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| The Sky Crawlers – I cavalieri del cielo |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 09 Gennaio 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE La procellosa realtà di una guerra invisibile, insensata ed eternamente ripetentesi è splendidamente riflessa negli usuali abissi narrativi dei quali sono perforate le opere di Mamoru Oshii, autore visceralmente filosofico che imbeve la propria visione nella fantascienza e nell'animazione, fra il tradizionale e il digitale. Si può cambiare un'organizzazione descritta come ampiamente auto-servente, se si ripetono le proprie azioni nel tentativo—forse fatuo, ma irrinunciabile—di scardinarla? È ciò che, mentre il film si apre come a riconquistarne i ricordi, provano a fare i due protagonisti Yuichi e Kusanagi, due «non-esseri», stampo più crudele della distopia nella quale è ambientato il film: compagnie private hanno ereditato «la continuazione della politica con altri mezzi», e si fanno guerra fra loro con fini che sembrano avere a che fare con la mera conservazione di un immaginario—più precisamente, di un immaginario-prigione dell'individuo—che lo Stato ha ormai direttamente dato in affitto.In questa riproposizione di luoghi socio-politici assai cari alla fantascienza, Oshii si differenzia per l'inflessione taciturna ed assorbita, per l'alimentazione lato sensu spirituale delle sue vicende. In esse si ritrovano personaggi dai caratteri spigolosi ed incerti, in un'esistenza verso la quale sono tanto inizialmente indifferenti quanto infine attaccati: Yuichi e Kusanagi, in questo caso, sono due esemplari artificiali che vivono e riscoprono (il film è principalmente un viaggio intimo di auto-coscienza, in un universo però immobile e iniquo, e ciò spiega il gravame dell'intreccio, cui i conoscitori del regista saranno in ogni caso abituati) quella parte dell'io che secondo alcune ricostruzioni effettivamente lo caratterizza, ossia la memoria. Ma memoria personale e verità in un certo senso «storica» (o meglio, «di gruppo» o «classe») arrivano poi a congiungersi. Nell'indifferenza iniziale si nasconde in realtà la molla del voler capire, indagando nella routine di una caserma che sembra ricavata da un glorioso vecchio palazzo nell'Europa nord-orientale: i rituali fra «replicanti», sui quali ci si sofferma a più riprese (il principale essendo la piegatura del giornale, del quale il contenuto evidentemente poco importa), fanno scattare la comprensione in Yuichi, ingenerando dapprima un possibile rifiuto (più grande in Mitsuya, la quale è il vero personaggio di svolta dell'intreccio) e in seguito un contraccolpo forte. È anche, in tutto questo, un'assai amara—e finanche verista nello spirito—storia d'amore fra reietti, accompagnata per di più da innesti collaterali quali le prostitute «da battaglione» servite di passaggio alla tavola calda e la presenza di una figlia il cui status è non meno pendente di quello dei genitori, giacché persino loro sono appena consci della propria posizione. La pellicola si pone a mio avviso soprattutto come forte e decisa dichiarazione, fino all'ultimo indurita nel proprio vigore, benché lungamente impalpabile nello sviluppo drammatico, della figura del soldato come «essere/non-essere addestrato per morire giovane». Si può esser almeno sollevati dal fatto che questi esseri sostanzialmente indifesi in The Sky Crawlers abbiano quantomeno difficoltà a reperire ricordi del loro passato, che d'altronde neppure esiste, vivendo in una sorta di anestetizzato loop nel quale sono, per quanto a tutti gli effetti «persone» in grado di sviluppare ogni sensazione e sentimento, infinitamente riproducibili e rimpiazzabili; il soldato vero, si dirà, ha viceversa pieno accesso alla sua vita anteriore, ha un mondo già formato di affetti ed aspirazioni di cui vorrà riappropriarsi una volta rientrato dalla missione—ovviamente, se sarà rientrato. È una consolazione magra, considerando che difficilmente chi calcola entrambi come numeri potrà mai notare a fondo la differenza—ammesso che differenza ci sia. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Flavio Serantoni: ![]()
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La procellosa realtà di una guerra invisibile, insensata ed eternamente ripetentesi è splendidamente riflessa negli usuali abissi narrativi dei quali sono perforate le opere di Mamoru Oshii, autore visceralmente filosofico che imbeve la propria visione nella fantascienza e nell'animazione, fra il tradizionale e il digitale. Si può cambiare un'organizzazione descritta come ampiamente auto-servente, se si ripetono le proprie azioni nel tentativo—forse fatuo, ma irrinunciabile—di scardinarla? È ciò che, mentre il film si apre come a riconquistarne i ricordi, provano a fare i due protagonisti Yuichi e Kusanagi, due «non-esseri», stampo più crudele della distopia nella quale è ambientato il film: compagnie private hanno ereditato «la continuazione della politica con altri mezzi», e si fanno guerra fra loro con fini che sembrano avere a che fare con la mera conservazione di un immaginario—più precisamente, di un immaginario-prigione dell'individuo—che lo Stato ha ormai direttamente dato in affitto.










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