ora, come in un ulteriore recesso verso la genesi dell'artista o dell'uomo comune, lo Spike Jonze che ha lasciato il Charlie Kaufman sceneggiatore dei suoi due precedenti sforzi, Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee. Com'è successo nel caso di Michel Gondry, altro partecipe realizzatore dei pizzicori kaufmaniani dell'esistenza, sebbene con ben più difficoltà produttive che rischiavano di far saltare sul serio l'intera baracca, gli stessi echi irrequieti rientrano per simili vie: parti della poetica di Kaufman nelle vecchie collaborazioni si spezzano e continuano ad essere riusate, parzialmente perseguendo gli stessi orizzonti, quasi si trattasse di parti mentali trigemmellari—nei quali ogni gemello nasce assai simile agli altri, ma in tre posti e tempi diversi.L'aspetto che trovo più maligno della suddetta poetica è una spiccata tendenza al vittimismo, all'esasperare e far dramma della propria condizione di miseria, in una sorta di set teatrale con lo spazio scenico in perenne costruzione. Tale misera condizione si ciba di enfasi letteraria, una qualche fede nella mancanza di senso e, se posso, anche la presunzione di star dicendo con ciò una possibile parola definitiva sull'esperienza di noi tutti—anche se, mancando il senso, non si sa di preciso quale, se non appunto una parolina sulla mancanza di senso. In Synecdoche, New York, debutto alla regia di Kaufman ancora inedito da noi, il protagonista Caden Cotard (interpretato dal Philip Seymour Hoffman più accasciante mai visto, nel senso negativo) doveva giungere alla conclusione che «Tutti sono tutti»: che lui, artista perennemente depresso ed incapace di vivere per le sue proiezioni anticipate di morte, è esattamente simile a chiunque altro—lui, in pratica, sarebbe anche te lettore, me recensore, ed il mondo intero. Se così fosse, saremmo tutti tristemente fottuti. Così, Nel paese delle creature selvagge sembra scegliersi una figura di bambino «problematico», i cui problemi sono quelli attuali da un po' dell'infanzia negata, delle famiglie spezzate e dell'indifferenza dei grandi. Il che, sia per chi ha amato il film sia per chi l'ha trovato eccessivamente serioso, ci potrebbe riportare ad una sorta di universalizzazione—con contestuale sovrastima—del dolore infantile. Si nota da più parti perciò che questo non sarebbe in realtà un film adatto ai bambini—troppo deprimente, troppo cogitabondo, troppo pauroso—ma una veduta da adulti sul bambino scomparso in noi: Jonze e Dave Eggers rileggono il racconto illustrato di Maurice Sendak aggiungendo un recondito senso di desolazione, laddove compariva una breve storiella su un bambino dispettoso che alla fine ha nostalgia di casa e della sua cena calda che lo sta aspettando. Da parte mia, questo è esattamente il motivo per il quale i bambini dovrebbero vederlo e i genitori dovrebbero restar loro accanto, non semplicemente per reggere i rinfreschi acquistati all'ingresso. Che il dolore del piccolo Max (Max Records) sia sovrastimato per fini emotivo-estetici nella pellicola è una facile concessione, ma regge come premessa al di là del fatto che l'infanzia non sia necessariamente così. È anche un tempo di vera gioia, assieme al principio di tristezza che pian piano ci si porta dietro. Tuttavia può esserlo, o almeno richiede uno stesso passaggio di consapevolezza. Da questo punto di vista, Jonze ed Eggers non mi sembrano in realtà parlare di quell'età e della nostalgia che provano per la stessa, della paura per il suo venir meno; piuttosto, il film affronta il traversamento da quell'età, che si accetta a malincuore come «viziata», verso una conoscenza basilare della vita: è tutto molto complicato, e nel momento in cui lo capirai acquisirai i veri strumenti per cominciare a gestire te stesso, ma soprattutto quel po' di amore che, nonostante tutto, sarai forse tanto fortunato da incrociare. Per questo alla fine Max tornerà a casa, non solo perché è annoiato ma perché ha iniziato a capire. È una concessione di debolezza, che avverto come indubbiamente personale da parte degli autori. Delle creature sorprende soprattutto—ma appare normale in virtù di quanto detto—il modo di (non?) comunicare parlandosi addosso, come trentenni dissestati in una seduta di analisi di gruppo nella quale dopo un po' regna il caos: i rapporti si sfaldano, le insicurezze montano, gli amici ti abbandonano, tra un po' non ci sarà più nessuna delle tue vecchie certezze a confortarti. (E non hai ancora un posto fisso!) Queste creature sono selvagge come già è la vita reale di Max: sono copie dei suoi genitori separati, della sorella, delle loro incomprensioni, recriminazioni e mancanze reciproche. Ma per quanto parlano, spesso a vanvera, tutti questi amiconi feriti dal casino dell'età adulta, dalle proprie fortezze che non reggono, manca poco che i dialoghi sembrino scritti dal nostro stimatissimo super-complessato Judd Apatow—il che, purtroppo, non è esattamente il massimo. In compenso, che il caos regni nella selva oscura non viene a gridarcelo in ralenti il primo piano di una volpe. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Ricordate Spike Jonze, quello di Il ladro di orchidee e del sublime Essere John Malkovich? Ora, dopo una sequela di regie rifiutate per non perdere la propria indipendenza artistica, torna dietro la mdp per dirigere e dilatare un libricino per bambini («Where the Wild Things Are» di Maurice Sendak) amatissimo nel mondo anglosassone e completamente sconosciuto in Italia. Un film decisamente off, sia per il fatto che praticamente ha un unico personaggio umano attorno al quale c'è un mondo di giganteschi pupazzi (realizzati nella solita maniera ineccepibile dal mago di queste cose, Jim Henson dei Muppets), sia perché il tono rimane sempre molto fanciullesco e la trama prosegue con cose piccolissime, zuffe, alterchi minimali e costruzioni di abitazioni che la rabbia distrugge molte volte senza ragione.Fa freddo, c'è la neve; il protagonista della storia è Max (il piccolo Max Records), un bambino che la sorella non considera minimamente, in crisi totale per la distruzione del suo igloo da parte di alcuni ragazzi. Max reagisce brutalmente e fa una scenata alla madre (Catherine Keener) davanti al suo fidanzato (Mark Ruffalo); vestito con un costume con cui si sente protetto, scappa e fa un viaggio in barca che lo porta a una terra misteriosa. Qui incontra varie creature gigantesche, perennemente in lite tra loro per piccolezze, che lo eleggono re. Il piccolo Max ha trovato un luogo accogliente, ma i problemi sono appena iniziati. Decisamente era difficile anche per un artista come Jonze centrare l'obiettivo di rimanere fedele ai disegni del testo originale e proporre qualcosa di valido ed estroverso. E, lo diciamo con estremo dispiacere, purtroppo l'obiettivo è mancato: la storia troppo modesta e concentrica risulta monotona, i personaggi delle creature animali sono figurativamente accattivanti ma ben poco interessanti, piatti, definiti il minimo nel carattere, tutto è ristretto alla fanciullezza che si ribella al fatto di non poter avere un luogo per coltivare sogni ma poi deve tornare alla mamma, al mondo reale perché solo con esso può vivere nel lungo tempo. Troppo poco, davvero un'inezia: si vede che tutto è stato studiato per essere buono (anche le strane architettoniche) ma purtroppo la base su cui lavorare era davvero troppo bassa per darle spessore al cinema. Alla fine anche i bambini si saranno stancati dal vedere tenerezza velata da una patina di malinconia, con una storiellina minimale senza venature avventurose, dove il gioco sta solo nel fatto che alla fine Max riconosce se stesso in Carol, nelle sue sfuriate ed arrabbiature, decide che in fondo anche gli altri vanno capiti ed è il momento di perdere la corazza iconizzata dal costume che ha addosso. Arriviamo alla fine con difficoltà e solitudine, non siamo accompagnati dal film che si disperde in cose che non entrano, raduna figure ma non emozioni. Al di fuori di questo, grandioso il cast di doppiatori originali (James Gandolfini, Forest Whitaker, Chris Cooper), il paesaggio di sabbia con le figure raminghe è molto bello, quasi da Star Wars capitolo IV, simbolo anche questo di una iconografia perfetta e ricercata da un fine espositore; purtroppo altre cose non ci entusiasmano. Non sempre le ciambelle escono con il buco, anche se l'impegno profuso è stato tanto e sincero. Lo chef era sopraffino ma non ha potuto fare miracoli con così pochi ingredienti. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
Commenti (3)
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