la seconda recensione disastrosa che leggo... sono un po' triste :(
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| Alice in Wonderland |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 02 Marzo 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Alice in Wonderland è il primo colossale fallimento di Tim Burton. Voglio ben sperare sia l'ultimo. Per molti di voi lettori ad un'affermazione così netta risulterà difficile dar credito, pensando che la scomoda palma dovrebbe esser semmai detenuta da Planet of the Apes; c'è addirittura chi ha detestato Sweeney Todd, intenso musical dall'anima profondamente burtoniana. È esattamente la qualità dell'autore che è pressoché del tutto assente da questo progetto; Burton aveva del resto dichiarato di non essere stato mai attratto dalla vicenda della giovane Alice, e ad assistere all'opera compiuta non si stenta affatto a credere che abbia faticato a trovarci qualcosa che lo rispecchiasse. Mi meraviglia e rattrista, dunque, che si sia convinto a metterci mano.L'unica traccia della poetica del californiano è probabilmente rinvenibile nella cornice narrativa del viaggio dell'Alice ormai post-adolescente (la interpreta l'australiana Mia Wasikowska, alla quale nonostante la grazia manca qualsiasi carisma) in quello che ora viene chiamato «Sottomondo», il vecchio «Paese delle meraviglie». C'è qui il topico sottotesto sul bagno penale rappresentato da famiglia e società, retti da doppia morale, trovandosi Alice nella posizione di merce da matrimonio con un tristo ranocchio della nobiltà vittoriana (Leo Bill). Sarebbe logico attendersi, sulla scia d'incontri fra mondi che va da Frankenweenie fino a La sposa cadavere, una qualche interazione di questa cornice «reale» con la parte centrale «fantastica»; viceversa, la situazione del «mondo di qua» viene semplicemente ripresa di punto in bianco non appena Alice se ne torna dal suo buco, già perfettamente determinata com'era, come quello che anche ovviamente si vorrebbe fosse un viaggio di formazione fosse solo servito a mettere tutti in pausa prima delle sequenze finali. Non convincono neppure letture forzate dalla produzione in senso femminista (con Alice determinata guerriera eletta, e infine addirittura imprenditrice) o politico (lotta, si dice, contro la tirannia della paura instillata dalla Regina rossa di Helena Bonham Carter; la sorella cattiva, Regina bianca, ha il volto latteo di Anne Hathaway, fedele di casa Disney, purtroppo di poca utilità—questa seconda lettura, ritengo, cozzerebbe con la prima, essendo il «mostro» che è la regina cattiva e bruttina la vera femminista intransigente che certe donne anni '70 avrebbero assai gradito alla loro guida): la delineazione dei personaggi e dell'intreccio è talmente carente da lasciar davvero poco spazio alla fantasia analitica. Da ciò non si salva affatto il Cappellaio matto di Johnny Depp, che viene lasciato a pensare da picchiatello senza neanche l'ausilio dei flashback del suo vecchio Willy Wonka. (La sua personale breakdance—non è uno scherzo—è poi incomprensibile, ingiustificabile, imbarazzante. E intendo questi tre aggettivi come eufemismi.) Temo che le ragioni di quanto precede siano molto facili da comprendere. Basterà notare che la sceneggiatrice unica Linda Woolverton ha finora curato (sempre assistita) solo materiale per ragazzi, ivi inclusi gloriosi successi della casa di Topolino quali La bella e la bestia e Il re leone. Il suo script, ripeto, non ha nulla a che fare con Burton, e par essere francamente babelico già di suo. Una volta nelle mani dell'autore di Edward mani di forbice, questi non ha avuto altro da fare che preparare una zuppa visiva più o meno cotta affidata a validi collaboratori (le scenografie sono di Robert Stromberg dell'ultimo Pirati dei Caraibi, anch'esso deludente sconclusionato epilogo di una saga che avrebbe fatto meglio sperare; le musiche, largamente riciclate, sono immancabilmente del fido Danny Elfman), alla quale manca però il tipico retroterra misterioso. In un 3-D aggiunto in seconda fase, mai necessario, abbondano inseguimenti nonché epiche battaglie, come in un film d'avventura che, messo così, forse sarebbe stato meglio consegnare ad un Chris Weitz qualunque. Riponendo fiducia nel prossimo lungometraggio di Burton, che riprenderà il già citato corto Frankenweenie, rimanendo tangenzialmente ad Alice non ci rimane altro da fare che aspettare il buon Marilyn Manson nei panni di Lewis Carroll nel suo debutto Phantasmagoria, possibilmente in uscita quest'anno. Nel ruolo di Alice ha scelto Lily Cole, già nel recente Parnassus di Terry Gilliam. Quasi sicuramente, ci sarà più da divertirsi. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Quando scorrono i titoli di coda di Alice in Wonderland (forgiato dalla premiata coppia Burton/Depp) la prima sensazione e pensiero è stato: «Ma che necessità avevano di realizzarlo?». Infatti la pellicola risulta essere una delle cose più noiose e insulse della carriera dei due artisti, un vademecum di assurdità che, diversamente dai libri, non va a parare da nessuna parte. «Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie» e «Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò» vengono mescolati, ma invece dell'assunto del perdersi geograficamente per ritrovarsi spiritualmente qui Alice (la giovane e bella Mia Wasikowska) viene cercata e chiamata per sconfiggere un nemico designato tramite un antico artefatto.Prima di finire nella tana del Bianconiglio e arrivare al solito gioco del più grande/più piccolo, ci viene presentato un personaggio con cui a detta della sua famiglia, per non sfiorire ed impazzire (come la sua povera zia Imogene), deve sposarsi a forza, un impettito damerino con qualche problema di pancia; per toglierla dall'impiccio di negare la mano offerta sotto un gazebo, le creature del «sottomondo» (come viene definito qui quello delle Meraviglie) la chiamano all'avventura e all'impegno. Nel sottomondo le cose sono tumultuose: la perfida regina di cuori (l'onnipresente nei film di Burton Helena Bonham Carter, sua moglie) sta cercando il dominio del regno diviso con l'eterea e gentile regina Bianca (una splendida Anne Hathaway in versione biancofarinacea). È disposta (oltre che a tagliare teste in continuazione) a scatenare una belva tremenda che solo il coraggio di una guerriera paladina (indovinate chi indica la profezia) brandendo una spada può sconfiggere. Tra i personaggi che appaiono nel mondo di computer grafica (che crea anche le scenografie oltre che gli ambienti) il più riuscito è quello dello Stregatto, gli altri sono delle comparse anonime prive di vita appiccicate sullo sfondo solo per dare numero e colore: non ci sono minimamente momenti di coinvolgimento nella vicenda, pathos (necessario in un film che vuol essere un'avventura, per quanto dai toni bislacchi) neppure a parlarne. I due libri diventano delle pastoie per Burton, che non volendo copiarli ma neppure autorializzarli più di tanto (segni tangibili della sua innegabile arte comunque neppure l'ombra) combina un guaio dopo l'altro; tutto si riduce a scherzetto e burletta, servito da un Depp che deve cercare di salvare il salvabile (avremmo inoltre preferito che evitassero quella assurda danza nonsense che poi Alice riprende per dire il suo monito di libertà prima di veleggiare verso lidi sconosciuti). Da una parte eserciti di carte, dall'altra di scacchi, avremmo preferito che questa partita Burton non l'avesse neppure giocata, dato che è una vera tristezza dover chiudere la recensione di un suo film dicendo che siamo di fronte ad uno spettacolo colorato ma privo di qualunque attrattiva ulteriore ad un pallido intrattenimento post- o pre-pizza, contrariamente ad ogni suo lavoro, più adatto ai piccoli spettatori di poche pretese che agli adulti. P.S.: Lasciate perdere la versione 3-D, che vi costa il 30% di più, perché è una delle peggiori che abbiamo mai visto dell'ultima generazione, fatta in corso di postproduzione e solo per tardive esigenze di marketing. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE È difficile farsene una ragione, trattandosi dell’autore di Edward mani di forbice, però Tim Burton sembra aver trovato nei testi di Carroll un dignitoso pretesto per tradire lo spirito clownesco della sua opera in nome di un edulcorato anticonformismo protofemminista: il cupo territorio, in cui l’Alice già in età da marito del film si aggira perplessa, non rimanda all’antimondo anarchico esplorato dalla bambina creata dello scrittore vittoriano, quanto piuttosto alle consuete selve magiche del genere fantasy, valorizzate dai fuochi d’artificio del 3-D, dove il Bene e il Male inscenano epocali duelli e lo scontato trionfo del primo connota la natura ludica della fiaba rispetto alle indefinibili complicanze del reale. La protagonista, Mia Wasikowska, s’infila nella cavità di un albero per sfuggire all’imbarazzo di una festa di fidanzamento non voluta, ma le motivazioni sono ben più profonde: se i riti sociali impongono il matrimonio di routine, è doveroso almeno conservare la curiosità di cercare in un immaginato altrove l’abito della propria misura, ovvero una dimensione autentica. Da questo punto di vista gli smarrimenti e le metamorfosi corporali di Alice rimandano ai tanti emarginati illusionisti della filmografia di Burton; tuttavia qui a deprivare della meraviglia il «Paese» del regista è la tetraggine che gli deriva dal fatto di essere in maniera fin troppo palese l’incarnazione del senso di colpa di chi ha subordinato dovere e status alla libera fantasia. «I matti sono i migliori», dice il papà ad Alice, e lei lo ripete al Cappellaio Matto in crisi, un pateticamente conturbante Johnny Depp; eppure ne è talmente poco convinta che nel suo antimondo sotterraneo li fa schierare senza esitazioni o con la malvagia tiranna, tagliatrice di teste, la Regina Rossa (Helena Bonham Carter), o con la leziosamente angelica Regina Bianca (Anne Hathaway). Per essere accolti fra gli adulti si impone dunque la scelta di essere paladini della parte giusta, quella della luce e dell’ordine, ricacciando nell’ombra la parte sbagliata, deforme e tenebrosa: le architetture gotiche della città del sottosuolo ricalcano blandamente i labirinti e i conflitti della psiche, secondo le razionalizzazioni della simbologia freudiana che irreggimenta le anime scapestrate. Alla fin fine la missione di Alice non è gettare un salvifico ponte fra l’aldilà e l’al di qua dello specchio, bensì rimuovere, sconfiggendole spada in pugno, le ossessioni del primo per integrarsi da mercante pioniera delle magnifiche sorti progressive d’Occidente nel secondo. Sopra la nave che porta la merce da Londra in Cina svolazza la farfalla azzurra: forse, nella sbiadita ripetizione di stilemi burtoniani, la nostalgia dell’apolide. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco:
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Alice in Wonderland è il primo colossale fallimento di Tim Burton. Voglio ben sperare sia l'ultimo. Per molti di voi lettori ad un'affermazione così netta risulterà difficile dar credito, pensando che la scomoda palma dovrebbe esser semmai detenuta da Planet of the Apes; c'è addirittura chi ha detestato 
Quando scorrono i titoli di coda di Alice in Wonderland (forgiato dalla premiata coppia Burton/Depp) la prima sensazione e pensiero è stato: «Ma che necessità avevano di realizzarlo?». Infatti la pellicola risulta essere una delle cose più noiose e insulse della carriera dei due artisti, un vademecum di assurdità che, diversamente dai libri, non va a parare da nessuna parte. «Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie» e «Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò» vengono mescolati, ma invece dell'assunto del perdersi geograficamente per ritrovarsi spiritualmente qui Alice (la giovane e bella Mia Wasikowska) viene cercata e chiamata per sconfiggere un nemico designato tramite un antico artefatto.
È difficile farsene una ragione, trattandosi dell’autore di Edward mani di forbice, però Tim Burton sembra aver trovato nei testi di Carroll un dignitoso pretesto per tradire lo spirito clownesco della sua opera in nome di un edulcorato anticonformismo protofemminista: il cupo territorio, in cui l’Alice già in età da marito del film si aggira perplessa, non rimanda all’antimondo anarchico esplorato dalla bambina creata dello scrittore vittoriano, quanto piuttosto alle consuete selve magiche del genere fantasy, valorizzate dai fuochi d’artificio del 3-D, dove il Bene e il Male inscenano epocali duelli e lo scontato trionfo del primo connota la natura ludica della fiaba rispetto alle indefinibili complicanze del reale. 








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