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Nemico pubblico Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Venerdì 06 Novembre 2009 01:00
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Titolo originale: Public Enemies Nemico pubblico / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2009
Genere: Biografico, Drammatico, Poliziesco, Storico, Thriller
Durata: 140'
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura: Ronan Bennett, Michael Mann, Ann Biderman
Cast: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff, Stephen Lang, Channing Tatum, Leelee Sobieski, Emilie de Ravin, Giovanni Ribisi, David Wenham, Rory Cochrane, Lili Taylor, Carey Mulligan, John Ortiz, James Russo, Christian Stolte, Jason Clarke, John Judd, Michael Vieau, Wesley Walker, Branka Katic
Produzione: Universal Pictures, Relativity Media, Forward Pass, Misher Films, Tribeca Productions, Appian Way
Distribuzione: UIP
Data di uscita: 6 Novembre 2009
Trama: Nel 1933, John Dillinger evade dal penitenziario di stato dell'Indiana e, assieme ad altri membri della sua banda, fra i quali Alvin Karpis e Baby Face Nelson, si avventura in una serie di violente rapine in banca. Le sue attività criminali causano presto una risposta decisa del direttore dell'FBI J. Edgar Hoover, che assegna il caso all'agente Melvin Purvis. Intanto, Dillinger si innamora della bella Billie Frechette.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Nemico pubblicoVogliate anticipatamente scusarmi per l'impostazione anticultista che questo scritto subito assumerà e mai lascerà; in realtà questa è la recensione di un buon film. Però. Per la continua rivoluzione che Michael Mann sarebbe nel linguaggio-cinema, specie da quando si è appassionato al digitale (il Futuro, gira voce, anche se c'è già), c'è ormai un nutritissimo culto, alimentato con ermetico vigore retorico: l'argomento caro al culto si potrebbe riassumere dicendo che Mann sta rivoluzionando «lo sguardo», espressione assai cara ed utile alla critica cinematografica di ogni risma perché attraverso di essa si può lanciare come da una torre una serie infinita—e anche, il più delle volte, strategicamente indefinita—di mirabolanti dissertazioni. Ora, l'entusiasmo e l'ammirazione per questo autore sono certamente meritati, ma non dovrebbero arrivare al punto di mistificare il suo cinema attuale a favore delle zelanti iperboli. Non riesco a togliermi di testa, per ogni equivoco «sguardo» che possa venirvi voglia di tirar fuori, una video-intervista del Guardian a Mann dello scorso luglio, nella quale la questione di cosa in special modo interessa al regista è riportata ad un livello molto meno invalicabile.
Il giornalista Jason Solomons insisteva più volte nel chiedergli della sua fascinazione per le armi e le sparatorie, cercando una ragione estetica profonda («lo sguardo», suppongo!) oltre che tematica; ogni volta Mann rispondeva però, con enorme frustrazione dell'intervistatore, che le armi ci sono perché ci sono—è un film che come protagonista ha John Dillinger, dopotutto—ma che ad interessarlo non erano le «coreografie» con armi da fuoco—le quali, va da sé, non mancano—quanto la sequenza prefinale nella quale Dillinger (Johnny Depp) è nel cinema Biograph ignaro che fuori ad attenderlo ci sono Melvin Purvis (Christian Bale) e i suoi uomini: cosa sta pensando in quei momenti? Asserisce Mann: «Il secondo in cui si dimentica l'imperativo drammatico è il momento in cui si scade nella mancanza di senso». A Mann, in parole povere e molto poco mirabolanti, interessa quello che è sempre interessato alla gran fetta della produzione cinematografica: raccontare una storia, descrivere fatti ed emozioni di personaggi. Cosa pensava Dillinger scrutando sullo schermo un personaggio a lui ispirato, con le fattezze di Clark Gable che adesso, evidentemente, sono esattamente le sue?
È per l'evidenza di questa domanda fondamentale che non si potrebbe con onestà non notare che in questo film all'imperativo drammatico non è data affatto l'importanza di cui ci sarebbe bisogno. Tematicamente è chiaramente una pellicola nel solco della poetica manniana del conflitto, ma al di là di questo quella domandina su Dillinger non viene granché formulata, né sostanziosi elementi vengono forniti per farsi un'idea non lasciata alla suddetta, preesistente linea tematica. Perdonatemi ancora una volta qui se mi metto ad elencare personaggi, ma sarà il caso. La sceneggiatura dello stesso Mann con Ronan Bennett e Ann Biderman non si prefigge di delineare nessuna personalità, neppure—si badi bene, ché non parlo affatto di mera trama da abbecedario—nei contorni minimi che rendevano esistenzialmente indelebili i nemici bifacciali Al Pacino e Robert De Niro in Heat: Dillinger e Purvis esistono purtroppo solo perché esistono, la statuina Billie Frechette (Marion Cotillard) va presa sotto la propria ala sol perché è così che vanno le cose, gli altri della banda nonché ogni singolo altro secondario di passaggio rimangono perennemente in stato «non pervenuto». (Sebbene troppo bello per il ruolo, Billy Crudup si gingilla con una fedele imitazione vocale di J. Edgar Hoover, prima di sparire anche lui.)
Public Enemies è così sì—e non potrebbe non esserlo—un film sul conflitto (ai vari livelli, tutti ampiamente risaputi: singolo/legge, bandito/mafia organizzata, bandito/poliziotto, uomo/immagine pubblica, etc.), ma lo rimane esclusivamente allo stadio di vaga patina. Patina digitale, certo. Il che, complici anche non specificati meriti intrinseci assegnati alle (non sempre chiarissime) scelte stilistiche di Mann (le quali continuano, in larga parte, a far quello che Mann ha sempre fatto), è anche ciò che piace ai cultisti, che sono sempre attenti, quando concedono quanto detto, a porre al bando simili pochezze osservando magari con sdegno che il tutto è in realtà segno di «complessità» in una riflessione «dolorosa» sull'esistenza—ma va da sé che, essendo tutto molto complesso, non sono riuscito a leggere nulla su questo film che sappia effettivamente penetrarlo oltre quanto, non molto, ho potuto comprendere anch'io. Perché poi, sapete, si può invocare tutta la complessità del mondo, ma quando un film spiega e rilancia la carta della canzone del merlo («Bye Bye Blackbird»), riassuntiva come minimo del rapporto fra i due amanti infelici sulla cui nota si va a chiudere, i vestiti dell'imperatore sono quantomeno ancora in lavanderia.

Giudizio: 2.5


Recensione di RICCARDO RUDI

Nemico pubblicoI cineasti sono sempre stati attratti da personaggi che hanno segnato la storia della criminalità: figure pericolose e romantiche, dal grilletto facile, con cui è semplice affascinare lo spettatore e coinvolgerlo nelle rocambolesche fughe dalla legge e mortali duelli e sparatorie. Dopo il successo di Collateral, Micheal Mann, con il saggio di Bryan Burrough, riesce a raggiunge nuovamente un obiettivo raffinato ma non innovativo per via dell'eccessiva produzione cinematografica sul gangster movie.
La figura del criminale «eroe» è già nota: in Nemico pubblico John Dillinger non smentisce questa figura e le sue vesti vengono indossate perfettamente da Johnny Depp, il quale si mostra anche stavolta un attore poliedrico che sa adattarsi a qualsiasi ruolo. Un difetto principale rimane nella forzatura della sua caratterizzazione: per tratteggiarlo a 360 gradi vengono sfiorati solo alcuni aspetti del suo carattere, non rendendolo realistico. Ciò che risalta è la granitica forza di Dillinger, e in poche occasioni emerge una debolezza umana realistica. Il suo essere amante e «amico» vengono messi da parte per l'aspetto del vero duro.
Christian Bale, nei panni del detective Purvis, si rivela essere un personaggio molto complesso. Il conflitto con Dillinger viene presentato come motore principale della storia e l'intero film si evolve intorno alle tattiche di cattura guidate da Hoover (Billy Crudup). C'è una simbiosi poetica tra i due personaggi, che si consuma tragicamente in un finale pieno di una drammaticità consapevole e inevitabile. Al gangster movie si affianca timidamente la storia d'amore tra Dillinger e Billie Frechette (Marion Cotillard), protetta dalla fuga di lui e dal silenzio di lei.
Divenuto il «bandito gentiluomo», John Dillinger ha saputo cogliere la notorietà denigrando la sicurezza e le certezze del governo. Il suo essere icona derivava proprio dal suo modo di ribellarsi e controllare le redini della crisi che imperversava in quel periodo, esprimendo il malcontento represso dei cittadini. La nomea di Dillinger fu possibile grazie allo sfruttamento dei media, divenendo oggetto di informazione e di scandalo proprio per diventare portatore del messaggio alla Robin Hood. Questo tipo di approccio è identificabile con numerosi criminali a cui è stata dedicata una biografia; è un comun denominatore che lega i gangster con la sete di notorietà.
Micheal Mann e la sua équipe ripropongono lo scenario e le ambientazioni degli anni '30 con fedeltà. L'attenzione al dettaglio e alla ricostruzione dell'ambiente è stata possibile grazie alle vere location – nel Midwest, fra il Wisconsin e Chicago – in cui sono state girate numerose sequenze. Un lavoro che ha ottenuto un ottimo risultato estetico, evidenziando anche stavolta lo stile esibizionista del regista nella cura scenografica e costumistica. In una sintesi tra gangster movie, noir e western, Nemico pubblico può sbalordire con il fascino incontrastato di una storia ambientata negli anni '30.

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Nemico pubblicoEd eccolo, finalmente, il nuovo attesissimo film di Michael Mann (regista di talento non molto prolifico come numero di film, che ha realizzato cult come L'ultimo dei Mohicani con Daniel Day-Lewis o Heat – La sfida con il grande incontro Pacino/De Niro), con tre protagonisti d'eccezione, Depp (John Dillinger), Christian «Cavaliere oscuro» Bale (il detective mastino Melvin Purvis) e il premio Oscar per La vie en rose Marion Cotillard (Billie, la fidanzata di Dillinger; la Cotillard somiglia tremendamente alla nostra Giovanna Mezzogiorno). Purtroppo, l'attesa e le premesse di alta gloria per questo film non sono state compensate (ci siamo trovati nella stessa situazione di speranza delusa per Baarìa): l'opera è raffinata, diretta da mani decisamente sicure, ma purtroppo non contiene scene cardine da trasporre alla memoria e neppure dialoghi da rendere immortali in giochi di citazione (come per esempio fu il grande film di De Palma Gli intoccabili con «Sei solo chiacchere e distintivo»).
Con un rigore storico ottimo di base ma non proprio blindato, Nemico pubblico narra le vicende del gangster John Dillinger (1903-1934) specializzato nei furti alle banche, evaso ben tre volte dal carcere e che con la sua banda venne inseguito dal Federal Bureau (antesignano dell'FBI moderno) a lungo, diventando un incubo negli anni della grande depressione seguita al crollo di Wall Street del 1929. Ma il furbo Dillinger, come ogni romantico criminale (così comunque lo dipinge Mann) per scelta morale o per convenienza, seppe attirarsi le simpatie del popolo distruggendo durante i furti i registri contabili che contenevano i nomi di persone cadute in disgrazia e rimaste senza il becco di un quattrino (ci viene in mente la similitudine di logica con la scena sul fiume di Le ceneri di Angela di Alan Parker con le distruzione del libro mastro). In questo modo la polizia non ebbe grande collaborazione dalla gente comune e venne calcolato che per la caccia a Dillinger si spesero cifre maggiori dei soldi che lui rapinava. Il suo declino avvenne quando la malavita non lo spalleggiò più, stretta dalla morsa della polizia che lo voleva a tutti i costi per lavarsi del ridicolo; alla fine fu ucciso all'uscita di un cinema che proiettava Manhattan Melodrama, con Gable/Powell/Loy (ne vediamo alcune scene durante il film odierno) per colpa di una donna che fece una soffiata con la promessa (non mantenuta) di non estradarla nel suo paese natale, la Romania.
La storia ci ha tramandato un Robin Hood dei poveri che non tocca i privati cittadini («Vogliamo i soldi della banca, non i suoi»); Mann nel corso della sua pellicola-fiume (140 minuti) ci racconta di questo idealizzando tramite le fattezze di Depp (parzialmente simile all'originale, ma anche il solito grandioso interprete anche lontano da parti gigionesche) l'eroe contrario, denunciando l'ottusità del Bureau dove Purvis vuole a tutti i costi catturare lui il nemico pubblico e perde ogni logica di azione (facendo la fine del generale Custer al Little Bighorn che non unì le truppe e venne sconfitto dagli indiani). Ci sono scene in cui si narra della violenza sulle donne della polizia, dove le fattezze di Depp riempiono da sole lo schermo (ritmate anche da uno strepitoso tema sonoro principale,«Ten Million Slaves» di Otis Taylor), alla John Wayne senza il suo fisico granitico.
Il film, come si desume, trasuda di western; d'altronde le strade in mano a Dillinger sono delle Main Street con duello per delle rapine (c'è anche quella al treno organizzata, ma che non vediamo nel film), le locande sono dei rifugi saloon da cui si spara da camere di bordello situate al piano superiore, le Colt diventano dei Thompson, Leone troneggia nel ricordo in un'America depressa ma piena di voglia di essere e diventare, soprattutto da chi è borderline. I comprimari sono pochissimo caratterizzati (come Baby Face Nelson, criminale crudelissimo dalla faccia di ragazzo) e Bale è granitico senza particolare intensità; neppure la Cotillard riesce a dare particolare carisma alla donna che ama il sogno criminale di un uomo che vuole tutto e l'impossibile. Tutto è affidato ad una serie di rapine con duelli da O.K. Corral, evasioni rocambolesche da carceri con poliziotti stupidi ed incompetenti pari ai carabinieri che si fecero sfuggire Vallanzasca dall'oblò di un traghetto, intervallati da piccoli momenti romantici abbastanza patetici. Surreale anche la visita in incognito, coperto da degli occhiali, di Dillinger all'ufficio del Bureau che ospita i suoi nemici e anche la presenza di un nero nei suoi collaboratori – si sa che da sempre non ci è mai capitato di vedere nelle cronache degli anni trenta un gangster di colore, mentre abbiamo presenti un gran numero di umili lavoranti dalla pelle scura. 
La cifra stilistica del regista è troppo elevata per fare un brutto film e questo non lo è affatto: tutto scorre senza particolari ansie e fatica, il tratteggio della storia (senza intersezioni di repertorio) è sopraffino nelle immagini, però ci sono troppe ripetizioni dei fatti (che allungano il brodo ma non approfondiscono) e manca quel quid che da un autore simile da noi ciecamente ammirato ci saremmo aspettati, quel flash of genius che distingue la buona opera dall'opera di riferimento (almeno parziale). Alla fine esiste un film che delude le (alte) aspettative per fermarsi al fine estetico, cosa certo non degna di tutti ma che Mann aveva già dimostrato e non aveva bisogno di ripetere. Andate al cinema senza pena, il contro valore del biglietto è ripagato; ma la versione di Dillinger odierna in un futuro prossimo non avrà il timbro mnemonico di quella di Chingachgook e del romanzo di James Fenimore Cooper.

Giudizio: 2.5


Recensione di EMANUELE RAUCO

Nemico pubblicoPer chi scrive, ma fortunatamente non è il solo, Michael Mann è uno dei più grandi cineasti viventi (secondo solo, forse, a Clint Eastwood), capace di raccontare il noir o le sfumature noir della storia (Ali) e della realtà (Insider) con l’occhio che scava nella contemporaneità e nella grandezza del cinema, possibilmente del futuro. Giunto al suo decimo film, Mann si confronta direttamente con l’archetipo che ha fondato gran parte del cinema americano di genere e il suo capolavoro Heat, ossia John Dillinger, e il suo cinema continua a volare altissimo.
Dillinger è il più grande rapinatore di banche del suo tempo, una sorta di rockstar del crimine a cui l’agente Melvin Purvis, capeggiato da Edgar Hoover, dà spietatamente la caccia; accanto al rapinatore, la donna della sua vita, Billie. A cavallo della Grande Depressione, la caccia comincia. Altro incredibile tassello dell’incredibile filmografia di Mann, da lui scritto con Ronan Bennett e Ann Biderman, che rilegge il prototipo del gangster movie (Scarface di Hawks, ma anche l’omonimo film di William Wellman) attraverso la grandezza epica del cinema classico e lo sguardo acuto della contemporaneità. Un’opera che, partendo dalla sua evidente e riflessiva classicità – non solo i riferimenti a Hawks, ma soprattutto il rapporto col pubblico e la struttura a blocchi, che ribalta quella di Heat – arriva a raccontare il nostro tempo, dove la crisi economica e la recessione portano un popolo a identificarsi con coloro che dalla crisi provano coraggiosamente a fuggire. In questo senso, la riflessione di Mann sfrutta il personaggio di Hoover per ripensare il rapporto tra cinema, società e media, vedendo negli anni ’30 dei cinegiornali, dei grandi quotidiani e dei «melodrammi di Manhattan», lo specchio del presente iper-mediale. E proprio dai nuovi media parte Mann, scegliendo per il suo film più «antico» la tecnologia più moderna, il digitale virato all’alta definizione che consente di «proiettare il pubblico dentro la realtà del film», ritraendo rughe e visi sfatti dei personaggi e consentendo di realizzare momenti di grande cinema in quantità industriale.
Mann, sulla base di una sceneggiatura di solidità granitica e di passione mai doma (il finale è pura commozione romantica), dimostra come la grandezza del suo cinema passi inevitabilmente dalle scelte tecniche, come è evidente da inquadrature esemplari come l’entrata in banca alla prima rapina (carrello a destra coi personaggi dietro una scalinata che si scoprono pian piano) o sequenze indimenticabili, come l’assalto notturno a Little Bohemia, che non dimenticano mai l’importanza della musica di Elliot Goldenthal (la scena al semaforo, gli appuntamenti con Billie, l’estradizione). E a riprova di un umanesimo che oltrepassa i limiti del formalismo, un cast straordinario, dove in ogni attore vibra la passione dell’autore, da un grande e sornione (proprio come il Clark Gable che vede al cinema) Johnny Depp a una splendida Marion Cotillard, fino all’impeccabile Christian Bale, oltre a una messe di comprimari che meriterebbero un premio di gruppo. E un monumento lo merita questo regista di Chicago che sa trovare lo spirito del cinema popolare senza mai smettere di cercare nuove vie.

Giudizio: 4


Recensione di AUGUSTO LEONE

Nemico PubblicoLa convinzione che il male rappresentabile sia più un mito che una realtà anima i notturni di Micheal Mann: i sicari e i loro avversari agiscono in base a una personale visione del mondo e il loro epico vagare sotto le luci della metropoli dormiente fornisce la materia al regista cantore. Sorprende pertanto e un po’ delude in Nemico pubblico la riduzione dell’epopea alla scabra cronaca nera: il bene è l’irrealizzabile miraggio di una giustizia banditesca, il male si incarna in brutali carcerieri di Stato nonché nel sistema dei media che cinicamente manipolati dai potenti creano antieroi da crocifiggere al fine di essere incoronati eroi salvatori.
L’incursione nella tematica contemporanea sull’uso strumentale dell’informazione, con l’intervento dietro le quinte del burattinaio Hoover/Crudup, il capo della futura F.B.I., disturba l’anima  arcaica e cavalleresca del gangster movie: l’inganno e il tradimento subentrano alla sfida ad armi pari, poliziotti e banditi non si guardano più negli occhi, ammirando l’uno nell’altro la propria immagine speculare, il crepitio dei mitra ricopre solamente al cupo silenzio dei soldati e del loro algido condottiero, Purvis/Bale.
L’aedo del crimine tuttavia non può deporre le armi: se leggende c’è, al di là della verità, essa deve alimentare il canto. Ecco allora emergere dai fogli smorti dell’emeroteca l’ombra luminescente di Dillinger/Depp: egli ama e si fa amare, fugge dal carcere, ruba alla banche, è avverso alla malavita organizzata, sceglie come ultimo confidente e messaggero l’onestà anacronistica di uno sceriffo della vecchia guardia, sussurra frasi d’amore in punto di morte, illuso che la vita sia una faccenda romantica, una strada sempre aperta, un «Melodramma a Manhattan» in cui a lui spetti la parte di Clark Gable. «Io vado dove voglio andare» dice alla bellissima innamorata appena conosciuta, e non è che cinema in bianco e nero.

Giudizio: 2.5

Commenti (16)
  • Piertoni Cambiaggio  - Dillinger e il suo doppio sullo schermo
    Sono stato all'incontro con il pubblico che Mann ha tenuto a Roma in occasione
    della presentazione di Nemico Pubblico al palazzo delle esposizioni il 3
    Novembre.
    Mann, intervistato da Mario Sesti, ha parlato a lungo di quell'attimo a cui ti
    riferisci nella recensione cioè quando Dillinger guarda Clark Gable prima della
    sua morte.
    Mann ha precisato come ci sia nel personaggio in quel momento una nuova presa di
    coscienza di sè stesso, del senso della sua esistenza, della sua glorificazione
    mediatica che diviene cinema, di un senso di consapevolezza dell'aver fatto bene
    il suo maledetto mestiere. Tutto ciò accompagnato dalla malinconia e il presagio
    che la morte, come nel film, è ormai vicina.
    Non credo che possa essere banalizzata quella sequenza, semmai si può obbiettare
    che questo stato d'animo sia stato veramente vissuto da Dillinger. Ma questo non
    ci è possibile saperlo.
  • Alberto Di Felice
    Piertoni Cambiaggio: Grazie del commento. Mann parla abbastanza a lungo di
    quella sequenza anche nell'intervista che cito. Senz'altro tutto quanto scrivi
    era nelle intenzioni, ma come dicevo è mia opinione non venga restituito a
    dovere nel film.
  • Roberto Bernabò  - mah ...
    Alberto te lo dico sinceramente.

    E' raro vedere un film fatto così bene.

    107 set.

    Tutti luoghi originali.

    Una ricostruzione meticolosa.

    Un Johnny Depp davvero bravo.

    E chiudo dicendo che il giornalista, Bryan Burrough, http://www.bryanburrough.com/, autore del libro dal quale il film è tratto è
    un eccellentissimo giornalista finanziario.

    So' storie americane cosa pretendi.

    La vicenda è tutta fortemente legata alla realtà dei fatti.

    E la realtà talvolta è quella che è.

    A me piacque.

    Stammi bene. ;-)

    Rob.
  • BlackBird  - Alberto di felice
    Due o tre parole che fanno "figo" e buttate in una recensione per
    specchiarsi. E dirsi: qnto sono bello.
  • Roberto Bernabò
    Alberto sai che ti leggo sempre con piacere ;)

    Piertoni Cambiaggio nel mio post anche se non ho partecipato all'incontro con
    Mann, approfondisco molto quel momento del film, che ho trovato una delle cose
    più interessanti della pellicola.

    Con stima.

    Rob.
  • kubrickfan
    avete visto il riferimento a hitler e il barbiere? direi che la cosa della morte
    imminente che si sente, ma che si teme con il dovuto rispetto, unico dazio
    doloroso da pagare per avere l'assoluto desiderato, è il leitmotiv del film.
  • Anonimo
    Concordo con Blackbird...De Felice anticultista, fai ridere... :woohoo:
  • Manolo
    i vestiti dell'imperatore sono in lavanderia! Ma perchè qsto atteggiamento
    spocchioso! Cm diceva saggiamente qualcuno...i critici sono critici perchè nn
    sanno fare altro...Dovresti essere un pò meno snob Prof. Di Felice.
  • piernelweb
    Il Film è un capolavoro. Dispiace che un sito come Cinezone non se ne sia
    accorto....
  • kubrickfan
    Pier, a quanto pare anche molti altri siti non se ne sono accorti. E una delle
    recensioni nostre ha comunque 4 stelle. ;)
  • piernelweb
    Quali siti? Io sto parlando di critica di un certo livello: non ho trovato una
    sola recensione negativa. Se avete dei link da postarmi... :P
  • kubrickfan
    nessuno di cinezone dice che il film fa schifo ma che è un buon film, in qualche
    punto ottimo, con qualche difetto, diverso da dire è che è un capolavoro (a
    parte emanuele rauco), e comunque critici specializzati come Natalia Aspesi,
    Lietta Tornabuoni, Mariarosa Mancuso, Eugenio Renzi, Gian Luigi Rondi, Alberto
    Crespi, Maurizio Cabona e dulcis in fondo Paolo Mereghetti dicono più o meno la
    stessa cosa. Penso che l'elenco possa bastarti

    Ps link non te ne posso lasciare qui nei commenti, ma li puoi trovare facilmente
    adesso che hai la fonte. ciao!
  • piernelweb
    Non mi riferivo a critiche da quotidiani (anche se i voti sono alti pure lì) ma
    a quelle che approfondiscono di più, come fate voi,(Cineforum, Segnocinema,
    Filmtv, o sul web (Sentieri Selvaggi Close-up, Movieplayer, Gli Spietati ecc.).
    Comunque Mereghetti nella sua videorecensione usa 3 volte la parola strordinario
    mentre Ghezzi a Fuori Orario lo dcretava il miglior film dell'anno insieme
    all'ultimo Tarantino.
  • Alberto Di Felice
    Ma -- parlo per me -- della mia posizione minoritaria io sono perfettamente
    conscio (e, in tutta onestà, non me ne preoccupo affatto: mi interessa quello
    che ho da osservare io, e che combaci o meno con osservazioni altrui è solo conseguente); tant'è che
    affronto apertamente nel mio pezzo la questione della critica legata a Mann.
  • piernelweb  - Re: Alberto Di Felice
    Mann o non Mann continuerò a seguirvi con interesse. ;)
  • sand  - che noia
    bravo depp come sempre. estetizzante mann. troppe sparamitragliatorie. bim bum
    bam. poco spessore psicologico. non concordo al capolavoro. ma ricordate, ad
    esempio, Gangster story?
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