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| Sabato 20 Marzo 2010 01:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Luca Guadagnino dimostra con quest'ultima sua fatica da festival (Venezia, Toronto e Sundance, fra gli altri) che—per quanto lo riguarda, così come è più in generale—le vaghezze dello stile, le linee tematico-autoriali e la riuscita di un film vivono di intrecci alquanto delicati e non banalizzabili. Il nato palermitano, classe '71, si era reso tristemente celebre per l'operazione Melissa P., in breve il racconto dello smarrimento di una adolescente borghese in un mondo sordo; ora racconta, sempre riassumendo (in questo caso, molto), quello che potrebbe definirsi come lo smarrimento di una signora borghese in un mondo ipoacustico. C'è abbastanza per vederci l'opera di un autore, e andando oltre un autore non blandamente (o, se preferite, pessimamente) tematico bensì propriamente cinematografico. Ma quella che lì era una sensibilità filtrata entro un involgarito prodotto alimentare del nostro cinema (una roba accomunabile all'Un gioco da ragazze di Matteo Rovere, per citare un esempio invero assai più truce) qui trova gli squarci di un vero discorso «poetico».In una Milano sensualmente ossessiva (la fotografia è di Yorick Le Saux, fido collaboratore di François Ozon), scolpita dalle distanti viste aeree di una patibolare nevicata invernale fino alle spaccature di un'olezzante schiusura primaverile, si consuma un ridetto (sin dalla locandina) quadretto di famiglia altolocata, in inesorabile via di lento disfacimento. L'intreccio prevede un antefatto, alla cena per il compleanno del patriarca della famiglia Recchi (Gabriele Ferzetti), nel quale si stabilisce un'immediata aria di assedio nella dimora-fortezza di questi eleganti industriali nostrani. Nonno Recchi sta per cedere lo scettro del potere aziendale; frattanto la nipote prediletta Elisabetta (Alba Rohrwacher), in procinto di abbandonare la pittura per la fotografia con gran disappunto del nonno, vive un'imbarazzata relazione con un rampollo molto ben visto e praticamente già inscritto nella parentela; il fratello maggiore Edoardo (Flavio Parenti), di contro, si è messo con una bella discendente del lato povero di un altro casato (Diane Fleri). Recchi senior ed il suo erede diretto Tancredi (Pippo Delbono) sono palesemente indifferenti ai destini dei propri sottomessi—figli, nipoti e mogli—e sono preoccupati semmai puramente del futuro dinastico. Dopo questa attenta introduzione il film salta a qualche mese più tardi, iniziando a seguire le diverse peregrinazioni verso lo sfascio della casa. Elisabetta fugge a studiare a Londra, dove scopre la propria omosessualità; Edoardo prende le redini dell'azienda assieme al padre, fino a quando gli attriti fra loro per la sorte dell'impresa ed il presunto onore del nome non verranno a galla. Soprattutto, emerge la soggettività della signora Recchi, Emma (Tilda Swinton), russa strappata al suo passato da Tancredi: mentre la figlia è lontana e figlio e marito si affrontano a pugni di nervi, lei conosce Antonio (Edoardo Gabbriellini), amico cui Edoardo vuol finanziare un ristorante in Liguria. Inizia la passionale, liberatoria relazione di questa quarantenne dimenticata con un rustico giovanotto, fino alle sue improvvide conseguenze. Come sarà evidente, né il soggetto né la sceneggiatura ci riservano elementi nuovi. Cionondimeno, Guadagnino imprime un forte carattere sensoriale a tutta la vicenda, ammantando di vorace mutismo (riempito a sua volta dal suggestivo score di John Adams), distorti angoli di visione e febbrili dettagli i misteri non così nascosti nelle pieghe di un racconto irregolare ed in sé volutamente poco raccordato. Quel che suol dirsi, in connotazione più positiva, un racconto «ellittico». Da qui si fanno discendere le critiche alla pellicola, che viene da taluni vista alla stregua del pretenzioso «piscio finto-autoriale fuori dal vaso». Eppure queste sono accuse che banalizzano bellamente: a me sembra al contrario che con questa sua prova Guadagnino abbia raggiunto e modulato un acuto equilibrio, che si sostiene per tutte le due ore di durata, autosufficiente oltre i possibili pericoli di caduta nel ridicolo e nel cliché. Fra Pasolini ed Hitchcock, ci rivedo senza difficoltà (fatte salve, sempre, le dovute ed importanti differenze) il recente Racconto di Natale di Arnaud Desplechin o lo stupendo Birth di Jonathan Glazer (basterebbe quella stupenda neve iniziale, ecco). Giudizio: ![]()
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Luca Guadagnino dimostra con quest'ultima sua fatica da festival (Venezia, Toronto e Sundance, fra gli altri) che—per quanto lo riguarda, così come è più in generale—le vaghezze dello stile, le linee tematico-autoriali e la riuscita di un film vivono di intrecci alquanto delicati e non banalizzabili. Il nato palermitano, classe '71, si era reso tristemente celebre per l'operazione 









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