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| Lourdes |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 09 Febbraio 2010 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il film dell'austriaca Jessica Hausner appartiene all'ampia famiglia dell'evanescente, molto delicata perché confinante con l'infondato, a cominciare dal fatto che—al contrario di quanto capita più usualmente—non è punto agevole individuarne ad una prima approssimazione quello che è il solito spauracchio critico, il «tema» (termine che, giustamente inteso, dovrebbe coincidere con «poetica»): di cosa parla? Il punto più chiaro è che l'elemento religioso deve giocarvi il ruolo di pensoso distrattore: se uscite chiedendovi ostinatamente cosa siano concetti quali la fede, i miracoli e la speranza, siete stati gabbati. Va da sé, di contro, che ambientare e intitolare questo film a Lourdes dovrà pur certificare qualcosa—una carica certo emblematica, ma non esclusiva.Quest'opera minuziosa e dal fare irrefutabile si attua come una surreale parabola aperta, nella quale il miracolo lentamente nasce e si spegne in mezzo alla routine della fede. Quest'ultima viene vista da un lato come uno dei mezzi più potenti per evitare di darsi risposte: incapace di comprendere cos'è successo a Christine (Sylvie Testud), il gruppo di pellegrini vocifera e crolla in un substrato di conformismo tenuto a bada solo elusivamente. Dall'altro, come una delle strutture sociali alle quali affidarsi, in fondo appunto per evitare le suddette risposte. Christine si consegna al Sovrano Ordine di Malta per poter vedere il mondo: alla fine del film avrà forse capito di aver visto solo il Sovrano Ordine di Malta, ovvero il modo in cui interagiscono le persone che ne fanno parte. Interrogata sul perché della sua scelta, la regista/sceneggiatrice risponde: «[È] un sistema e solleva gli stessi interrogativi del sistema sociale in generale: cosa dobbiamo alla società? Qual è il nostro posto nella scala gerarchica? Mi è sembrato interessante osservare tutto questo all'interno di un Ordine in cui le persone si comportano non in base a scelte individuali ma in base alle attese del gruppo. È questo il filo conduttore dei miei film: il rapporto tra il ruolo che svolgiamo nella società e la nostra identità personale. Quale è il mio potere? Il mio dovere? Chi sono e chi dovrei essere? I miei film esprimono l'idea che non è possibile trovare un'unica soluzione, oppure che se ne trovano diverse». La Hausner par essere uno di quegli autori che non prediligono un proprio sguardo morale (pur possedendone beninteso uno, in una forma distante ed interrogativa), bensì lo sguardo sulla moralità nei comportamenti umani. Fra le sue ispirazioni anche estetiche cita Dreyer e Tati; a questi si potrebbe aggiungere—e magari dargli più importanza—un morso del feroce disincanto del connazionale filosofo Michael Haneke, con la sua passione per la mostruosità inspiegabile della società umana. Come lui, la Hausner si chiede: cosa succede quando dal nulla, inspiegabilmente, qualcosa di tanto agognato, e perciò temibile, si materializza? Saranno forse le cose di noi che non vogliamo mettere in mostra a venir fuori, la parte più immonda anziché la parte migliore? L'intero cast di attori vale la rituale ma anche necessaria menzione, ovviamente a cominciare dalla macilenta protagonista Sylvie Testud. Ciò non elimina un piccolo appunto su un fatto che chiaramente non sarà avvertibile nella versione doppiata: il film, formalmente in lingua francese, è stato in realtà girato con una certa libertà di idiomi date le presenze di attori di madrelingua tedesca (fra loro il padre Nigl di Gerhard Liebmann), facendo poi ricorso ad un doppiaggio piuttosto evidente in molte parti. Giudizio:
Recensione di EMANUELE RAUCO C’è una frase del sommo maestro Luis Buňuel che dice «Sono ateo per grazia di Dio». Pare la frase adatta per descrivere il terzo lungometraggio della regista austriaca Jessica Hausner, presentato con un certo clamore all’ultimo festival di Venezia, e che sceglie un tema scomodo e complicato da affrontare, sia per la difficoltà morale della materia sia per le pressioni del mondo circostante. Quello che riesce a fare la Hausner è però una notevole riflessione sulla fede e sui suoi risvolti quotidiani.Un comune pellegrinaggio a Lourdes, tra le strutture turistiche e le speranze dei malati di guarire, possibilmente in modo miracoloso: tra questi Christine, che pare proprio al centro di una guarigione inspiegabile dalla sua tetraplegia. A metà tra documentario e dramma analitico conditi con il miglior cinema d’autore europeo, un film scritto dalla regista con Géraldine Bajard che si pone il difficile compito di riflettere sulla natura delle fede e delle istituzioni religiose senza cercare il facile sarcasmo – come ha fatto Bill Maher in Religiolus – ma tentando la strada della lucidità critica. Il film cerca di sondare il terreno della fede e delle credenze religiose affrontandole da un punto di vista psicologico (di cui replica molte dinamiche) e sociale (su cui giocano le varie componenti), e confrontandole continuamente con la vita quotidiane delle infermiere volontarie e degli accompagnatori: così la struttura a tre livelli – i rituali religiosi, l’organizzazione del lavoro e la quotidianità – diventa mezzo fondamentale per capire il rapporto tra fede e scienza, ma anche tra religione e le contraddizioni della comunità. Infatti, la vera forza e originalità dell’opera della Hausner stanno nel filo ironico con cui mette credenti e spettatori di fronte alle domande che sono alla base della religione o del suo rifiuto, raccontando il microcosmo dei pellegrini, le regole interne (il miracolo è una gara e una ricompensa che genera invidie) e i meccanismi riproduttivi della società (l’attrazione «simbolica» di Kuno per Christine), ma anche il significato intimo seppure effimero che sta alla base della fede come di ogni cosa terrena. È qui la bravura della regista come autrice, nel rendere la persuasione divina una cosa terrena, tessendo con grande abilità una strategia narrativa tesissima eppure illuminante, dove le domande e le riflessioni sanno sposarsi con l’umanità del testo, cosa che – come regista – forse a tratti perde un po’ di vista, ma che riesce a recuperare con una cura stilistica che sa aprirsi e chiudersi, come messinscena e taglio delle inquadrature, a seconda delle situazione (notevole l’uso di carrelli avanti e zoom). Come si diceva, film d’autore nel senso puro del termine, con anche i limiti che questa definizione comporta, come per esempio un distacco eccessivo a scapito dell’intimità della pellicola; ma questi limiti vengono sapientemente aggirati dalla tenerezza di un volto e di un sorriso come quelli di Sylvie Testud, che sa andare oltre la cornice dello schermo e sedersi al fianco dello spettatore. E fargli sentire con ancora più stupore gli echi di Dio. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Un film su un santuario religioso per discutere, realizzato da una regista atea (Jessica Hausner) e premiato sia da cattolici che da associazioni di non religiosi. Come può mettere d'accordo fazioni tanto opposte un film che in fondo si schiera apertamente contro i miracoli, definendoli cose da prendere con le pinze? («Non abbiamo mai visto il miracolato alzarsi», dicono due donne che guardano un servizio in una televisione dell'albergo di Lourdes.) Sicuramente il modo in cui viene trattato il tema è efficacissimo, con immagini secche e la divisione in due categorie distinte delle persone che abitano la pellicola. La prima categoria è quella dei malati che si recano al santuario delle apparizioni, l'altra è quella degli accompagnatori, che siano crocerossine o del corpo militare degli infermieri; anche se ci può essere una terza categoria, quella delle persone che vengono nel luogo reso famoso da Bernadette per riprendersi la propria identità, stare con gli altri per non essere soli.E così la malata di sclerosi a placche Christine (la bravissima Sylvie Testud) si reca con la sua sedia a rotelle per cercare il miracolo, accompagnata da un'infermeria svogliata (Léa Seydoux) a cui interessano molto di più i giovani accompagnatori maschi. A quel punto, dato che l'accompagnatrice designata si eclissa spesso e volentieri, l'aiuta la sua compagna di stanza (Linde Prelog), una donna burbera, non malata e lì per cercare di reintegrarsi con gli altri. Se il miracolo succederà, avverrà nei cieli plumbei e nelle stanze scure ed asettiche dei locali. Ogni malato ovviamente spera che il prescelto sia lui. Comincia anche una sorta di invidia tra gli ospiti dell'albergo: in fondo meglio che non succeda a nessuno che a uno solo («Se Dio fosse buono ed onnipotente farebbe guarire tutti», dal che si deduce che in fondo potrebbe essere solo una divinità trascurante). Non c'è un attimo di vera gioia per gli sfortunati in questo film: ogni cosa che succede accade sotto l'influenza di colori scuri (vedi l'asettica e per nulla gioiosa sequenza iniziale del pranzo), ogni discorso è improntato al pessimismo e i riti (la benedizione, le grotte e le piscine) del tutto apatici. I militari continuano a punzecchiare gli uomini di chiesa con battute e barzellette al vetriolo per metterli in crisi; quando succede la grande svolta ci sono spiegazioni per tutto e il finale (sotto le note di una beffarda «Felicità» di Albano e Romina) non lascia scampo ad ogni considerazione di speranza. Come si diceva all'inizio del pezzo, non sappiamo come dei religiosi abbiano potuto premiare questo film apertamente contro, che giudica tutta l'istituzione di Lourdes una baracconata mangiasoldi (vedi le continue inquadrature dei negozi che vendono souvenir a tema): forse, visto la rigorosa asciuttezza del film che colpisce chiunque, si è ritenuto meno pericoloso appoggiarlo che affrontarlo – meglio far accomodare il tuo nemico nel salotto che tendergli una trappola senza armi. Indipendentemente dal messaggio politico/polemico che trasuda da ogni fotogramma, rimane uno dei film più interessanti dell'inizio del 2010, splendidamente incastonato in quadri fissi d'immagine, sorrisi beffardi, sguardi vuoti pieni di speranza e icone rispettose di poveri sfortunati che paiono abbracciare, nel loro splendore umano e nel loro fisico minato, i Freaks di Tod Browning. Si dice che per fare la fortuna di un prodotto mediatico l'importante non è che se ne parli bene o male, l'importante è che se ne parli: voi non perdete l'occasione di vederlo per poter dire la vostra, credenti o meno che siate. Giudizio: ![]()
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Il film dell'austriaca Jessica Hausner appartiene all'ampia famiglia dell'evanescente, molto delicata perché confinante con l'infondato, a cominciare dal fatto che—al contrario di quanto capita più usualmente—non è punto agevole individuarne ad una prima approssimazione quello che è il solito spauracchio critico, il «tema» (termine che, giustamente inteso, dovrebbe coincidere con «poetica»): di cosa parla? Il punto più chiaro è che l'elemento religioso deve giocarvi il ruolo di pensoso distrattore: se uscite chiedendovi ostinatamente cosa siano concetti quali la fede, i miracoli e la speranza, siete stati gabbati. Va da sé, di contro, che ambientare e intitolare questo film a Lourdes dovrà pur certificare qualcosa—una carica certo emblematica, ma non esclusiva.
C’è una frase del sommo maestro Luis Buňuel che dice «Sono ateo per grazia di Dio». Pare la frase adatta per descrivere il terzo lungometraggio della regista austriaca Jessica Hausner, presentato con un certo clamore all’ultimo festival di Venezia, e che sceglie un tema scomodo e complicato da affrontare, sia per la difficoltà morale della materia sia per le pressioni del mondo circostante. Quello che riesce a fare la Hausner è però una notevole riflessione sulla fede e sui suoi risvolti quotidiani.
Un film su un santuario religioso per discutere, realizzato da una regista atea (Jessica Hausner) e premiato sia da cattolici che da associazioni di non religiosi. Come può mettere d'accordo fazioni tanto opposte un film che in fondo si schiera apertamente contro i miracoli, definendoli cose da prendere con le pinze? («Non abbiamo mai visto il miracolato alzarsi», dicono due donne che guardano un servizio in una televisione dell'albergo di Lourdes.) Sicuramente il modo in cui viene trattato il tema è efficacissimo, con immagini secche e la divisione in due categorie distinte delle persone che abitano la pellicola. La prima categoria è quella dei malati che si recano al santuario delle apparizioni, l'altra è quella degli accompagnatori, che siano crocerossine o del corpo militare degli infermieri; anche se ci può essere una terza categoria, quella delle persone che vengono nel luogo reso famoso da Bernadette per riprendersi la propria identità, stare con gli altri per non essere soli.






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