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| La principessa e il ranocchio |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 19 Dicembre 2009 11:25 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI John Lasseter, produttore esecutivo del film, è l'uomo che con la sua Pixar (fusasi nel 2006 con la Disney) ha decretato il nuovo corso dell'animazione 3-D con Toy Story, ed ora ha voluto fortemente un progetto controcorrente: realizzare un film in 2-D con animazione in puro stile classic, con canzoni (neppure troppo brillanti, invero: appesantiscono parecchio il decorso del film) e storia d'amore annessa. Lo spunto è quello celeberrimo del principe ranocchio dei fratelli Grimm, dove un principe bello e ricco doveva tornare umano grazie al bacio di una donzella.Qui il rampollo diventato anfibio gracidante è Naveen, promesso sposo della ricchissima Charlotte, amica della brava e volonterosa lavoratrice di colore Tiana, protagonista della storia. Luogo New Orleans, tempo gli anni venti. Arrivato sul posto Naveen stringe un patto voodoo con il bieco Dottor Facilier (doppiato da Luca Ward nel solito modo ineccepibile), che per scopi di lucro lo trasforma nel ranocchio del titolo. Naveen giunge trasformato di fronte a Tiana, che è una cameriera di colore con il sogno di aprire un locale suo e per l'occasione di una festa in costume vestita da principessa, le chiede disperatamente di baciarlo per farlo tornare umano, ma quando la ragazza con molte esitazioni e dopo infinite suppliche lo fa, anche lei diventa rana. A questo punto i due, tanto diversi di estrazione sociale, dovranno unirsi per il bene comune e il ritorno alla forma umana. Non si può parlare di bruttezza per questo pacco regalo Disney confezionato giusto giusto per Natale, ma quanto più di déjà-vu molto pesante. I due registi Ron Clements e John Musker, gli stessi de La sirenetta e Aladdin, pescano a piene mani nell'universo Disney che fu e lo frullano alla grande, citando Gli aristogatti (con la scena dell'inseguimento e del bicchiere versato per stupore ma soprattutto con la presenza dei brani jazz), Cenerentola (il ballo), Maga Magò (la strega cieca Odie), Aladdin (il momento della stregoneria e il fatto che il principe con ruoli ribaltati si mischi in incognito al volgo), Bianca e Bernie (la lucciola Ray che è una sorta di Evinrude) e Hercules (lo stile grafico del ballo di fantasia e desiderio nel locale che pare preso pari pari dagli ambienti di Hello, Dolly!); ci sono pure gli spiriti cattivi di Ghost con il povero Patrick Swayze, l'orango de Il libro della giungla, ma anche tanti altri che sarebbe tedioso ricordare (uno per tutti il coccodrillo musicista, doppiato da Pino insegno, che è preso da Peter Pan come espressioni). Pare che i due ottimi autori abbiano perso ogni istinto autoriale e di fantasia: la bussola del fantastico non segna nulla e l'unica variazione sostanziale sta nel colore della pelle di Tiana, cosa criticata senza senso (non è piaciuto il fatto che una principessa di colore debba avere origini umili rispetto allo sfarzo delle bianche), fattore abilmente sfruttato per scopi di pubblicità e marketing. Il ritorno al 2-D è più un valore affettivo che altro, senza nessuna reale necessità, come al solito il gap tra prodotti marchio Disney e quello Pixar è abissale (non si parla di solo aspetto visivo), e il furbo ricorrere alle cose del passato non è neppure un gioco delle citazioni ma soltanto un sintomo della mancanza di vera ispirazione: le canzoni come si diceva sono appiccicate e senza fascino (e come sempre non fanno altro che interrompere la narrazione invece di convogliarla) e il buonismo imperante e la simpatia innocua di alcuni personaggi ne fanno un prodotto solo per bambini, nonostante si possano riconoscere alcuni segnali che riguardano Katrina (la frase finale inno alla rinascita), il non dover guardare il colore della pelle (e comunque il principe è un colored e non un bianco) e il non badare troppo ai soldi (con la frase cardine «Bada a quello di cui hai bisogno e non a quello che devi avere», riferito all'amore). Un prodotto corretto ma troppo semplice, un compitino svolto senza nessun picco di fascino puro né della fiaba (ad esclusione dell'idea delle due stelle) né dell'avventura, che rischia di annoiare i bambini scafati di oggi che degli stili affettuosi del passato e dei sofismi dell'etica si disinteressano, ma anche e soprattutto di lasciare indifferenti gli adulti, specie se amanti del mondo Disney e non dei frullati colorati ma privi di sapore. Purtroppo la mano del grande John Lasseter (anche sceneggiatore) non è bastata; attendiamo ancora una volta l'arrivo del nuovo Pixar (Toy Story 3, ndr) per tornare ad esaltarci. E il fatto del 2-D o 3-D non conta nulla: è questo il vero difetto de La principessa e il ranocchio. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE La principessa e il ranocchio dà voce nel titolo e nella forma alla nostalgia di un immaginario perduto, quello delle vecchie favole, dove principi ranocchi vittime di malvagi incantesimi vagavano alla ricerca di principesse dal bacio salvifico. 3-D, virtuosismo e citazionismo sono stati per il cartone animato come l’uragano Katrina per la più magica delle città statunitensi, New Orleans: ne hanno violato l’identità più che rinnovarla. Il rimpianto riporta indietro le lancette dell’orologio di casa Disney – si torna al disegno a mano – eppure il trucco di Clements e Musker (La sirenetta, Aladdin) riesce sì e no: il ricordo è contaminato da un presente di post-modernità troppo invasivo per scomparire.La culla del jazz è un palcoscenico pittoresco per le peripezie di coppie scombinate, un principe squattrinato e una cameriera sognatrice, una ereditiera e un principino ancora bambino, e infine una lucciola e una stella. L’incontro fra personalità antitetiche destinate, dopo il bon ton degli attriti iniziali, a unire i cuori indissolubilmente è un ripescaggio della commedia americana classica, impreziosito però dall’alone romantico delle storia patetica della lucciola innamorata del bagliore di un astro. Nell’afroamericana Tiana c’è l’imprimatur di Obama nonché il volitivo spirito di Rossella O’Hara, ma il domani, secondo i dettami del modaiolo oggi, è un marito ballerino fatuo e la cucina di un ristorante a cinque stelle. L’incursione del regno sotterraneo dei morti viene depurata di elementi inquietanti, la ricerca nella palude dei due sventurati, prigionieri nel corpo di una rana, è una simpatica e breve gita fra le pagine solidali de Il libro della giungla. Insomma La principessa e il ranocchio finisce con il concretizzarsi nella consueta antologia di reminiscenze dotte: chapeau per il centrino ben ricamato dalla tecnica allusiva dell’art pour l’art, ma la conclusione istruttiva della morale? Niente paura: c’è anche quella, ed è lo struggimento per il tenero intarsio di una lucciola e una stella. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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John Lasseter, produttore esecutivo del film, è l'uomo che con la sua Pixar (fusasi nel 2006 con la Disney) ha decretato il nuovo corso dell'animazione 3-D con Toy Story, ed ora ha voluto fortemente un progetto controcorrente: realizzare un film in 2-D con animazione in puro stile classic, con canzoni (neppure troppo brillanti, invero: appesantiscono parecchio il decorso del film) e storia d'amore annessa. Lo spunto è quello celeberrimo del principe ranocchio dei fratelli Grimm, dove un principe bello e ricco doveva tornare umano grazie al bacio di una donzella.
La principessa e il ranocchio dà voce nel titolo e nella forma alla nostalgia di un immaginario perduto, quello delle vecchie favole, dove principi ranocchi vittime di malvagi incantesimi vagavano alla ricerca di principesse dal bacio salvifico. 3-D, virtuosismo e citazionismo sono stati per il cartone animato come l’uragano Katrina per la più magica delle città statunitensi, New Orleans: ne hanno violato l’identità più che rinnovarla. Il rimpianto riporta indietro le lancette dell’orologio di casa Disney – si torna al disegno a mano – eppure il trucco di Clements e Musker (La sirenetta, Aladdin) riesce sì e no: il ricordo è contaminato da un presente di post-modernità troppo invasivo per scomparire.










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