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| L'uomo che verrà |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 07 Febbraio 2010 15:29 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Giorgio Diritti tiene fede al suo cognome e dopo l'intenso Il vento fa il suo giro realizza un altro film in dialetto (con sottotitoli), guarda ancora secco ed asciutto verso il pubblico raccontando una storia ambientata negli oscuri tempi della seconda guerra mondiale, riprendendo con personaggi di fantasia la vera strage di Monte Sole, nel dire comune «strage di Marzabotto» dal nome del comune più colpito (compiuta dai nazisti in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944), che segue quella di Sant'Anna di Stazzema a cui non molto tempo fa il grande Spike Lee dedicò una intensa pellicola.Nell'Emilia Romagna rurale di quegli anni, la piccola Martina è diventata muta in seguito allo strazio della morte del piccolo fratellino, e ora alla notizia dell'arrivo futuro di un altro si sente felice e tranquilla. Ma purtroppo a quei tempi i sorrisi non erano cosa comune: i giovani uomini per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi entravano nelle file dei partigiani, mentre le donne, i bambini e gli anziani cercavano di sopravvivere poveramente e nel contempo di aiutarli. Diritti è decisamente un autore indipendente mentalmente che non si cura di rendere facile la lettura del suo film: a parte i sottotitoli e il dialetto, la protagonista è una bravissima bimba nel film muta (Greta Zuccheri Montanari, se continuerà con il lavoro di attrice sentiremo sicuramente parlare di lei in futuro); gli altri attori (a parte Alba Rohrwacher e Maya Sansa) sono praticamente dei perfetti sconosciuti; oltretutto il film non ha nessuna voglia di propagandare eroismi e non fa vedere minimamente la vendetta/riscossa dopo l'eccidio. L'uomo che verrà del titolo è il fratellino che Martina toglie provvidenzialmente dalla culla e salva dalla furia cieca nazista: in una toccante scena finale, mostra la possibilità che un giorno sulle note di una tenera ninna nanna ci potrà essere spazio per esseri umani migliori. Ci si ritrova a pensare che il futuro che già conosciamo ha dimostrato che la guerra è solo un crimine orrendo contro cui l'unica vera alternativa è la pace. Terribile la sequenza shock, poi stemperata della carrellata sui bimbi con le mani alzate (muti come Martina), del rastrellamento dei civili che pensavano non avrebbero subito violenze in quanto inermi; si denuncia anche come i partigiani in fondo non fossero degli eroi a tutto tondo (guardano dall'alto e non intervengono durante gli eccidi) e a volte terminavano verso i contadini quello che i soldati nazisti avevano iniziato portandogli via le ultime vettovaglie («La carta non serve a sfamarci»). Il film, oltre al discorso dell'uomo migliore che verrà, vuole anche mostrare come persino dalle cose più terribili ci sia una scintilla di bene: mentre il padre diventa sordo per colpa di una granata, cosa che lo avvicina ancor di più verso la figlia menomata, sempre per colpa di una granata assassina Martina ritorna ad udire, ormai provata e consapevole è ora nel mondo degli uomini e non dei fanciulli, pronta a vivere un nuovo percorso sapendo di custodire un tesoro (il fratellino). Il regista trova una via diversa, fatta non di spari e duelli ma di sguardi, ci parla di cose semplici ed emozioni importanti che si rischiano di perdere in un lampo, dell'allevamento di magre vacche con contorno di povere masserizie (non si poteva macellare liberamente neppure un maiale per sfamarsi), dove la migrazione e l'arrivo di nuove persone sembrano la deportazione degli ebrei che si dislocano forzatamente man mano (nell'esempio, le lenzuola appese che dividono le famiglie). L'uomo che verrà è il manifesto di come si possa raccontare efficacemente avvenimenti tragici senza essere per forza epici, disporre di capitali ingenti o attori fenomenali e superstar. La storia e il tempo li costruisce la terra coltivata con le nude mani e i rudi mezzi: nel film il paesaggio di Monte Sole, che nei 67 anni trascorsi non è cambiato, pare parlarci lui stesso con dolore. La nuova scintilla di speranza per il cinema italiano di qualità non parla forbito e non ha modi sofisticati, ma ha cuore duro e coraggioso, ci sferza nell'animo con un messaggio che taglia come una lama. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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