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| Martedì 08 Dicembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE L'ultimo ad averci provato in termini paragonabili è stato Danny Boyle due anni fa con quel pasticcio—come troppi pasticci, specie i suoi, apprezzato in maniera imbarazzante per il globo—di Sunshine; tocca adesso ad un suo compatriota esordiente di nobile discendenza (stirpe Bowie, come saprete) rinverdire un tipo di fantascienza che sembra contrario ai nostri tempi volentieri esteticamente gonfi ed anti-filosofici, basato sui medesimi illustri modelli: tolto Alien, rimangono 2001: Odissea nello spazio e Solaris. La circostanza che li accomuna non toglie che, pretese filosofiche a parte, Boyle sia esteticamente gonfio. Duncan Jones è viceversa assai più parco e temperante in questo sforzo che, per tutti i possibili appigli, per ciò che più conta sceglie di—o, data la carenza di attanti, è costretto a—funzionare in buona parte come una sorta di pezzo «teatrale» dell'assurdo.Maschera umana della ricerca e dello sfruttamento energetico organizzato è Sam Rockwell, unico personaggio visibile senza l'ulteriore filtro delle sue comunicazioni ritardate con la Terra—con la compagnia (una multinazionale anglo-coreana—a quanto pare perché ai tempi Jones, autore del soggetto, frequentava appunto una coreana) che l'ha assunto e che presto lo riporterà a casa, e con la sua famiglia (la moglie Tess, interpretata da Dominique McElligott, e la piccola figlia Eve). È relativamente presto nella pellicola—passato un prologo che ci guida nelle coordinate della sua vita sulla Luna, dalla quale sta per ritornare, ed entrati nel vero e proprio primo atto a seguito dell'incidente—che il suo Sam Bell si sdoppia per tramite del primo punto narrativo di svolta. Le personalità del «vecchio» Sam e di quello «nuovo» iniziano parzialmente a differenziarsi, mentre l'assistenza del computer che controlla l'interezza del suo lavoro (cui nella versione originale presta la sua equanime voce Kevin Spacey—in italiano è mantenuto, saggiamente, il doppiaggio di Roberto Pedicini) mostra anch'essa qualche doppiezza. In un primo momento, paiono affacciarsi dubbi possibilmente metafisici rispettando la succitata tradizione del genere: Sam ha già durante il prologo alcune visioni nella sua solitudine, per colpa delle quali ha infine l'incidente col suo veicolo lunare, e lo status del suo «doppio» rimane inizialmente vago. Non passa molto, tuttavia, prima che le une e l'altro vengano più o meno chiariti, riportando la riflessione soprattutto nell'alveo di un appunto sulla sete umana di sopravvivenza, coltivata dalla moderna società omogeneizzata, le cui ripercussioni sporche sono destinate a nascondersi sull'«altra faccia della luna», a noi invisibile: da questo punto di vista, Sam è l'astronauta-operaio obbligato a beccarsi un po' di scorie nucleari e qualche leggero tumore affinché noi altri possiamo continuare a bruciare energia corrente. È un film riuscito, sebbene nel lungo termine opti per sviluppi che mortificano un po' le tante premesse iniziali. Ciò gli permette certo di conservare una propria minima ed economa atmosfera, ottenuta con brillante utilizzo—quasi totalmente «artigianale»—di una produzione di esigua portata, ma senza accompagnarla con una modulazione drammatica, e quasi conseguentemente tematica, più pregnante: l'austera e strutturalmente perfetta sceneggiatura di Nathan Parker entra poco nei meccanismi che reggono il rapporto Sam–Sam, e soprattutto quello Sam–GERTY. Nonostante la piccola produzione ed i piccoli numeri (nelle nostre sale, ad esempio, ha debuttato in soli sei esemplari), il gradimento è stato importante e al futuro professionale di Jones si guarda con buona speranza—il suo prossimo progetto annunciato è tra l'altro un altro dramma fantascientifico, con per protagonista Jake Gyllenhaal. Giudizio: ![]()
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