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| La prima cosa bella |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Giovedì 14 Gennaio 2010 18:16 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Finalmente è il ritorno della vera commedia italiana, dove la semplicità di una storia si fa spazio tra simboli e icone di una realtà livornese in un gap temporale tra gli anni ’70 e oggi. Paolo Virzì riesce a trasmettere un senso di familiarità con commoventi legami affettivi, parallelismi e salti temporali, con cambi di registri emotivi repentini e pensati, non sfociando mai nella retorica o nel moralismo rappreso. Dopo il successo di Tutta la vita davanti, ne La cosa più bella ciò che riesce a coinvolgere maggiormente è sia il delicato tono con cui viene narrata una vicenda tanto semplice quanto complessa, sia il cast corale, senza cadere nei soliti «episodi» disconnessi tra loro. Il cast, a sua volta, riesce a creare un mondo quotidiano e ordinario con interpretazioni uniche e coinvolgenti.Come detto, il film è corale, anche se l’attenzione viene concentrata maggiormente sul personaggio di Bruno, interpretato da un impeccabile Valerio Mastandrea, la cui bravura è ormai indiscussa, riuscendo anche stavolta a regalare un personaggio umano, tragicomico nella sua infelicità. Ma La prima cosa bella deve questo titolo a Micaela Ramazzoti nel ruolo Anna, una madre ingenua, goffa nel suo dare affetto ai figli, e che imbarazza costantemente il piccolo Bruno. A chiudere il cerchio familiare è Valeria, una Claudia Pandolfi un po’ incerta nella sua caratterizzazione, ma pur sempre meravigliosa, dando il meglio di sé. A fianco ai «grandi» attori citati, c’è un cast emergente di attori alle prime armi, come il piccolo Bruno interpretato da un bambino promettente. A far da sfondo alla vicenda è Livorno resa magistralmente una città «qualunque», riuscendo a rompere le barriere dialettali e regionali e facendola diventare il luogo da dove tutti noi proveniamo. Eppure potrebbe sembrare un paradosso, poiché il dialetto è forte e «invadente», ed è una chiave che consente una caratterizzazione ulteriore dei personaggi, divenendo quasi un modus vivendi degli stessi, senza mai scadere in una rozza proposizione di tradizioni territoriali atte a un’ipocrita esaltazione della città. Questa pellicola storia ha la straordinaria capacità di trasmettere un senso di purezza, lasciando intendere una sofferenza di fondo nella trama senza esplodere in un dramma; grazie al carattere innocente e «infantile» di Anna, a cui vengono perdonati tutti gli errori che commette nella vita propria e dei suoi figli, il film si costruisce su basi emotive, garantendo momenti comici quanto tragici. Oltre a questo, le vicende del passato della famiglia Michelucci sono viste dal piccolo Bruno nei momenti di flashback: attraverso il suo punto di vista, l’intreccio, gli avvenimenti e le situazioni che vive con la sua famiglia non vengono compresi pienamente, e tale incomprensione viene trasmessa a sua volta attraverso lo schermo; quindi non viene specificato perché, ad esempio, Anna litiga con il marito, ma viene comunque sottinteso e lasciato intendere allo spettatore. A dare «difficoltà» alla trama sono quindi i salti temporali: in maniera alogica vengono connessi passato e presente, consentendo allo spettatore di costruire man mano l’intero quadro di tutto il film. Accanto a meccanismi narrativi come questi, c'è la storia di una famiglia che attraversa gli anni ’70 e ’80 sino a giungere ai giorni nostri. Convincono sempre di più le straordinarie capacità di Paolo Virzì e degli sceneggiatori (Francesco Bruni e Francesco Piccolo) di trasmettere grandi sentimenti con piccoli gesti; e il piccolo Bruno che prende la mano della sua sorellina Valeria sembra una fotografia sbiadita, così come vedere Anna e i suoi figli nel lettone a cantare la «La prima cosa bella». Con alcune tracce neorealiste e di commedie italiane degli anni ’60/’70/’80, La prima cosa bella è una melodia, una canzone consolatoria e materna che aiuta a rivivere la propria infanzia. I sorrisi malinconici sono assicurati, Paolo Virzì non delude, e il cast è quanto di meglio si possa chiedere nel panorama italiano. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Dopo Tutta la vita davanti torna Paolo Virzì con una commedia amara quanto mai ispirata, fulgido omaggio al cinema italiano che fu (tradito ampiamente da quello che è), sospesa tra due periodi distinti che si rincorrono tra di loro con flashback più o meno lunghi. Era da tempo che anche noi di Cine Zone insieme ad altri cercavamo disperatamente qualche segnale di ripresa per la nostra cinematografia, urlavamo la nostra disperazione per l'agonia intellettuale di un cinema ormai ridotto a poco amabili resti fast food, ed ecco che finalmente (sperando che il trend prosegua con Muccino che esce tra 15 giorni, qui coproduttore) dopo l'abbuffata delle feste arriva la risposta. La prima cosa bella narra della vita di Anna, una donna gradevole d'aspetto ma ingenua che sogna un futuro da divetta; noi vedremo come la sua vita evolverà insieme a quella dei suoi figli. Nel 1970 la donna è interpretata da Micaela Ramazzotti (moglie di Virzì), mentre ai giorni nostri è interpretata da una intensa Stefania Sandrelli, vista come malata terminale per un cancro incurabile.1971. La sua vincita di un piccolo concorso balneare di bellezza scatena l'ira del marito Mario (Sergio Albelli), geloso oltre ogni limite, che la scaccia di casa; lei è costretta a prendere i figli piccoli Bruno e Valeria e incomincia a vagare cercando ricoveri sempre diversi, finché finisce a fare la figurante per un film di Dino Risi (interpretato dal figlio Marco) con Marcello Mastroianni. Credendo di trovare la felicità si abbandona nelle braccia di un produttore senza scrupoli; ben presto però scoprirà purtroppo la verità. Ai giorni nostri il figlio disilluso è un professore di lettere che vive di droghe (lo interpreta Mastrandea, che pare un dottor House sia per la dipendenza che per l'aspetto trascurato) mentre la figlia è sposata (un'ottima Pandolfi) e pare spigliata e maggiormente consapevole. La malattia della madre riunisce tutti; insieme ai nostalgici ricordi arrivano inaspettate rivelazioni. Virzì prende in giro la sua Livorno con un Mastandrea che preferisce vivere molto lontano, per poi spedire un messaggio d'amore a lei e al suo mare con la splendida scena finale: Bruno sta lontano da lei perché i ricordi sono troppo dolorosi, e non è detto che l'uso e abuso di farmaci possa essere una panacea. All'inizio del film una pallonata lo sveglia dai suoi sogni, il mondo che lui sta trascurando per dedicarsi a viaggi effimeri lo rincorre e lo chiama alla realtà, dolorosamente; il calcio viene visto come una sorta di spartiacque temporale per segnare tempi e modi di esprimere ed essere (le scritte sui muri dei tifosi fanno capire in che tempo siamo). Anna è una persona buona? No: lei è solo genuina, istintiva e poco razionale; non si può certo definire ottima una madre che porta non proprio «a modino» in giro per il mondo i figli, che li fa dormire in ricoveri di transizione, ma è sicuramente una persona migliore di coloro (come la sorella e il marito) che mostrano una facciata di perbenismo per poi essere i primi a tradire ogni valore umano. Tutti alla fine tornano da lei, centro catalizzatore di una vita che comunque ha un suo valore. Virzì vuole dare un serio monito antidroga ed antifumo nel suo film: la Ramazzotti è una tabagista incallita (difficile trovare una scena senza sigaretta con lei) e vediamo quali rischi in futuro subisca; così come Bruno, persona che a scuola e nella vita ha serie e consapevoli capacità, si perde e diventa moralmente randagio per le dipendenze. Film multistrato come pochi italiani hanno realizzato negli ultimi tempi di carestia creativa, ha anche degli omaggi stupendi al cinema che fu: oltre alle citazioni di Risi e Mastroianni, Anna sembra una Magnani che corre disperata nella scena di Roma città aperta quando lascia disperata il set del film, una Cesira/Ciociara/Loren nei punti in cui viene maltrattata, una Bellissima al contrario dove lei è la piccola che vuole essere messa allo sbaraglio nel difficile mondo dello show business. Tutto sembra rimandare, giustamente e in maniera nostalgica, a momenti imprescindibili del neorealismo, musiche immortali (come quella di Nicola Di Bari che dà il titolo) cospargono il film, e l'opera di ricongiunzione dei due tempi è a dir poco perfetta (con il 1970 fotograficamente virato al seppia): un lavoro di cucito degno di un artista che ogni volta che fa un film (consultare il suo percorso) migliora continuamente, forse perché non vuole solo produrre ma perché lo fa soprattutto quando lo sente. Ottimi tutti, anche il cast di contorno, con Marco Messeri (il Nesi), lo specializzato in cinepanettoni Paolo Ruffini, e dulcis in fundo Dario Ballantini, multiforme trasformista di «Striscia la notizia». Virzì ci commuove, ci diverte e ci emoziona, con una storia toccante. Forse la sua odierna non è la prima, ma è certamente una cosa bella: non fatevi il torto di perderla solo perché schiacciata dall'uscita contemporanea del film di Cameron. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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