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| Shutter Island |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Giovedì 04 Marzo 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di RICCARDO RUDI Un’isola e una tempesta, un’indagine e un manicomio, un detective che deve fare i conti con un passato burrascoso e l’inquietante ombra di un complotto; in un thriller psicologico estremo, Scorsese prende in mano il romanzo di Dennis Lehane, conosciuto per Mystic River (che avrebbe ispirato il film di Clint Eastwood), dando vita sul grande schermo a una storia frenetica e senza misura ambientata negli anni ’50, quando l’ombra della Guerra Fredda generava una paranoia collettiva che creava fratture psicologiche; il confine tra la pazzia e la verità viene incarnato nel personaggio di Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio).Scorsese compie un lavoro incredibile con Shutter Island, dando lezioni di cinema attraverso un virtuosismo visivo affascinante e ipnonitico, una serie di citazioni cinematografiche – tra cui Il corridoio della paura di Samuel Fuller e Vertigine di Otto Preminger – e una sottile ricerca dell’estetica espressionista tedesca degli anni ’20 e ’30. Il ricorso a una scenografia pittoresca e le sue forme distorte, la stilizzazione e l’illuminazione atta a dar spessore grottesco ai personaggi e agli oggetti: sono solo alcuni elementi che compongono l’estetica espressionista tedesca, insieme a personaggi eccessivi. Le pellicole di Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau (alcuni esponenti della corrente) e in primis il film esponente di questa corrente, Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene, sono il debito culturale e formativo che Scorsese ha voluto pagare omaggiando questo tipo di cinema a lui tanto caro. Ma le sue intenzioni sono ulteriori: ha voluto dare questo tipo di impostazione per consentire allo spettatore di immergersi, senza controllo, nelle atmosfere raccapriccianti e surreali di Shutter Island. Le ombre degli imponenti edifici e degli strapiombi rocciosi che si gettano sui personaggi, i claustrofobici corridoi e i sotterranei fatiscenti, le vertiginose altezze non sono solo in funzione delle dinamiche psicologiche che avvolgono la trama, ma amplificano quelle sensazioni di ancestrale terrore e pericolo che l’ultima creatura di Scorsese suscita senza troppe remore. Le ambientazioni, l’aura gotica che avvolge l’isola, e l’uso di una scenografia espressionista sono frutto della collaborazione dello scenografo Dante Ferretti, il quale è riuscito a restituire fedelmente quella sensazione di essere prigionieri di un qualcosa da cui non si può fuggire. È innegabile, quindi, l’incredibile fisicità della storia e delle immagini, accanto a un uso di inquadrature in linea con la natura espressionista del film e del montaggio. Il coinvolgente impatto sensoriale riesce a compensare la povertà della narrazione, la quale si rivela non molto innovativa. Con il climax finale si viene a rompere quell’atmosfera claustrofobica e opprimente cui sino a qualche minuto prima della scena di chiusura lo spettatore era abituato. Nella prima parte del film la trama sembra evolversi verso sviluppi inattesi e gradevoli per l’immaginazione, alimentando i mostri della nostra mente: la paura di un complotto disumano, la paranoia e il passato di Teddy, e l’indagine i cui pezzi non sembrano trovare un’apparente forma sono ottimi espedienti narrativi; ma accanto a un sempre più incalzante eccesso visivo che esplode in grottesche e deformi figure, la trama cade a pezzi in un finale quasi inconcludente che rompe la tensione senza dare libera interpretazione agli avvenimenti. La magistrale intepretazione di Leonardo DiCaprio dà vita a un personaggio corrotto da un passato ambiguo e oscuro: il fatto che lui inizi a sospettare dell’integrità morale degli psichiatri dell’ospedale e persino del suo partner alimenta il senso di prigionia che la burrascosa tormenta che si è imbattuta sull’isola ha introdotto fisicamente. Il sodalizio tra Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio funziona dal 2002, con Gangs of New York; ormai la bravura dell’attore non può essere toccata. La sua intepretazione dà vita a un personaggio corrotto da un passato ambiguo e oscuro: il fatto che lui inizi a sospettare dell’integrità morale degli psichiatri dell’ospedale e persino del suo partner alimenta il senso di prigionia che la burrascosa tormenta che si è imbattuta sull’isola ha introdotto fisicamente. La scelta di prendere in mano una storia piuttosto debole nel suo finale è piuttosto criticabile; eppure la costruzione del film è il suo vero punto di forza, che consente di dar voce e colore a incubi che non permettono di catalogare la pellicola al mero genere thriller. Il ritorno di un cinema shockante è ciò che si nota in Shutter Island, non il capolavoro di Scorsese, ma pur sempre un’indomabile creatura. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Torna la collaudatissima coppia formata da Scorsese con il suo nuovo attore feticcio DiCaprio, e si aspetta l'evento; invece, purtroppo, siamo di fronte ad un lavoro filmato alla grande – come il maestro sa fare – ma pieno di ellissi di trama troppo discontinue che rischiano di annoiare lo spettatore, lungo oltre il dovuto e con troppe ripetizioni.Tratto dal romanzo «L'isola della paura» di Dennis Lehane, il film racconta la storia dell'agente federale Teddy Daniels (DiCaprio) e del suo subalterno (Mark Ruffalo), che arrivano per una indagine nell'isola penitenziario/manicomio criminale di Ashecliffe, dove è scomparsa una donna, Rachel Solando. Mentre indagano nelle varie sezioni penitenziarie, i dottori paiono ostili e preoccupati soprattutto di nascondere l'identità del carcerato numero 47, che non dovrebbe neanche esistere dato che gli ospiti forzati dell'isola sono 46. Teddy incomincia a soffrire di allucinazioni tragiche, che riguardano il suo passato di militare, e man mano che si dipanano la verità verrà a galla. Con la presenza di due mostri sacri come Max von Sydow e Ben Kingsley, il film si diverte a citare Hitch (la doccia di Psycho e le scale a chiocciola) ed è filmato non come se reinterpretasse gli anni '50 ma fosse girato negli anni cinquanta, con quei colori pastello intensi e un gusto del thriller retró per le inquadrature, soprattutto quelle dall'alto in locali angusti. Pieno di inserti tipici del manicomio-movie (gli uomini nudi, le strisciate delle mani sui muri mentre bofonchiano cantilene), il film – come si diceva in apertura – rischia di collassare di interesse dopo mezz'ora perché zeppo fino all'inverosimile di dialoghi non sempre interessanti, di cose che saranno utili alla fine come elementi del puzzle ma che al momento che appaiono non vengono focalizzati perfettamente – troppo anonimi, troppo nascosti e troppo uguali – come ambientazione e significato. Per un film thriller a costruzione progressiva che sfocia in un prevedibile finale già visto in altre pellicole, questo è un gravissimo difetto strutturale che rischia di decretarne la fine prematura, perché si arriva al momento della risoluzione stanchi e sfiduciati. C'è anche un momento religioso in cui viene illuminato un tatuaggio di Cristo, inquadrature di sguardi da scogliere tutt'altro che bianche che richiamano il mélo, tutte cose inserite per rendere più vivace un quadro che il grande pittore rende valido soprattutto nei campi lunghi (l'arrivo sulla barca nella nebbia, le inquadrature esterne degli scarni palazzi). Con un colpo di coda degno di Scorsese, l'ultimo minuto è a diro poco geniale, una ciliegina su un aperitivo ben filmato ma imperfetto e senza molta fantasia; per il quale onestamente, visto il regista, speravamo ben oltre la sufficienza. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Nel suo ultimo film Shutter Island, Scorsese dà per scontato che l'umanità non abbia ancora superato il trauma per gli orrori subiti e perpetrati nel secolo appena trascorso e che il dubbio di non essere stata solamente vittima ma anche carnefice ne tormenti gli incubi peggiori. Non si tratta però di responsabilità etiche o di condizioni storiche particolari e stringenti, bensì di una malattia psichica innata, la stessa che ha trovato la perfetta realizzazione di sé nei lager nazisti e nei manicomi-carcere statunitensi. La Storia a nessuno consente via di scampo o riabilitazioni: il giustiziere compie l'opera riparatrice nel sangue, mosso esclusivamente dalla sete di vendetta.Difficile dire se la chiave di lettura con cui l'autore di Taxi Driver porta sullo schermo il romanzo non eccelso di Lehane ambientato negli anni '50 sia anacronistica oppure eccessivamente semplicistica, tuttavia è innegabile il peso del senso di colpa nella cronaca dei popoli, vincitori e vinti: la crisi d'identità del protagonista (Leonardo DiCaprio), non a caso agente federale ed ex-ufficiale nell'esercito americano in Europa, finisce con l'essere l'enorme gomitolo da cui si dipanano i numerosi fili dell'intreccio, che addensandosi o divaricandosi perdono sempre più consistenza diventando pure scaturigini dell'ambiente labirintico. Ed è esattamente la mimetizzazione della coscienza perturbata del novello Edipo nelle architetture gotiche degli edifici e nelle asperità degli ambienti naturali a funzionare egregiamente nella pellicola: il detective cerca la verità smarrita, assediato da fantasmi e presenze allucinatorie, aggirandosi in una dimensione onirica fra scale a chiocciola, fari, sotterranei, grotte e scogliere a strapiombo sul mare in tempesta. È un viaggio iniziato con l'esecuzione di soldati nazisti a Dachau, ma poteva iniziare altrove e in un qualsiasi altro tempo, ad esempio nell'idillio storpiato di una casetta in riva a un lago su cui galleggiano tre cadaverini o nelle celle di Guantánamo o di un gulag sovietico: la stilizzazione dell'isola, spazio metafisico, accentua di fatto il respiro universale e metastorico della vicenda, ponendo a tema gli aspetti più scabrosi ed ambigui della natura umana e il suo angoscioso giocare a nascondino con se stessa. L'uomo è rebus destinato a rimanere senza soluzione, la perdita di una presunta identità rende paccottiglia letteraria il percorso di formazione prospettato dal dolore. L'ansia di dare un senso alla bizzarria crudele dell'esistere trova però appagamento in Shutter Island nella insistita spiegazione conclusiva, ed è peccato non lieve averci convinto che solo di caso clinico si trattava. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]() Emanuele Rauco: ![]()
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Un’isola e una tempesta, un’indagine e un manicomio, un detective che deve fare i conti con un passato burrascoso e l’inquietante ombra di un complotto; in un thriller psicologico estremo, Scorsese prende in mano il romanzo di Dennis Lehane, conosciuto per Mystic River (che avrebbe ispirato il film di Clint Eastwood), dando vita sul grande schermo a una storia frenetica e senza misura ambientata negli anni ’50, quando l’ombra della Guerra Fredda generava una paranoia collettiva che creava fratture psicologiche; il confine tra la pazzia e la verità viene incarnato nel personaggio di Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio).
Torna la collaudatissima coppia formata da Scorsese con il suo nuovo attore feticcio DiCaprio, e si aspetta l'evento; invece, purtroppo, siamo di fronte ad un lavoro filmato alla grande – come il maestro sa fare – ma pieno di ellissi di trama troppo discontinue che rischiano di annoiare lo spettatore, lungo oltre il dovuto e con troppe ripetizioni.
Nel suo ultimo film Shutter Island, Scorsese dà per scontato che l'umanità non abbia ancora superato il trauma per gli orrori subiti e perpetrati nel secolo appena trascorso e che il dubbio di non essere stata solamente vittima ma anche carnefice ne tormenti gli incubi peggiori. Non si tratta però di responsabilità etiche o di condizioni storiche particolari e stringenti, bensì di una malattia psichica innata, la stessa che ha trovato la perfetta realizzazione di sé nei lager nazisti e nei manicomi-carcere statunitensi. La Storia a nessuno consente via di scampo o riabilitazioni: il giustiziere compie l'opera riparatrice nel sangue, mosso esclusivamente dalla sete di vendetta.









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