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| Gli abbracci spezzati |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 14 Novembre 2009 09:47 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Torna il grande Pedro Almodóvar, uno dei registi più raffinati in circolazione, assente dal 2006 quando uscì Volver, con un film con presente la sua musa fregiata di premio Oscar (con Allen) Penélope Cruz. La storia di oggi ci presenta un Almodóvar che ammorbidisce di molto la sua mano sensuale e delicata, con quegli strepitosi ritratti di donne e madri, per dedicarsi maggiormente alle citazioni (strepitosa la trasformazione della Cruz in Audrey Hepburn) e alle rimembranze di atmosfere cinematografiche perdute (soprattutto hitchcockiane: la storia è venata di thriller sofisticato). Qui è protagonista un uomo, Harry Caine all'anagrafe Mateo Blanco, uno sceneggiatore non vedente (lo interpreta Lluís Homar) che viene a sapere della morte del ricchissimo Ernesto Martel (l'attore José Luis Gómez). Harry riceve la visita del figlio di Martel, celato dietro uno pseudonimo, che gli chiede di scrivere una sceneggiatura per lui. Lo scrittore rifiuta e si ritrova a raccontare al suo assistente Diego cosa avessero in comune nel 1994 lui e Martel, quando al tempo Harry era regista vedente e l'imprenditore aveva una bellissima segretaria diventata poi la sua amante. Passato e presente si intersecano e riaffiorano dolorosi ricordi insieme a misteriosi particolari.Almodóvar come Tarantino? Forse, ma anche no: qui le citazioni non sono mai divertite ma molto nostalgiche, sono presenti ma siamo in ambiti completamenti diversi. Il regista spagnolo non perde i cardini del suo cinema (gli amori contrastati e i personaggi gay) ma li irrora di venature diverse, mette ansia allo spettatore con il desiderio di sapere cosa sia successo alla fascinosa Magdalena che nel 2008 non è presente ma solo nel racconto di quattordici anni prima, mostra delle scene con appese alle pareti locandine e manifesti che ci ricordano attrici ed attori famosi (cita Ascensore per il patibolo di Louis Malle), trasforma la Cruz in una strepitosa Audrey Hepburn per il film nel film (una sorta di commedia dal titolo «Ragazze e valigie») ma anche in Marilyn Monroe mettendole addosso una vistosa parrucca. La citazione principe, che arriva a prendere il titolo del film, è quella di Viaggio in Italia del grande Roberto Rossellini, film che i due amanti guardano in un momento di estrema unione, vedendo due persone colte dalla lava in un ultimo disperato abbraccio, cosa che diventa il loro simbolo e desiderio finale di conclusione della vita. In questo film con un gusto retró marcatissimo non mancano le citazioni al cinema passionale di Amedeo Nazzari e le sue amanti portate in braccio (che paiono, pure, scene di Notorius, l'amante perduta), ma neppure i grandi tocchi di classe, con dei quadri che ritraggono armi che abbiamo timore di sapere che prima o poi verranno usate ma che – ve lo possiamo dire subito – non verranno mai assurte al ruolo di protagoniste; anche con la scena da applausi della Cruz che doppia la sua immagine muta nel momento di maggiore pathos del film. Come al solito, nelle mani di Almodóvar la fascinosa attrice madrilena prende una sua connotazione particolare: è bravissima sia nelle scene di estrema passione (regalandoci un nude look del suo seno davvero intrigante) che in quelle di sofferenza, riprendendo Parla con lei rivediamo una donna di Pedro sofferente, bella come non mai ma debilitata dalle circostanze. Si cita anche Pepping Tom con il voyeurismo da telecamera, si fanno vedere i due volti del tempo gay con il ragazzo effemminato pesantemente da giovane (1994) ed ora quello privo di modi marcati del 2008, celebra l'amore divenuto ossessione per il vecchio ricambiato solo perché ricco, mentre feroce è la critica a produttori senza scrupoli che pretendono da degli yes men un montaggio risibile lontano da quello desiderato dal regista autoriale. Molto curiosa l'analogia tra il caschetto del personaggio del figlio di Martel (Rubén Ochandiano) e quella del protagonista del film-capolavoro dei Coen Non è un paese per vecchi interpretato da Bardem, implementata anche dal colpo di scena che accade ad un certo punto del tutto simile e dal fatto che l'anziano Martel non trova posto nel cuore di Magdalena («Ti agiti se ti bacio ma non ti preoccupi se mi vedi morto»). In tutto questo ottimo sentire emozionale e cinematografico, ci ritroviamo un film a più direzioni temporali che però non punge con grande efficacia come le altre volte: la trama non permette i voli artistici di La mala educación e di Parla con lei, l'arte di Almodóvar si limita ad impreziosirla di orpelli innegabili che però non sentiamo completativi ma solo molto scenografici. Come per il recente Mann ci troviamo a fare il solito discorso: da autori di un certo calibro vorremmo sempre non un bel film fatto delle loro incofutabili capacità ma una parola nuova ogni volta, un verbo evocatorio seppur piccolo da tramandare. Qui Almodóvar si riempie citando tutto quello che gli piace usando pieghe di racconto non irresistibili, e alla lunga la cosa potrebbe stancare alcuni, che magari vorrebbero maggiore intensità. Ma è sempre cinema puro in ogni caso, ve lo consigliamo senza tema al di là delle cose dette sopra: nella modernità dei computer che appiattisce ogni sentore, vedere autori che abbracciano le vecchie cose (oggetti ampiamente mostrati nel film) e l'amore per riproporle è sempre un ottimo innegabile valore. Molto curiosa l'apparizione della brava e bella caratterista Lola Dueñas (Fuori menù) nella parte di una lettrice di labbra, omaggio al cinema muto e ai suoi tentativi di doppiaggio pioneristici (ricordando anche l'immortale capolavoro Cantando sotto la pioggia) Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Almodóvar è il regista europeo nelle cui tragicommedie rivive con maggior convinzione l’ideale ottimistico del teatro classico dell’humanitas/filantropia, pertanto nella sua ultima controversa fatica non desta meraviglia se il vero movente alla base del mestiere di cineasta sia il riuscire a trovare sempre e comunque un lieto fine a qualsiasi storia: il senso della paradossale metamorfosi del cupo Gli abbracci spezzati nel solare «Ragazze e valigie» è che lo schermo depura dai residui della malvagità e dell’odio le passioni responsabili del male nel mondo, senza tuttavia negarle; l’estetica è etica, nel momento in cui dà forma cosciente al deforme di natura.Così l’ossessione per il narcisistico sdoppiamento di sé nell’immagine di celluloide è l’ambiguo demone che domina tutti i personaggi della vicenda e in modo particolare lo stesso autore di Donne sull’orlo di una crisi di nervi clonatosi nel protagonista cieco dalla duplice identità Mateo Blanco/Harry Caine nonché nel giovane Ernesto, il figlio omosessuale del produttore Martel innamorato senza speranza di Lena l’amante di Mateo: il desiderio o la mancanza di risorse finanziarie non consentono a nessuno l’innocenza, il destino crudele strappa violentemente la felicità ai pochi privilegiati, la dolcezza del ricordo si corrode con il trascorrere del tempo in astio o in rimorso ed è precisamente questa selva inestricabile di pulsioni ed emozioni universali il territorio catartico dell’arte, il laboratorio artigianale del cineasta, il santuario sacro dove le dive del passato e i loro Maestri fanno le loro inaspettate epifanie. Gli abbracci spezzati è inequivocabilmente un sofferto manifesto di poetica, nato forse dalla necessità di ammettere di fronte a se stesso e insieme al pubblico più fedele dubbi e crisi passate: l’innegabile mancanza di fluidità, si ha l’impressione, nasce da una sorta di tormentoso rovello sui contenuti della propria ispirazione: la cecità di Mateo non evoca la consueta doppia vista del poeta veggente, bensì è mutilazione traumatica, un diaframma impedente. Per redimersi non resta ad Almodóvar altro che la confessione di un peccato, ma quale? Aver smarrito per strada il lieto fine ovvero la via d’uscita dal dedalo. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Torna il grande Pedro Almodóvar, uno dei registi più raffinati in circolazione, assente dal 2006 quando uscì 
Almodóvar è il regista europeo nelle cui tragicommedie rivive con maggior convinzione l’ideale ottimistico del teatro classico dell’humanitas/filantropia, pertanto nella sua ultima controversa fatica non desta meraviglia se il vero movente alla base del mestiere di cineasta sia il riuscire a trovare sempre e comunque un lieto fine a qualsiasi storia: il senso della paradossale metamorfosi del cupo Gli abbracci spezzati nel solare «Ragazze e valigie» è che lo schermo depura dai residui della malvagità e dell’odio le passioni responsabili del male nel mondo, senza tuttavia negarle; l’estetica è etica, nel momento in cui dà forma cosciente al deforme di natura.








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