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| L'amante inglese |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 07 Marzo 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Fortemente ispiratasi a Truffaut, come non potrebbe essere più esplicito dalla citazione testuale di alcune partiture (La mia droga si chiama Julie, La signora della porta accanto, Finalmente domenica!), Catherine Corsini opera un'efficace figurazione sulla donna succube, dai toni crescentemente taglienti abbandonando ogni purezza realistica. Ormai matura, matrimonio assodato e figli non più piccoli, la protagonista Suzanne (Kristin Scott Thomas) vive istintivamente la passione con il muratore spagnolo Ivan (Sergi López), uomo dal passato ferito al pari del suo; da qui, la riscoperta della propria individualità, sacrificata fino a quel momento all'altare della crescita della prole e della realizzazione professionale del marito medico (Yvan Attal). Confessato il legame, inizia per lei il travaglio della piena comprensione della sua subordinazione, quando il coniuge taglia di netto ogni sua fonte di sostentamento.Delineando carnalmente e con trasporto il legame fra moglie e amante (il titolo italiano, a proposito, è omonimo di un romanzo di Marguerite Duras, del quale devo scusarmi di ignorare il contenuto e col quale non posso quindi attestare un'eventuale, magari involontaria comunanza), la Corsini trova buona sintonia con e fra gli interpreti. Ciò aiuta, assieme alla secchezza della scrittura, nel dirigere su binari autonomi e pienamente dignitosi una vicenda a rischio di stantio e destinata del resto a confluire lungo sentieri già scritti: passione, confessione, punizione, epilogo. La scelta quanto a quest'ultimo (quando era originariamente previsto un finale più vicino alla conclusione del modello truffautiano più palese, che vedeva al centro Gérard Depardieu e Fanny Ardant) fa deviare la parabola lontano dalla tragedia, con un impossibile lieto fine aperto, aumentando la carica puramente figurativa e libera della pellicola. La Scott Thomas, nominata per il secondo anno consecutivo ai Césars dopo l'altra bella prova nel Ti amerò sempre di Philippe Claudel, è assieme fredda e concitata; Sergi López è di contro sia tenebroso sia rassicurante. La Corsini riesce a rendere tangibile e non edulcorato il sesso fra i loro personaggi, senza dover incorrere in nessuno svelamento esplicito. Più rigida è l'evoluzione—in una pellicola che mantiene pur sempre un atteggiamento chirurgico—del marito interpretato da Attal, il cui potere patriarcale esplode senza grossi segnali ulteriori (si può avere qualche sprazzo nel rapporto sessuale con Suzanne, puntualmente contrapposto a quello di lei con Ivan e ripreso rabbiosamente nel finale) al momento dell'uscita allo scoperto della donna, come gestore dittatoriale del suo destino per via economica e di affilato controllo sociale. Si segnala per particolare forza nell'impianto dell'opera il lavoro dello scenografo Laurent Ott, già apprezzabile ne Lo scafandro e la farfalla di Schnabel, e che ha collaborato anche al Nuovomondo del nostro Crialese. L'idea, in astratto risaputa ma efficace, è quella di disegnare l'insensibilità che circonda la protagonista esternandola nell'ambiente domestico, in funzione connotativa: questo viene quindi reso come un insieme chiuso di rigore geometrico/ospedaliero, suggellato dalla bianca impersonalità del mobilio e dalla fotografia cerulea di Agnès Godard. Giudizio: ![]()
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Fortemente ispiratasi a Truffaut, come non potrebbe essere più esplicito dalla citazione testuale di alcune partiture (La mia droga si chiama Julie, La signora della porta accanto, Finalmente domenica!), Catherine Corsini opera un'efficace figurazione sulla donna succube, dai toni crescentemente taglienti abbandonando ogni purezza realistica. Ormai matura, matrimonio assodato e figli non più piccoli, la protagonista Suzanne (Kristin Scott Thomas) vive istintivamente la passione con il muratore spagnolo Ivan (Sergi López), uomo dal passato ferito al pari del suo; da qui, la riscoperta della propria individualità, sacrificata fino a quel momento all'altare della crescita della prole e della realizzazione professionale del marito medico (Yvan Attal). Confessato il legame, inizia per lei il travaglio della piena comprensione della sua subordinazione, quando il coniuge taglia di netto ogni sua fonte di sostentamento.









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