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| Martedì 01 Dicembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Forse è solo merito (colpa) della presenza in rilievo del buon inintelligibile Tim Roth, ma lo scorso benvenuto ritorno di Coppola, Un'altra giovinezza, mi era sembrato claudicantemente vicino all'Herzog di Invincible—un intermezzo di promettente potenza che penso sarebbe stato più giusto far esistere esclusivamente al fiero stato passatista di film muto, una condizione che avrebbe giovato alle magie che vi erano contenute, sottraendolo graziosamente alle sue ben avvertibili malformazioni. Coppola torna ora un'altra volta con un altro sforzo disumano—il suo solito, quello di far sconfinare il tempo—che non potrei esser più felice di salutare come più pienamente calmierato e riuscito.Ciò che il nostro titolo italiano—da asilo (psichiatrico, ma anche solo asilo), che ve lo dico a fare—esemplifica è probabilmente la ragione principale della buona sorte di questo secondo progetto di rinascita: in Tetro la famiglia è trama, e dà soprattutto quell'appiglio tematico solido che mancava nel precedente. L'ordine fra le onde, posto il quale lasciarsi senza tentennamento trascinare. Indipendentemente da quanto di personale ci sia dentro, ciò che ne guadagna è l'afflato dei personaggi, che da eroi del muto sono ora eccentrici pezzi contemporanei, in bianco e nero, di un'opera lirica che omaggia l'autobiografia (ma anche solo la biografia) ed il cinema passato, entrambi questi ultimi a vivi, rossi colori. Se il protagonista eponimo (Vincent Gallo) asserisce che «quello che si dice non ha nessuna importanza: il linguaggio ormai è morto», Coppola si oppone con la difesa delle armi della lingua che sono restie a parlare, ma non ad esprimere: personaggi che non si vogliono raccontare, che usano una scrittura cifrata, raccordi con minime inconsequenzialità, dettagli marginali o ridondanti, l'omaggio esplicito (Powell e Pressburger) ma oralmente giusto accennato. In un cinema che sta aumentando gli smaccati episodi di metacinema, come a far cassa passando col piattino, Coppola ricorda che per esser sinceri e puri bastano una macchina con la cappotta abbassata o una ragazza coi capelli corti. Più alla larga, perciò, sarà facile vedere che tutto il film è un omaggio: Coppola usa un digitale che per libertà costruttiva sembra retrodatato alla camera a mano degli anni '60, nonostante un attaccamento al tripode che per come siamo messi ormai sembra provenire nientemeno che dal futuro. Tanto che, al contrario di überconsci del mezzo come Michael Mann, si scorda quasi che non sta usando della pellicola. Dichiara il regista: «Penso che il cinema sopravviverà come qualcosa di più legato ad un'esibizione dal vivo nella quale il regista è lì, come un direttore d'orchestra». Lo cito non per dar puro credito alle intenzioni (e alle ovvie conferme: il «pater familias» di Klaus Maria Brandauer è appunto direttore d'orchestra, e nella rappresentazione del dramma-balletto finale spunta fuori impersonato sul palco da Rodrigo De la Serna), ma perché in Tetro Coppola mi ha ricordato sul precipizio il conduttore Guy Maddin, il suo cinema (recuperate, vi prego, La canzone più triste del mondo, il suo unico ad esser distribuito da noi) come procedimento caleidoscopico di gelidi volti digrignanti fra follicoli nevosi di argentea luce. I volti stridono gli uni verso gli altri nel tentativo di ricordare e forse stringersi, mentre vorticose luci li risucchiano lungo i propri legami, dando loro l'abbraccio finale. Giudizio: ![]()
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Forse è solo merito (colpa) della presenza in rilievo del buon inintelligibile Tim Roth, ma lo scorso benvenuto ritorno di Coppola, Un'altra giovinezza, mi era sembrato claudicantemente vicino all'Herzog di Invincible—un intermezzo di promettente potenza che penso sarebbe stato più giusto far esistere esclusivamente al fiero stato passatista di film muto, una condizione che avrebbe giovato alle magie che vi erano contenute, sottraendolo graziosamente alle sue ben avvertibili malformazioni. Coppola torna ora un'altra volta con un altro sforzo disumano—il suo solito, quello di far sconfinare il tempo—che non potrei esser più felice di salutare come più pienamente calmierato e riuscito.








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