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Il mondo dei replicanti Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Venerdì 08 Gennaio 2010 00:00
Titolo originale: Surrogates Il mondo dei replicanti / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2009
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Durata: 88'
Regia: Jonathan Mostow
Sceneggiatura: Michael Ferris, John Brancato
Cast: Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe, Ving Rhames, James Cromwell, Jack Noseworthy, Jeffrey De Serrano, Helena Mattsson, Michael Phillip, Danny Smith, Brian A. Parrish, Michael O'Toole, Devin Ratray, Michael Cudlitz, Valerie Azlynn, Taylor Cole
Produzione: Touchstone Pictures, Mandeville Films, Road Rebel, Top Shelf Productions, Wintergreen Productions
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Data di uscita: 8 Gennaio 2010
Trama: In un futuro prossimo, i replicanti robotici si sostituiscono alla vita degli esseri umani, ormai dipendenti dalle loro copie. Ma ci sono comunità «puriste» che combattono contro l'uso spropositato dei robot. Nel frattempo un misterioso omicidio attrae l'attenzione dell'FBI e del detective Tom Greer, marito intrappolato in una tragedia troppo dolorosa da affrontare. L'indagine lo conduce verso un vicolo cieco, ma un pericolo imminente mette a rischio la vita di tutti coloro che sono collegati ai loro replicanti: una corsa contro il tempo e un intricato complotto condurranno Greer a dover scegliere tra una vita fatta di menzogne e la crudeltà della realtà.

Recensione di RICCARDO RUDI

Il mondo dei replicanti«The Surrogates» è una miniserie a fumetti partorita dalla mente di Robert Venditti, e che il regista Jonathan Mostow, ricordato per l'insuccesso di Terminator 3, ha preso in mano. In un riassunto di pellicole fantascientifiche e cyberpunk (da Blade Runner a Matrix, da Strange Days a Terminator) e di serie tv sci-fi (da Star Trek a Battlestar Galactica), Il mondo dei replicanti tenta in poco meno di un'ora e mezza di riepilogare il filone fantascientifico dei cyborg, le tematiche dell'oltre-umano e di mondi distopici governati dalle macchine. Benché la storia di androidi e della loro evoluzione sia una costante assai diffusa e già sfruttata su numerose piattaforme narrative (dal libro al cinema, sino a passare alla televisione), questo tipo di trama continua ad attrarre tanti spettatori: l'ibridazione uomo-macchina è un futuro possibile, tanto vicino quanto mai irraggiungibile. Il mondo dei replicanti segue fedelmente tutto questo percorso, ma senza troppe innovazioni e forse con un tono eccessivamente monotono e poco spettacolare.
L'evoluzione della tecnologia porta conseguenze incredibili e pericolose in tutti i campi, da quello medico a quello individuale; un dato di fatto ovvio, ma che diventa pretesto ed espediente narrativo per condurre il solito ma funzionante messaggio morale sui rischi che l'umanità corre sulla perdita di controllo della propria scienza. Nella pellicola, l'intenzione di poter aiutare nel campo della medicina con protesi meccaniche sempre più avanzate ha condotto a un'inesorabile evoluzione, sino alla creazione di robot umanoidi. Attraverso un'interfaccia neurale che obbliga a uno stato di incoscienza dell'utente, quest'ultimo può collegarsi direttamente al suo replicante robotico consentendogli quindi di poter vivere all'interno di un hardware dalle sembianze di chiunque. Dall'enorme salto nel campo della medicina, si passa a una vera e propria dipendenza dai replicanti: ormai miliardi di esseri umani non fanno altro che vivere una realtà fittizia, protetti all'interno di un involucro di microchip e dati. Il replicante diventa una droga, un ulteriore soggiogamento dell'uomo all'apatia di vivere, una realtà attuale che può essere constatata e valutata rispetto alla dipendenza verso le tecnologie odierne (dal computer al cellulare).
Con queste premesse tematiche, l'intreccio non propone niente di così interessante. Decidere di dare al film un aspetto investigativo (introducendo l'FBI) tende a rendere debole l'aspetto fantascientifico. La conseguenza di ciò è l'incredibile similitudine della struttura narrativa ed estetica con quella di una serie televisiva: il ristretto arco narrativo, il genere investigativo, la poca profondità dei personaggi, la ricchezza di immagini televisive (e quindi la povertà di immagini cinematografiche sensazionalistiche e di una fotografia convincente) e il semplice intreccio rendono questo film un potenziale quanto interessante prodotto seriale (infatti la storia si basa, come detto, su una miniserie di fumetti).
A fianco a questo discorso prettamente estetico, bisogna evidenziare l'enorme quanto mai indiscussa bravura di Bruce Willis e il convincente aspetto dei surrogati robotici, i quali vengono presentati in una perfezione retró inquietante. È un film riuscito a metà, e ci sono poche perle visive che colpiscono e scioccano. Resta il fatto che la godibilità è assicurata, e il finale rende giustizia a una credibilità che forse si era persa nelle ultime produzioni fantascientifiche nel cinema.

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il mondo dei replicantiIl mondo dei replicanti è un semplice filmetto di intrattenimento tratto dalla miniserie a fumetti «The Surrogates» scritta da Robert Venditti e disegnata da Brett Weldele, diretta da un regista non certo di qualità come Jonathan Mostow, autore di U-571 e Terminator 3 – Le macchine ribelli. La scarsa importanza del personaggio dietro la mdp la si vede anche dal fatto che nonostante abbia nelle mani un soggetto affascinante di impostazione cyberpunk si disperda in scene vacue, discorsi poco affascinanti e soprattutto ci faccia vedere una inedita versione di Bruce Willis con un parrucchino color carota smorta. La miniserie a fumetti non è mai entrata nel gotha delle nuvole parlanti, per cui si poteva pensare di utilizzarla come efficace storyboard (tipo le graphic novel di Miller); ma che si potesse ridurre l'importantissimo messaggio a una sorta di «Siate umani perché solo così si provano le vere emozioni», detto in 5 secondi in mezzo a botti ed esplosioni, sembra una cosa per lo meno pretestuosa.
Brevemente la trama per potervi esplicare le nostre perplessità. Willis è un agente dell'FBI, che però non agisce direttamente sul campo; bensì seduto in poltrona comanda un robot che fa tutto al suo posto, tutto pulito e senza rischi. Il fatto che non è solo lui in possesso della tecnologia: ormai quasi tutti hanno il loro «surrogato» al quale fanno fare ogni tipo di nefandezze, tanto ogni danno non lo subiscono gli umani (una sorta di Dorian Gray robotico). Ma l'idillio dura fino a che un terrorista misterioso non frigge con una pistola particolare a raggi un surrogato e nel contempo anche colui che lo comanda. La cosa manda nel panico la VSI (la ditta che produce i bambolotti viventi) mentre un profeta (Ving «Marsellus Wallace» Rhames barbuto) declama la necessità di una società all people biologica (con cartelli anti-robot che ricordano quelli anti-alieni di District 9).
Quando si parla di replicanti il pensiero corre subito a Ridley Scott e al suo capolavoro (tra gli altri che ha realizzato) Blade Runner; senza voler scomodare il paradiso, Mostow si dedica solo di facciata al vero problema di una società senza una vera presenza umana, dove si copula tramite un corpo sintetico e a distanza, ci si droga con scariche elettriche e non si ha nessuna voglia di interazione reale – abbiamo delle scene di inseguimento neppure fatte male e una parte finale (che ricorda molto anche quella del recente telefilm Flash Forward) di impatto particolare, anche se non si capisce perché gracchia un corvo in una metropoli. Coloro che non si servono dei robot vivono in ghetti e container e si dice che non ci sono danni collaterali; ma se questi surrogati fanno delle facezie, come si fa ad escludere che facciano anche cose «importanti» (come lavorare in una centrale nucleare)? Dobbiamo restare sibillini per non spoilerare nulla, ma questo fa capire come il film funzioni per il tempo che dura, senza voler troppo pretendere, mentre si perde come valore intrinseco nonostante gli illustri ispiratori e gli innegabili soldi spesi.
Il cast curiosamente riunisce i due interpreti rivali di Pulp Fiction, ed è completato dalla bella presenza di Radha Mitchell e Rosamund Pike, che non hanno minimamente il fascino femminile misterioso e sensuale che adornava Sean Young e Daryl Hannah. Senza perderci in altri paragoni improponibili, vi diciamo che per il dopopizza e la serata «no impegno» il film funziona, per cui le due stelline sindacali di soddisfazione le può prendere; peccato, perché onestamente si poteva dare qualcosa di più visto il terreno fertile – anche se molto esplorato – di partenza.

Giudizio: 2


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2.5
Emanuele Rauco: 2
Flavio Serantoni: 2

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