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| Lunedì 09 Novembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Dal ramo demenziale della Apatow Productions (quello dei meglio riusciti Fratellastri a 40 anni e Walk Hard) giunge a noi, dopo non esser piaciuto praticamente a nessuno (ma mai disperare: col tempo e gli incassi esteri si rientra comunque delle spese), l'ultimo smarrito sforzo di Harold Ramis. Se il film risulta smarrito sarà forse perché il povero Ramis con la società di Apatow non c'entra in effetti molto; piuttosto, con i due sceneggiatori della versione americana di The Office Gene Stupnitsky e Lee Eisenberg, l'ormai attempato ex-acchiappafantasmi dell'Illinois prova a dire la sua su temi meno legati allo svezzamento del maschio—temi alti, per quanto «affrontati» alla ridanciana: l'origine della conoscenza, il destino dell'uomo, e via disquisendo mentre si scivola lungo una (corta) linea del tempo appropriatamente interrotta a formare un insieme concavo.Il duo di riferimento in questa nuova pazza storia del mondo è formato da Jack Black e Michael Cera, strana coppia nella quale il primo è un ameno troglodita grasso ed il secondo un efebico cavernicolo vergine. Capirete da soli che con questi due giungere a qualcosa che somigli alla fine visione cosmica a salti dei Monty Python è improponibile: aspettiamoci semmai un girovagare relativamente rettilineo (nessun vero gusto per il paradosso, ahi me) in conclusione del quale la nostra specie, il cui miglior ceppo popolano è rappresentato in mancanza di meglio proprio da loro, trova qualche misera certezza ateo-illuminista (non avrai Dio e pensiero all'infuori di te stesso) e sessuale («andate e moltiplicatevi», come dai tempi dei tempi: nessun grosso cambiamento su questo fronte). Il «bello» viene con l'ingresso nella empia città di Sodoma, nella quale la piramide sociale al cui vertice c'è un despota che governa con l'ausilio dei suoi stregoni di fiducia (fra di loro, un Oliver Platt lardoso sacerdote gay; c'è anche una timorata figlia lesbica, che avremmo visto limonare con Carmen Electra se solo questa fosse stata una produzione Friedberg/Seltzer) viene sconfitta dalla voglia dei due di trombarsi le cavernicole femmine (June Diane Raphael e Juno Temple—delle due Juno, chiaramente, è la tipa di Cera), divenute schiave (ma non sia mai concubine, neanche a Sodoma: debbono preservarsi per gli eroi accorsi a salvarle) mentre il loro amico Caino (David Cross), dopo aver famosamente commesso illeciti (specie uno particolarmente delittuoso) caduti in prescrizione, ci fa vedere quel trasformismo opportunistico per il quale tanti uomini della nostra bella classe politica sono famosi nel mondo. Ma divago: non occorre allargarsi troppo nel cercare una giustificazione tematica complessiva a queste scenette raramente davvero divertenti. Siete liberi di farvi piacere—poiché è anche questione di mero gusto—Black e Cera in egual modo, di detestarli entrambi, di adorare più uno dell'altro. Chi scrive non può, come molti altri, non volere un gran bene alla panza e all'intero corpo di Jack Black, indipendentemente da quanto poco possa succedergli attorno. Dato il progetto in cui è qui coinvolto, qualcuno fra voi cari lettori potrà ricordare quello spassosissimo corto Prop 8: The Musical, diretto da Adam Shankman, in cui Black interpretava un Gesù Cristo che, come il suo troglodita di oggi (va bene: molto più di lui), si interessava alla sodomia: lì per proporci una festosa parodia del vangelo politico delle contemporanee società di mercato, qui—meno lascivamente dal punto di vista della vis polemica—per ribadire le suddette minime conoscenze ateo-sessuali. Non saranno granché, ma sono pur sempre più complicate della sempliciotta filosofia di autofiducia che ci propina in Kung Fu Panda. In ogni caso, pur con tutta la buona volontà, è ormai chiaro che, come Mel Brooks non è mai arrivato a realizzare la seconda parte del suo similare progetto storicomico, neppure ci sarà mai un «Anno due». Giudizio: ![]()
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