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| Sabato 16 Gennaio 2010 12:53 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il debutto registico dello stilista americano Tom Ford trasuda grevità, anche e forse specialmente nel senso meno positivo del termine. Protagonista ne è lo spleen lungo un giorno di George Falconer (Colin Firth), un elegante—per quanto afflitto—professore di letteratura i cui fatui ricordi di felicità e precipitose riflessioni d'esistenza riaffiorano, mentre istinti di morte lo accompagnano. Firth, che per quanto mi sia simpatico è sempre stato giustamente famoso per essere un tipo dall'aria imbambolata, è probabilmente un'ottima scelta per Ford, che sembra trovar conforto nelle sue contratte qualità di interprete: più che frastornato dagli sconvolgimenti degli ultimi mesi nella propria vita, George viene a galla per lo più con un'attitudine intorpidita. Il che è evidentemente ricercato, ma rende avvizzito il film stesso.La psicologia bloccata dell'uomo procede per impassibili scatti, accompagnata da numeri di bravura degni di un facoltoso, volenteroso ma inevitabilmente un po' pedante debuttante: Ford prova a farci entrare nella testa confusa del suo uomo solo spendendosi inizialmente in una voluminosa sequela di jump cut di disperazione, poi in lunghi ralenti nella monotonia della vita suburbana nella California meridionale (vedasi l'avvio di mattinata della vicina famiglia Strunk). Col direttore della fotografia Eduard Grau, inoltre, pensa con ben poca inventiva di sottolineare il grigiore e la demoralizzazione di George desaturando la tavolozza cromatica, facendola di contro esplodere oltremodo ogniqualvolta, in flashback o momenti attuali, George riesca—anche troppo letteralmente—ad «infuocarsi». Solitamente questi sono modi solenni, fra il risaputo ed il pedestre, per imbellettare una certa dose di vacuità da far rimanere lettera morta. Durante questa giornata, nella quale il suicidio viene contemplato ma anche puntualmente ritardato, nella vita di George rientrano o entrano le figure di Charley (Julianne Moore), vecchia amica abbandonata dal marito e dal figlio, e Kenny (Nicholas Hoult), un avvenente giovane studente che per motivi caliginosi inizia ad interessarsi al professore. Ford riesce a catturare alcuni momenti rivelatori in entrambi i rapporti, sebbene sia il candido Hoult sia la sua direzione non propriamente fluidissima facciano risaltare il peso del primo contro quello del secondo. Per il resto, Ford tende spesso a girare a vuoto, provando a dar senso (e cadendo in gran parte, vedi sopra, fra il risaputo ed il pedestre) alla standardizzazione levigata dell'ambiente o a più o meno sfuggevoli incontri (ad esempio i ripetuti particolari—a quanto pare sconvolgenti—di invidiabili volti femminili giovani e biondi, o il quasi-abbordaggio di un focoso spagnolo). Tom Ford ha dichiarato di volersi dedicare al cinema per sfuggire alla volatilità dell'alta moda: con A Single Man si è forse liberato di un po' della volatilità più chiassosa, focalizzandosi su un lavoro verso il quale nonostante tutto traspare il suo interesse, ma dovrà ancora imparare a sbarazzarsi dell'incerto senso di autocompiacimento che macchia il suo ingresso dalla porta principale nel mondo del cinema. Quanto a Colin Firth—che, a quanto dice, ha messo nel personaggio tanto quanto hanno fatto l'Isherwood autore del romanzo e Ford stesso—questo ruolo è virtualmente accostabile al suo personaggio nel False verità di Atom Egoyan, primo film nel quale l'ho visto uscire dal suo gesso, pur—come succede qui—tenendo a rimanerci vicino. È capace di queste cose. Matthew Goode (nella parte del defunto Tim) è però quello che in futuro terrei d'occhio in particolar modo. Giudizio: ![]()
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Il debutto registico dello stilista americano Tom Ford trasuda grevità, anche e forse specialmente nel senso meno positivo del termine. Protagonista ne è lo spleen lungo un giorno di George Falconer (Colin Firth), un elegante—per quanto afflitto—professore di letteratura i cui fatui ricordi di felicità e precipitose riflessioni d'esistenza riaffiorano, mentre istinti di morte lo accompagnano. Firth, che per quanto mi sia simpatico è sempre stato giustamente famoso per essere un tipo dall'aria imbambolata, è probabilmente un'ottima scelta per Ford, che sembra trovar conforto nelle sue contratte qualità di interprete: più che frastornato dagli sconvolgimenti degli ultimi mesi nella propria vita, George viene a galla per lo più con un'attitudine intorpidita. Il che è evidentemente ricercato, ma rende avvizzito il film stesso.









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