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| Il concerto |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Lunedì 08 Febbraio 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di AUGUSTO LEONE Le commedie di Mihaileanu commuovono perché fantasticano su una rivalsa nei confronti degli scempi più orribili perpetrati dai totalitarismi del secolo appena trascorso: in Train de vie la beffa orchestrata dalle vittime predestinate era una via di fuga dall’Olocausto, l’unica possibile: ne Il concerto, opera ben più articolata, l’imbroglio messo in atto dai finti orchestrali del Bolshoi propone l’armonia suprema dell’arte come utopia salvifica dall’oppressione delle ideologie e dal triviale materialismo del presente. La musica non nasce nell’aula di un conservatorio o dallo studio di una tecnica, ma dall’anarchia dell’anima: l’ingenua convinzione anima i bizzarri personaggi della pellicola, che sotto la guida di Andreï Filipov (Aleksei Guskov), direttore d’orchestra moscovita messo da parte per aver difeso gli ebrei, vengono a Parigi e suonano, senza aver provato prima, Čajkovskij al Théâtre du Châtelet.Da secoli si discute se a prevalere nel cosiddetto sublime sia la fatica di esercizi quotidiani o la dote naturale; tuttavia che di questione puramente accademica si tratti lo dice la toccante immagine della violinista ebrea coperta di stracci sotto le nevi della Siberia: il potere terapeutico dell’arte sul mondo è illusorio, essa è piuttosto un volo in grado di portarci lontano da una realtà immodificabile per un frammento di tempo. Lo spettacolo variopinto messo in scena nella prestigiosa sala parigina è cosi l’ultima occasione di riscatto per un gruppo di sopravvissuti all’emarginazione sociale, tanto che la giovane star del violino, Anne-Marie (Mélanie Laurent), in seguito alla confessione del Maestro alcolista, si rifiuta di far parte del gioco, da lei stesso definito una seduta di psicoterapia. Eppure, dopo un tormentoso viaggio interiore, proprio lei giunge a riconoscere la verità consolatoria della musica nel suo legame indissolubile con la memoria e con la storia. L’atmosfera magica del concerto viene significativamente rappresentata da Mihaileanu con scarso rispetto dei melomani avvezzi alla prassi dei teatri: i volti sono concentrati infatti sulle emozioni e non sull’esecuzione, il ricordo disturbante del terribile passato e del ridicolo oggi viene e va, cielo e terra perdono e vincono insieme. Del resto, se non ci fosse la terra con i suoi cattivi odori, immaginare l’eternità del cielo non sarebbe così bello. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Train de vie – Un treno per vivere era un bellissimo film che parlava di persone che fingevano di essere qualcosa d'altro per sopravvivere; nel film di oggi (diretto e sceneggiato anch'esso dal rumeno Radu Mihaileanu) ancora una volta si parla di qualcuno che si mostra per qualcun altro, ma stavolta per realizzare un vecchio sogno, riscattare un episodio successo trent'anni prima in Russia sotto il tallone di ferro di Brežnev e incontrare una persona in Francia che non sa neppure che tu esisti.Il protagonista è l'ex-direttore d'orchestra Andreï Filipov (Aleksei Guskov) che ora fa l'uomo delle pulizie. Un giorno i brutti periodi da sottomesso paiono avere una luce alla fine: mentre lucida una scrivania si accorge che arriva un fax diretto al Bolshoi che chiede la presenza della compagnia al famoso Théâtre du Châtelet di Parigi. Incoraggiato dalla moglie, decisa e risoluta, Filipov si organizza per ritrovare i vecchi amici che hanno abbandonato anch'essi l'attività musicale. In Francia lo attende l'incontro con una importante violinista (la interpreta la bella Mélanie Laurent, una delle affascinanti basterd di Tarantino) a lui molto cara; ma le difficoltà sono molte, anche perché la compagnia musicale mal assortita e ritrovata è una vera armata Brancaleone. Temi importanti in questa riuscitissima e stupenda commedia amara: si riparla di ebrei perseguitati, di Glasnost e Perestrojka, dei periodi oscuri dell'Unione Sovietica e dell'impossibilità di poter essere se stessi per colpa di un regime dispotico, il tutto stemperato in intelligenti battute «guascone» che ci faranno sorridere di gusto. La trama di Filipov che cerca il riscatto è un sottofondo per mostrarci simpatiche macchiette: l'amico che gira in ambulanza sensibile e grato, padre (che sembra Woody Allen) e figlio ebrei che vendono apparecchiature elettroniche portatili, il vecchio comunista incallito che organizza comizi nostalgici con comparse, ma anche e soprattutto per commuoverci con immagini di una sensibilità incredibile. L'ultimo comparto (venticinque minuti circa) è a dir poco strepitoso, le figure anche tragiche si muovono sulle musiche come farfalle portate da una brezza gentile. Difesa strenua anche della musica che ormai non compra più nessuno: ormai la si scarica e perde di valore economico, ma non si deve perdere quello emozionale che rimane – viene detto, citando di nascosto Abramović (padrone del Chelsea), che conviene comprare una squadra e non finanziare un'orchestra. Mihaileanu, con l'utilizzo di un montaggio perfetto, alza ed abbassa i toni come se avesse tra le mani un mixer celestiale, si permette di mostrare una violinista che non suona Čajkovskij (che ebbe moglie di origine francese) eseguire una esibizione perfetta senza spartito, come se l'invocato intervento divino fosse arrivato a salvare l'esibizione degli scalcagnati squattrinati organizzati (e di Full Monty questo film ha l'assunto di base di fare uno spettacolo che li riscatti). Emozioni, musiche, simpatia e trama solida in mezzo a meccanismi perfetti: questo Il concerto è un'ouverture e una suite musicale imperdibile per chiunque voglia sensibilizzare il proprio animo senza vedere un polpettone indigeribile. Deprecabile il doppiaggio italiano, che ci fa sentire l'accento russo odierno come quello dei cattivi comunisti della guerra fredda. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Le commedie di Mihaileanu commuovono perché fantasticano su una rivalsa nei confronti degli scempi più orribili perpetrati dai totalitarismi del secolo appena trascorso: in Train de vie la beffa orchestrata dalle vittime predestinate era una via di fuga dall’Olocausto, l’unica possibile: ne Il concerto, opera ben più articolata, l’imbroglio messo in atto dai finti orchestrali del Bolshoi propone l’armonia suprema dell’arte come utopia salvifica dall’oppressione delle ideologie e dal triviale materialismo del presente. La musica non nasce nell’aula di un conservatorio o dallo studio di una tecnica, ma dall’anarchia dell’anima: l’ingenua convinzione anima i bizzarri personaggi della pellicola, che sotto la guida di Andreï Filipov (Aleksei Guskov), direttore d’orchestra moscovita messo da parte per aver difeso gli ebrei, vengono a Parigi e suonano, senza aver provato prima, Čajkovskij al Théâtre du Châtelet.
Train de vie – Un treno per vivere era un bellissimo film che parlava di persone che fingevano di essere qualcosa d'altro per sopravvivere; nel film di oggi (diretto e sceneggiato anch'esso dal rumeno Radu Mihaileanu) ancora una volta si parla di qualcuno che si mostra per qualcun altro, ma stavolta per realizzare un vecchio sogno, riscattare un episodio successo trent'anni prima in Russia sotto il tallone di ferro di Brežnev e incontrare una persona in Francia che non sa neppure che tu esisti.









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