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| Revanche – Ti ucciderò |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sabato 06 Marzo 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di PIETRO SIGNORELLI Ed ecco che arriva il poliziesco dell'anno, un film teso, duro ed intenso, in cui si spara pochissimo con le pistole e si gioca moltissimo con le emozioni, sul filo di un racconto che taglia come una lama, dove la colonna sonora non è per nulla importante e la natura si prende una sorta di vittoria sulla città, baluardo con le sue foreste della riflessione e del lavoro nobile contro quello sordido, prostituito e sfruttato da vigliacchi del freddo cemento che opprime e non fa respirare. È proprio per togliere dalla prostituzione una bella ragazza ucraina, Tamara (Irina Potapenko), che Alex (Johannes Krisch) decide di rapinare una banca con una pistola scarica; il furto avviene, ma nella fuga un poliziotto esplode dei colpi mirando alle gomme ma che sfortunatamente colpiscono a morte Tamara. A quel punto Alex decide che colui che ha tolto la vita deve morire; ma l'incontro con la moglie dell'agente (una donna disperatamente alla ricerca di un figlio) e la riunione con l'anziano padre a lavorare per lui riempiono di dubbi Alex.Se questo è l'esordio, Götz Spielmann di strada ne farà davvero tanta: questo Revanche (candidato all'Oscar come miglior film straniero) è bellissimo, un misto ispirato, geniale ed intelligente di emozioni, tragedie e di confronti umani, con un finale strepitoso, calmo quanto l'animo della natura gentile che ospita gran parte del film. Senza declinare la voglia di presentare esplicitamente scene di sesso (soprattutto nella prima parte), il registro del film vira bruscamente quando dai sobborghi malfamati e puttanieri di Vienna ci si sposta verso la provincia, semplice, rurale, fatta di mele buone e vacche mansuete. Il percorso compiuto da Alex (che pare spiritualmente quello di alcuni personaggi del grande Bresson) è un'ellisse di spontanea riconciliazione con se stessi ed il mondo: arrivare dal padre, che praticamente non sapeva più esistesse, vuol dire rivedere tutta la propria vita dopo il tragico fatto, avvenuto in fondo per colpa sua, per un gesto avventato ma di fondamentale bontà («Se mi trovassi davanti a lui gli chiederei perché l'ha portata con sé durante la rapina», dice il colpevole incolpevole Robert, martoriato dal rimorso). Come in Psycho, man mano che la vicenda si muove i soldi della rapina perdono totalmente di importanza: è il momento di decidere che fare della propria vita e quanto vale veramente la vendetta. Quei cerchi nell'acqua lasciati dai sassi che scivolano dolcemente parlano di causa ed effetto: Robert ha tolto ad Alex, ma per un beffardo gioco del destino riceve un dono inaspettato (non vi diciamo ovviamente quale) che fa da pagamento e cedola d'interesse per ognuno. Spielmann è bravissimo a giostrare i momenti duri con quelli dolci, sempre manierati da un personaggio come Alex che fa fatica a parlare, a rapportarsi, e che non ha neppure molta fiducia nel mondo. Così le mani sapienti del regista disegnano quadri fissi di persone che sostano l'una di fronte all'altra con silenzi strazianti, un modo inusuale per far salire alle stelle la tensione dopo che abbiamo capito quanto il protagonista non voglia fare quello che deve fare (vendicarsi). Un modo di fare cinema entusiasmante, per nulla pesante, e che miscela in modo perfetto sensuali corpi femminili, ansia da situazione e voglia di gridare quanto sia necessario per tutti parlare, chiarirsi e ritrovarsi. Il padre, perso tra le sue vacche, lontano anni luce come ambiente da dove vive il figlio, scopre che l'incontro tra due solitari porta con sé la voglia di vivere (come l'utilizzo della fisarmonica dimostra), e tutti vedono come in fondo il sesso sia un tramite per costruire rapporti solidi e non debba essere mercificato. Bravi interpreti, sceneggiatura di ferro, tensione ed emozioni a iosa, umanità varia alla berlina: questo film è un cavallo vincente, un fiore sbocciato con grandi colori e grandissimo splendore. Perderselo sarebbe davvero un grande peccato mortale. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: Emanuele Rauco: ![]()
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Ed ecco che arriva il poliziesco dell'anno, un film teso, duro ed intenso, in cui si spara pochissimo con le pistole e si gioca moltissimo con le emozioni, sul filo di un racconto che taglia come una lama, dove la colonna sonora non è per nulla importante e la natura si prende una sorta di vittoria sulla città, baluardo con le sue foreste della riflessione e del lavoro nobile contro quello sordido, prostituito e sfruttato da vigliacchi del freddo cemento che opprime e non fa respirare. È proprio per togliere dalla prostituzione una bella ragazza ucraina, Tamara (Irina Potapenko), che Alex (Johannes Krisch) decide di rapinare una banca con una pistola scarica; il furto avviene, ma nella fuga un poliziotto esplode dei colpi mirando alle gomme ma che sfortunatamente colpiscono a morte Tamara. A quel punto Alex decide che colui che ha tolto la vita deve morire; ma l'incontro con la moglie dell'agente (una donna disperatamente alla ricerca di un figlio) e la riunione con l'anziano padre a lavorare per lui riempiono di dubbi Alex.










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