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| Martedì 22 Dicembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Famiglia in pericolo, vergineo disgusto e vendetta chirurgica al microonde sostituiscono un tipico diffuso senso di schizofrenia sull'uscio del Vietnam nel remake omonimo del celebre debutto di Wes Craven. La vicenda ivi descritta non si discosta apprezzabilmente dalla vecchia, scritta dallo stesso Craven partendo dalla lontana ispirazione della stessa ballata popolare svedese che dava origine a La fontana della vergine di Bergman: due amiche minorenni provano a concedersi una «notte folle» finendo nelle grinfie di quattro maniaci, che le uccidono (qui, anzi, novità: così sembra) dopo averle seviziate prima di ritrovarsi a loro volta nelle mani comprensibilmente poco benevole dei genitori di una di loro. I cambiamenti, oltre che ovviamente da un punto di vista estetico, sono in accorti dettagli—verso la fine, neanche troppo piccoli—che segnalano con puntuale fedeltà i cambiamenti di rotta culturale intervenuti da allora.L'originale debuttava con una didascalia di surrettizio benpensiero: «Questo film è dedicato a tutti i giovani perché sappiano a quali pericoli possono andare incontro». Il che era ovviamente un modo per provare a fare il contrario: più che i giovani, il problema erano mamma e papino—o meglio, il problema erano sia gli uni che gli altri. Nella rabbia grezza di allora, tanto bastava per chiamare in causa il bigottismo deviato di un paese che contemporaneamente generava una proiezione di violenza «esterna», bellica, in contrasto col promesso candore. Questo, chiaramente, volendo genericamente forzare la mano politica del film, come è stato ampiamente fatto. Nel 2009 abbiamo come saprete meno problemi sul fronte del sovvertimento politico, e alla Rogue Pictures si accontentano più modestamente di sfornare riedizioni nelle quali la sporcizia è solo trucco aggiunto. Più o meno come nel caso dell'altro remake della Rogue The Hitcher, dunque, è la giusta sete di sangue retributivo ad aver la meglio, fino a sfociare in un epilogo pre-titoli di testa (fosse stato per me, data l'aria, l'avrei piazzato dopo di modo da usarlo come lancio per un eventuale sequel) nel quale il già citato microonde entra in gioco—evidentemente il babbo (Tony Goldwyn, noto per essere l'amico infido di Patrick Swayze in Ghost) l'ha riparato, perché a inizio film non funzionava—a dire l'ultima parola sulla rinnovata faccenda «vittime e carnefici». Quel finale è particolarmente improvvido, potendosi usare l'aggettivo «agghiacciante» per descriverne non l'atroce rilevanza bensì la decisa inutilità: persino Jigsaw, da molti esecrato, fa quantomeno finta di avere un motivo per divertirsi con la testa delle sue vittime—qui invece siamo alla pura coda di cattivo gusto. La produzione, alla cui guida registica è chiamato il greco d'origine Dennis Iliadis (pubblicitario il cui unico lungometraggio precedente, in patria, è un acclamato quanto oscuro dramma-giallo del 2005 con protagonista la storia fra due prostitute minorenni; la Universal gli ha da poco affidato la regia del remake de Gli uccelli con Naomi Watts e George Clooney, dal quale si è appena tirato fuori l'originariamente designato Martin Campbell—che Dio ce la mandi buona), segue mediamente l'esempio fornito dal Non aprite quella porta di Nispel, da egli stesso portato avanti fino all'ultimo suo remake di Venerdì 13; Sharone Meir fornisce l'appropriata fotografia volentieri desaturata, potendo tra l'altro giovarsi di un ambiente acquatico come era stato il caso in Mean Creek. Purtroppo R. Lee Ermey non è nei paraggi, e con lui se ne va anche la tensione: Sara Paxton e Martha MacIsaac non vengono neanche usate granché per lo scopo minimo di suscitare un qualche vellicore pornografico. Giudizio: ![]()
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Famiglia in pericolo, vergineo disgusto e vendetta chirurgica al microonde sostituiscono un tipico diffuso senso di schizofrenia sull'uscio del Vietnam nel remake omonimo del celebre debutto di Wes Craven. La vicenda ivi descritta non si discosta apprezzabilmente dalla vecchia, scritta dallo stesso Craven partendo dalla lontana ispirazione della stessa ballata popolare svedese che dava origine a La fontana della vergine di Bergman: due amiche minorenni provano a concedersi una «notte folle» finendo nelle grinfie di quattro maniaci, che le uccidono (qui, anzi, novità: così sembra) dopo averle seviziate prima di ritrovarsi a loro volta nelle mani comprensibilmente poco benevole dei genitori di una di loro. I cambiamenti, oltre che ovviamente da un punto di vista estetico, sono in accorti dettagli—verso la fine, neanche troppo piccoli—che segnalano con puntuale fedeltà i cambiamenti di rotta culturale intervenuti da allora.








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