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| Baciami ancora |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 30 Gennaio 2010 11:58 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Gabriele Muccino, back to Italy dopo i fasti americani di La ricerca della felicità e Sette anime (il film odierno contiene un omaggio a Will Smith, con una tv che riproduce un dvd in alcune inquadrature di Io sono leggenda) e probabilmente un po' a corto di idee per creare un progetto nuovo, riprende i personaggi del film che l'ha reso famoso nell'ormai non più vicino 2000 (non a caso la vicenda si svolge 10 anni dopo, rispettando tempi reali). Baciami ancora (titolo molto fantasioso) riprende infatti le vicende narrate nell'ottimo L'utimo bacio. Purtroppo la mancanza di Giovanna Mezzogiorno (e della Sandrelli), che non ha voluto aderire al progetto ed è stata sostituita dalla rivombrosiana Vittoria Puccini, nuoce parecchio al risultato finale: nonostante lo sforzo di volontà, le due attrici sono distanti anni luce e il personaggio di Giulia (ricordate la terribile sfuriata dopo il tradimento subìto per colpa di Martina Stella, qui non presente nel cast non per scelta sua ma per mancanza proprio di inclusione nel copione) che è fondamentale risulta sbiadito ed incolore.Accorsi è invece ancora Carlo – tra l'altro l'Accorsi dopo una serie di film seguenti a L'ultimo bacio si è completamente eclissato – e ripercorre senza lode né infamia il suo passato. La vicenda è multistrato per i molti personaggi coinvolti. Sarebbe davvero necessario rivedere il capostipite per capire meglio il tutto; vi basta comunque sapere di base che il viaggio che gli amici hanno intrapreso alla ricerca di se stessi e della serenità è fallito. Adriano (Giorgio Pasotti), dopo aver lasciato a casa l'insicura compagna Livia (Sabrina Impacciatore) con il figlio di un anno, è finito in carcere per droga e ora ritorna dagli amici che lo aspettano tutti insieme con paure ed insicurezze; soprattutto Paolo (Claudio Santamaria), che in piena crisi depressiva cerca un difficile rapporto con Livia; Marco (Pierfrancesco Favino) e Veronica (Daniela Piazza) sono ai ferri corti perché non arriva l'erede; Alberto (Marco Cocci) non vuole rapporti fissi e passa di donna in donna (più di 200, dice lui) sognando il Brasile e le sue atmosfere. Mentre arrivano, o ci sono già dopo la rottura dei rapporti, nuovi partner un po' per tutti, ognuno perde o guadagna qualcosa. Muccino purtroppo stavolta buca in parte l'interesse per lo svolgimento: dopo le atmosfere ansiogene progressive di Sette anime, ritorna a descrivere una comunità inquieta senza molta fantasia, utilizzando alcuni suoi metodi fissi (il finale con i protagonisti che sentono tutti man mano la notizia mentre il pubblico attende l'esito) e riempiendo il tutto di cose a volte patetiche – come la storyline di Matteo abbandonato, Carlo e Giulia che non sanno bene che fare dopo tre anni di separazione e gli avvocati mobilitati – che anziché nobilitare la storia la cristallizzano facendola sembrare ripetitiva (il film dura la bellezza di due ore e venti, decisamente troppo per quanto racconta). La migliore delle varie sottostorie presenti (con voce over di Accorsi che ogni tanto sottolinea l'ovvio e mette qualche concetto erudito scontato) è sicuramente quella di Veronica e Marco, i più reali: la tresca tra lei e un giovane suonatore di piano e fotografo (Primo Reggiani) ci narra di voglia di uscire dalla chiusa disperazione con atti inconsulti, che poi alla fine però paghiamo tremendamente, come per il viaggio andato male – va bene saziare gli impulsi, ma bisognerebbe almeno calcolarli in parte. Si riparametra con loro la storia passata tra Accorsi e Martina Stella. Muccino ci parla di amici come unica spiaggia di sicurezza: Paolo, con la traballante storia con Livia, non esita ad essere onesto e sincero con Adriano; Marco viene soccorso mentre è in piena crisi per le corna, e alla fine si fanno i conti con i tanti fallimenti e qualche successo tutti assieme, su un muretto, compagnia ritrovata pronta a una nuova diaspora sapendo che comunque al primo richiamo tornano tutti. Il cinema delle urla e delle grida sparate a mille di Muccino non si colora di nuovo ma fa solo un proseguimento che onestamente ci lascia parecchio indifferenti: sapere cosa è successo dopo, in questa maniera, non ci coinvolge. Muccino sa raccontare le storie umane di amori/rancori, ma sarebbe stato meglio uscire dagli schemi (alcuni prevedibili) per non essere decolorato e qualunque; gli attori coinvolti nel progetto non l'aiutano molto e tutto pare una fiction televisiva. Inoltre è terribile, devastante e assolutamente deprecabile la pubblicità neppure occulta dell'Actimel, pubblicizzato come anti-stress per la patologia che guarda caso subisce Accorsi: il prodotto entra nel film senza alcuna velatura e per di più nel rullo pubblicitario precedente al film Carlo Conti ce lo presenta. Davvero una caduta di gusto. Non abbiamo niente contro chi lo produce: il problema è che si sono accusati tanti altri di prendere introiti da sequenze sublimali e poi mettiamo questo. Speriamo che la produzione rifletta su certe cose, ma quando ci sono di mezzo i soldi nulla conta mai. Baciami ancora è in definitiva un film davvero superfluo, prodotto continuativo e blandamente esplorativo di sensazioni rispetto al progenitore. Muccino sta incominciando a girare in tondo ai suoi stili. Ricordati di me, che è un ottimo film, era altamente critico con la tv: il regista, privo della protezione di un nume tutelare come Will Smith, ora sembra voler allinearsi e schiacciare l'occhiolino ad essa. La Mezzogiorno ha visto bene rifiutando il suo coinvolgimento e la applaudiamo una volta di più per questa scelta. Nel cast è presente il figlio di Giannini, Adriano, nella parte del nuovo compagno di Giulia. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Il microcosmo urbano di Muccino, richiamato in scena dieci anno dopo L’ultimo bacio, ha scoperto nella nevrosi il segreto della giovinezza: la maturità è l’inizio della senilità, e per evitare quel vicolo cieco spesso le persone preferiscono tornare al punto da dove sono partite, nell’illusione di trovare le cose intatte come le hanno lasciate. «L’Italia è un paese vecchio», sostiene convinto Adriano, il meno complicato del branco ed il più oltranzista nel perseguire i sogni giovanili; tuttavia il giovane e promettente Brasile in cui alla fine lo vediamo emigrato con pochi spiccioli è un’immagine da agenzia turistica: la sequenza è esemplare di come Muccino, fedele a uno stile di regia sperimentato nei film d’ambientazione romana, per fotografare i comportamenti smaniosi indotti da uno stato d’animo instabile lasci in ombra la realtà e in tal modo annacqui l’avvilente stordimento etico ed esistenziale intercettato, così diffuso nell’Italia di oggi in tutte le categorie sociali.Baciami ancora si concentra infatti esclusivamente sul martirio sentimentale ed affettivo che lega in una masochistica strettoia di prospettive amici, coniugi, separati e conviventi: all’egoismo distruttivo sopravvive l’innocenza dei figli bambini e poco altro. La commedia corale assume così quasi subito il volto equivoco della pièce grottesca nella quale quasi nessuno dei personaggi suscita simpatia o pietà e i mutamenti risolutivi indispensabili per riportare sul sentiero l’intreccio sfuggito costuiscono una pausa consolatoria momentanea. Il sospetto è pertanto che i componenti della brigata in disfacimento d’identità non piacciano neppure all’autore, che li ha abbandonati ai contorcimenti e all’ignoranza di se stessi, senza concedere l’alibi di un’interiorità, senza sostituire la maschera, identica a quella di dieci anni prima, con una persona autentica, vanificando gli sforzi espressivi degli interpreti. Nel girotondo meccanico si intrufolano perfidi richiami, le reminiscenza colte, da C’eravamo tanto amati a Saturno contro, e ci si conforta o a scelta ci si dispera al pensiero che, scava scava, la musica è sempre la stessa. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Gabriele Muccino, back to Italy dopo i fasti americani di 
Il microcosmo urbano di Muccino, richiamato in scena dieci anno dopo L’ultimo bacio, ha scoperto nella nevrosi il segreto della giovinezza: la maturità è l’inizio della senilità, e per evitare quel vicolo cieco spesso le persone preferiscono tornare al punto da dove sono partite, nell’illusione di trovare le cose intatte come le hanno lasciate. «L’Italia è un paese vecchio», sostiene convinto Adriano, il meno complicato del branco ed il più oltranzista nel perseguire i sogni giovanili; tuttavia il giovane e promettente Brasile in cui alla fine lo vediamo emigrato con pochi spiccioli è un’immagine da agenzia turistica: la sequenza è esemplare di come Muccino, fedele a uno stile di regia sperimentato nei film d’ambientazione romana, per fotografare i comportamenti smaniosi indotti da uno stato d’animo instabile lasci in ombra la realtà e in tal modo annacqui l’avvilente stordimento etico ed esistenziale intercettato, così diffuso nell’Italia di oggi in tutte le categorie sociali.








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