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| Good Morning, Aman |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Venerdì 13 Novembre 2009 20:44 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Finalmente nel panorama del cinema italiano si impone una pellicola diversa e innovativa: Claudio Noce, regista di cortometraggi e documentari, esordisce con un lungometraggio (presentato alla scorsa Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia) coinvolgente e pieno di pathos, dove la macchina da presa ha movimenti inquieti e amatoriali, costruendo immagini vertiginose sino a raggiungere una poetica visiva quasi onirica. Il regista presenta una Roma diversa, multiculturale e oscura, teatro dell'isolamento e di ricerca di un posto nella società. L'idea di fondo del film è di raccontare una storia sull'integrazione delle seconde generazioni di immigrati in Italia; con estrema maestria questo tema viene reso sottile non invadendo la narrazione, e l'analisi di questa realtà diventa un pretesto per poter tratteggiare il personaggio di Aman (Said Sabrie), ragazzo profondamente segnato dalla storia del suo paese e fuggito in Italia, come tanti altri, con la speranza di vivere in condizioni migliori. Viene raffigurato come un ragazzo pieno di difetti, profondamente umano nella sua imperfezione: bugiardo (nelle telefonate che fa a Said mente di navigare nell'oro), opportunista (sfrutta l'ambigua disponibilità di Teodoro, interpretato da Valerio Mastandrea, a dargli soldi) e pieno di sé, che si sente incompleto e senza prospettive future. Il talento affermato di Mastandrea non delude neanche stavolta, impersonando una figura criptica e piena di rabbia: il suo sguardo granitico, che nasconde sofferenza e follia, è l'elemento che costituisce la linea di tensione e di imprevidibilità del film. La solitudine di entrambi, per quanto li accomuni, è differente per ognuno: Aman è costretto alla solitudine come conseguenza diretta della sua situazione di immigrato, e il processo di integrazione ha come conseguenza l'emarginazione; per Teodoro invece l'isolamento è una scelta, e la sua decisione di chiudersi in sé stesso – il motivo viene spiegato all'ultimo – ha l'obiettivo di disintegrare letteralmente la propria identità. Questa solitudine e debolezza viene espressa con pochi dialoghi: il regista ha scelto di ridurre la parola ai minimi termini sino a lasciar parlare il silenzio e la colonna sonora degna di nota; è proprio nel connubio musica/silenzio/immagine che il surrealismo esplode, ricordando per certi versi le tonalità del progressive rock, di cui i Pink Floyd sono i principali esponenti. Il fascino di Good Morning, Aman non risiede solo nella storia, e lo sguardo di Claudio Noce è il vero contenitore di emozioni. I momenti di realismo estremo si alternano a un flusso di immagini ipnotiche e un linguaggio riflessivo; le inquadrature si stringono molto sui personaggi, come per irrompere nei loro pensieri rendendoli tuttavia indecifrabili e criptici; le riprese giocano sui vari elementi presenti in scena, sfocandoli al punto da renderli irriconoscibili o alternando la messa a fuoco in un gioco di occultamento/svelamento; e infine la fotografia colpisce sin da subito per la sua composizione geometrica che evidenza la ricerca della perfezione. Da ciò si può notare come Claudio Noce abbia voluto usare due registri stilistici: da un lato quello documentaristico, un linguaggio che il regista ha nelle vene, dall'altro quello del cinema di genere, valorizzando l'introspezione dei personaggi, costruzione raffinata delle immagini, della storia e delle emozioni raccontate. Good Morning, Aman fa parte di quel tipo di cinema puro che sa parlare per immagini, giocando con la macchina da presa e con la fotografia sino a esplodere nella fisicità della pellicola. È importante dare spazio a film del genere, che vanno controcorrente e che allo stesso tempo sanno parlare allo spettatore senza pretese di artifici narrativi o cliché. Se c'è speranza per il mercato cinematografico italiano, risiede principalmente nella produzione indipendente di film: solo valorizzando i nuovi talenti si può svecchiare il cinema italiano, e Claudio Noce è il rappresentate di una schiera di registi che sanno raccontare qualcosa. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Finalmente nel panorama del cinema italiano si impone una pellicola diversa e innovativa: Claudio Noce, regista di cortometraggi e documentari, esordisce con un lungometraggio (presentato alla scorsa Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia) coinvolgente e pieno di pathos, dove la macchina da presa ha movimenti inquieti e amatoriali, costruendo immagini vertiginose sino a raggiungere una poetica visiva quasi onirica. Il regista presenta una Roma diversa, multiculturale e oscura, teatro dell'isolamento e di ricerca di un posto nella società. 











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