CLASSIFICA SETTIMANALE
| Incassi al 30/08/2010 |
|
||||||||||||||||||||||||||||||
Ultimi Commenti
| A Serious Man |
|
|
| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Venerdì 04 Dicembre 2009 16:06 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Con un prologo autonomo ambientato un secolo prima degli avvenimenti del film (straniante, assurdo, dove i tre personaggi parlano totalmente in lingua yiddish) i fratelli Coen iniziano la loro personale e crudele storia sul fato e su un uomo senza speranze. Il loro sguardo bizzarro si posa su una comunità ebraica del 1967 che, a detta dei registi, riporta un frammento della loro infanzia. Alcuni elementi biografici emergono durante la storia, dall'ambientazione sino alla stessa costruzione del personaggio di Larry (Michael Stuhlbarg), che ricorda per la sua professione i genitori dei due registi. La ricostruzione degli anni '60 è molto accurata: «Qualunque film ambientato nel passato ha bisogno di scorciatoie visive che facciano capire immediatamente allo spettatore in quale periodo ci troviamo», osserva Joel Coen, il quale sottolinea inoltre come fra queste ci siano le automobili d'epoca. Data la fama politicamente scorretta dei Coen, ci si aspetterebbe che i comportamenti e le tradizioni della comunità ebraica in cui vive il protagonista vengano osservati con forte ironia; invece la comunità viene appena sfiorata, persino con profondo rispetto, descrivendone comunque gli usi e i costumi con tono leggermente sarcastico, e facendola diventare una cornice morale di Larry. La lente di indagine dei due registi ha sempre investigato sui comportamenti umani: solitamente i personaggi hanno un comportamento sproporzionato, quasi maniacale, poiché gli stessi fratelli Coen modificano e deformano sino al grottesco persino il più «quotidiano» gesto. In A Serious Man questa regola non viene smentita, ma l'incredibile abilità di ironizzare non è molto evidente. Il sarcasmo cinico non funziona come dovrebbe e tutti gli eventi sono raccontati fiaccamente. I personaggi non colpiscono nel loro agire quotidiano, tuttavia viene preservato un sorriso tragicomico: la firma dei fratelli Coen è sbiadita, ma comunque persiste. Originariamente i registi avevano in mente di realizzare un cortometraggio su un ragazzino che doveva celebrare il bar mitzvah, in seguito il progetto si è evoluto introducendo il personaggio di Larry. L'idea di base è rimasta nel formato finale del film – infatti al personaggio di Danny (Aaron Wolff) sono riservate molte scene – però non è stato sviluppato un parallelo narrativo tra padre e figlio, il quale aveva le potenzialità necessarie per ampliare gli argomenti trattati. La scelta di raccontare principalmente di Larry si lega alla volontà di tratteggiare una figura debole e allo stesso tempo comica su cui si abbatte un destino assurdo. Senza rendersene conto, la risposta a tutto risiede proprio nei «segnali» che il divino gli sta inviando. Esplorando in maniera piuttosto fantasiosa le tematiche religiose e familiari, i comportamenti maniacali e l'incomprensibile disegno del fato, A Serious Man cerca di essere molto, ottenendo risultati sorprendenti e particolari. Viene sfiorata quasi la struttura della favola, dove la morale viene intravista nei momenti finali della pellicola, ma per il resto è attraversata da una sottile linea monotona. Una cosa è sicura: i Coen sanno fare di meglio. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il tornado che si intravvede alla fine del nuovo film dei prolifici quanto talentuosi fratelli Coen è sentore di disgrazie e di tempi bui. La bandiera americana additata spregevolmente viene sballottata dal vento; siamo nel 1967 e i riferimenti possono essere tanti, quello che viene in mente più facilmente è quello della guerra in Vietnam che sta per deflagrare in maniera terribile. Tutto il film è permeato di un pessimismo esasperato: si ripete in continuazione che tutto quanto accade e l'uomo non può farci nulla, le nostre piccole inutili vite vengono agitate da tentativi di miglioramento destinati a naufragare senza speranza. È quanto accade a Larry Gopnik (il bravo e coinvolto Michael Stuhlbarg) in una anonima cittadina del Midwest americano, in una comunità ebraica dove tutto sembra scorrere anonimo scandito dalla volontà di rabbini che professano grandi verità vuote e senza nessuna aderenza e utilità.Larry è un mite professore di fisica, al quale incomincia a capitare di tutto, dal tradimento della moglie con Sy Ableman (Fred Melamed, attore alleniano), uomo con morale che si premura di rassicurarlo che tutto andrà alla grande, all'accusa di corruzione per dei soldi ricevuti da uno studente coreano. Il suo piccolo mondo, che coinvolge anche l'eccentrico fratello Arthur (Richard Kind) perennemente in bagno ad aspirare una ciste sebacea sul collo, si sgretola in mezzo all'indifferenza di tutti, anche dei figli; l'unico lampo di serenità sembra dato dalla vicina che prende il sole nuda. Tra antenne che non si collegano al segnale, racconti di denti che profetizzano, bar mitzvah e lezioni ebraiche ad alta dose narcotica, Larry si trova sempre più avvolto in un buco nero in cui ogni tentativo di uscirne peggiora solo la situazione. I Coen (decisamente non al loro meglio: rispetto al loro capolavoro Non è un paese per vecchi siamo decisamente in tono minore oltre che diverso) sanno fare cinema come pochi: le loro inquadrature (suggellate da una colonna sonora a dir poco perfetta) sono sempre evocative, come quel viaggio nei canali dell'orecchio che introduce il film o quell'incredibile prologo iniziale, situato un secolo prima e in un posto del tutto diverso, parlato in yiddish (sottotitolato, tranquilli) narrandoci una antica maledizione, il dybbuk (un'anima posseduta). Il mondo che non vuole Larry e che fa sopravvivere solo i forti per selezione in vita da giungla (come fa intendere l'inseguimento del bullo al figlio) è un pretesto per farci vivere una serie di dialoghi taglienti ed ironici, frasi al fulmicotone all'interno di una cornice difficile da metabolizzare per lo spettatore venuto da lontano nel pianeta cinema, una sequela di apparenti nonsense affascinanti, tutti da leggere tra le righe, codificare ed interpretare magari all'interno della non facile cultura ebraica. Il libro che Arthur scrive (il «Mentaculus»), pieno di arzigogolate formule matematiche della probabilità, è il simbolo della difficoltà per cui qualcosa si realizzi per volere: l'avvenimento mirato è direttamente collegato ai disegni imperscrutabili del destino, se poi qualcosa avviene state sicuri che sarà solo effimera, come il fatto che lo strambo fratello giochi a carte e una volta che vince viene arrestato per gioco d'azzardo. Quel voto (C-, quasi una firma per i Coen) che Larry dopo mille indecisioni mette è un motto di ribellione alla sua onestà che nulla però gli ha portato; le conseguenze potranno essere devastanti (metaforicamente sta per arrivare anche un tornado). Ognuno – cultore, avvezzo o meno – percepisce la bravura della coppia in regia, ma fa fatica ad entrare nella logica globale di una storia che esiste soltanto per presentare situazioni separate (intervallate da quadri neri con scritte) e non tanto per progredire nella maniera più tradizionale, dove gli incubi dello sconvolto Larry sono l'unico modo per far uscire le reazioni violente o i desideri repressi che l'uomo serio solo di facciata tiene a bada. La battuta finale del rabbino supremo è a dir poco fantastica, ma ci sentiamo di consigliare il film soltanto a chi vuole approfondire a posteriori per poterlo gustare: visto da solo è decisamente criptico. Se la cosa sia fastidiosa o stimolante, ad ognuno il responso. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Lo stralunato e sventurato docente di fisica protagonista dell’ultima fatica dei fratelli Coen sale sul tetto di casa per riparare l’antenna tv e contempla dall’alto per un brevissimo lasso di tempo l’universo in miniatura sotto di lui: un lindo e pacifico quartiere del Midwest anni ’60, la conturbante vicina sdraiata al sole nuda, il brusio inintelligibile dei programmi in onda dai cavi. Dovrebbe essere uno di quei momenti solenni di poetica sospensione in cui all’uomo è concesso di afferrare, se c’è, il senso della vita; al buon Larry Gopnik però non si apre nessuna porta, il cosmo continua a dispiegarglisi davanti nella sua assurdità e malvagità e a rendere ridicola l’integrità morale di qualsiasi uomo serio.Il caos anarchico del mondo rende inapplicabili di fatto soprattutto le leggi della logica e della matematica e, in quella avvilente ricerca intellettuale di giustificazione del proprio essere ed operare, gli autori di Non è un paese per vecchi riconoscono forse se stessi: la lavagna nera piena di simboli creata con il gesso da Gopnik per gli studenti seduti sui banchi dell’aula richiama uno schermo vuoto colmato da figure, trame e sceneggiature per il pubblico seduto in sala e la domanda è la medesima: quale legame c’è fra quei segni bianchi e le imprevedibili possibilità di una realtà sempre sfuggente? La questione, coinvolgendo necessariamente ateismo, agnosticismo e fede permea di sé la tradizione, la letteratura e la forma mentis yiddish e A Serious Man è il racconto autobiografico dei Coen, nel quale denunciano la forza stringente di una formazione, dalla quale è impraticabile l’emancipazione: il vestibolo del lungometraggio è costituto infatti da una strana scena, apparentemente svincolata dall’odissea del professore raccontata dal film, ambientata in un vago passato remoto in un villaggio ebraico vicino Leopoli nella quale una coppia viene visitata da un fantasma e, mentre la moglie scuote la testa scettica, il marito ne è spaventato e lo crede il presagio di un futuro terribile. Il criptico apologo introduce e sintetizza un ambiente nel quale materialismo razionalista e rigorismo religioso si intrecciano e finiscono con il coincidere nell’assenza di soluzioni al tifone incombente sull’umanità, simbolico sipario con cui la pellicola si chiude e chiaro rimando all’umanità priva di bussola dell’opera omnia dei due fratelli di Minneapolis: Larry non trova da solo risposte, e neppure i rabbini, saggi depositari di una verità secolare, ne hanno una a portata di mano. Il più anziano sussurra il segreto non a lui, ma al figlio adolescente stordito dall’hashish: un elenco imparato alla radio di band musicali… quanto basta per un’addizione o per girare Il grande Lebowski. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
Commenti (0)
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti!
Powered by !JoomlaComment 4.0 beta2
|
||||||||||||||||||||||||||||||||


















Con un prologo autonomo ambientato un secolo prima degli avvenimenti del film (straniante, assurdo, dove i tre personaggi parlano totalmente in lingua yiddish) i fratelli Coen iniziano la loro personale e crudele storia sul fato e su un uomo senza speranze. Il loro sguardo bizzarro si posa su una comunità ebraica del 1967 che, a detta dei registi, riporta un frammento della loro infanzia. Alcuni elementi biografici emergono durante la storia, dall'ambientazione sino alla stessa costruzione del personaggio di Larry (Michael Stuhlbarg), che ricorda per la sua professione i genitori dei due registi. La ricostruzione degli anni '60 è molto accurata: «Qualunque film ambientato nel passato ha bisogno di scorciatoie visive che facciano capire immediatamente allo spettatore in quale periodo ci troviamo», osserva Joel Coen, il quale sottolinea inoltre come fra queste ci siano le automobili d'epoca. 
Il tornado che si intravvede alla fine del nuovo film dei prolifici quanto talentuosi fratelli Coen è sentore di disgrazie e di tempi bui. La bandiera americana additata spregevolmente viene sballottata dal vento; siamo nel 1967 e i riferimenti possono essere tanti, quello che viene in mente più facilmente è quello della guerra in Vietnam che sta per deflagrare in maniera terribile. Tutto il film è permeato di un pessimismo esasperato: si ripete in continuazione che tutto quanto accade e l'uomo non può farci nulla, le nostre piccole inutili vite vengono agitate da tentativi di miglioramento destinati a naufragare senza speranza. È quanto accade a Larry Gopnik (il bravo e coinvolto Michael Stuhlbarg) in una anonima cittadina del Midwest americano, in una comunità ebraica dove tutto sembra scorrere anonimo scandito dalla volontà di rabbini che professano grandi verità vuote e senza nessuna aderenza e utilità.
Lo stralunato e sventurato docente di fisica protagonista dell’ultima fatica dei fratelli Coen sale sul tetto di casa per riparare l’antenna tv e contempla dall’alto per un brevissimo lasso di tempo l’universo in miniatura sotto di lui: un lindo e pacifico quartiere del Midwest anni ’60, la conturbante vicina sdraiata al sole nuda, il brusio inintelligibile dei programmi in onda dai cavi. Dovrebbe essere uno di quei momenti solenni di poetica sospensione in cui all’uomo è concesso di afferrare, se c’è, il senso della vita; al buon Larry Gopnik però non si apre nessuna porta, il cosmo continua a dispiegarglisi davanti nella sua assurdità e malvagità e a rendere ridicola l’integrità morale di qualsiasi uomo serio.









The Twilight Saga: Eclipse
signori cari, voi state attaccando un grande cinefilo come pietro, che mastica
cinema (vero ...
The Twilight Saga: Eclipse
Gentile Sign. Signorelli, niente da dire nei confronti della sua replica nei
confronti delle...
The Twilight Saga: Eclipse
un arco di tempo tanto lungo, come appare poco credibile che abbia ignorato fino
all'arrivo ...
The Twilight Saga: Eclipse
dal sangue caldo e non certo freddo come il loro eroe. Pietro Signorelli
The Twilight Saga: Eclipse
buongiorno ragazze, grazie dei commenti, proprio per farvi vedere che non mi
ritengo sul tro...
The Twilight Saga: Eclipse
Dicevo........ma capisco che questo discorso è tutt'altro che semplice per lei e
da qui si i...
The Twilight Saga: Eclipse
Brutta cosa la vecchiaia dell'anima, ancor peggio di quella fisica. In questa
sua recensione...
The Twilight Saga: Eclipse
ALLORA, IN PRIMO LUOGO LA INVITO A LEGGERE DI 'PIU'...SE PROPRIO NON SOPPORTA I
LIBRI DELLA ...
The Twilight Saga: Eclipse
E lei si definirebbe un critico usando parole come "rompicoglioni"
"tritazebedei...
Alice in Wonderland
la seconda recensione disastrosa che leggo... sono un po' triste :(