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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Venerdì 11 Giugno 2010 16:19 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Non esiste probabilmente una regista più terrenamente evocativa di Jane Campion, o almeno questo viene da pensare guardando il suo ultimo splendido film, giunto in Italia con grosso ritardo e dopo troppi rinvii. Chi può andare a vederlo in sala, nel centinaio scarso di copie in cui ci è stato concesso in questo giugno 2010, è caldamente invitato a farlo. Il suo cinema è di un altro tempo, anche quando si svolge nel presente, eppure sempre così tattile da raggiungere una sua perfetta dimensione, un'elegia di sensazioni. Ecco una regista che sa quando dire al suo montatore di tagliare su un particolare per dare l'impressione di essere lì, in quel tempo e con un mondo interiore contiguo a quello narrato: uno sguardo distratto su un tratto di brughiera accompagna Fanny Brawne e John Keats che si tengono per la mano e scherzano con la di lei sorellina Toots (Edie Martin), e potete perdervici.Bright Star è una nuova esplorazione della poetica resa famosa in Lezioni di piano, in una personalissima forma di romanzo gotico caratteristicamente incentrato sulla posizione repressa della donna ottocentesca (quindi, di quanto ne resta oggi), sul suo anelito di liberazione; ma lo è in una maniera inaspettatamente gentile ed inesplicita, forse perché la Campion, che ha sempre negato di poter essere ridotta ad autrice tout court «femminista», parte dalla biografia di un uomo, anzi di un ragazzo, facendo in effetti in modo che la distanza fra la protagonista (Abbie Cornish) ed il «povero giovane poeta» (Ben Whishaw) vada spesso disperdendosi. È un tributo alla sottigliezza della Campion il fatto che nessun punto di vista sembri assumere una centralità assoluta: il suo occhio vicino a Fanny rimane esterno, ma coglie tutta la bellezza disadorna degli ambienti, e con essa sfuggenti riflessi nell'animo dei personaggi. La modernità dirompente dell'autrice neozelandese è qui tutta rinchiusa, paradossalmente, nella descrizione quasi-passatista di un amore che è stato vissuto entro le costrizioni dei primi dell'Ottocento. La poesia di Keats, nel suo esser immobile ad osservare nell'istante di beltà, «sempre dest[a] in una dolce inquietudine» di poterla perdere quando ci si vorrebbe così ardentemente aggrappare (come nello stesso componimento che dà il titolo), pur non essendo indagata di petto viene come riflessa nel placido atteggiamento della Campion, di estremo rigore e ristrettezza, per la quale i giorni di Fanny e Keats contano soprattutto come mancanza, magari proprio come un breve stacco di montaggio su una veduta imprendibile, i pochi momenti assieme rimanendo incorniciati nelle ore in camera a rileggere le lettere scritte e quelle ricevute. Fanny getta lo sguardo fuori dalla sua finestra, e il suo destino passivo d'attesa è lo stesso del lontano amore che sta per morire. È una storia che dura poco e può concedersi ancor meno: può concedere giusto quel che serve perché si possa aprire a noi. La Campion l'ha scritta avendo scarso accesso ai pensieri su carta della sua eroina, giacché delle sue lettere a Keats non è rimasta traccia, il che rafforza l'idea che sia stata come carpita da quei pochi momenti, soprattutto da quelle tante mancanze. Credo sia principalmente qui la semplice sensibilità della pellicola, forse quella che la renderà affatto entusiasmante per molti. L'ho vista una sola volta e vorrei rivederla all'istante per offrirvene un apprezzamento meno fugace: non è né un ritratto biografico, né un dramma ivoryiano, né una convenzionale storia d'amore in costume, perché li trascende in qualche modo tutti. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE Le storie d'amore per essere degne di passare alla memoria hanno necessitato da sempre del classico requisito dell'ostruzionismo sociale alla loro realizzazione: la love story si nobilita nell'epica e nella tragedia, diventando i due amanti paladini in lotta contro il mondo ostile. Jane Campion, al contrario, nel portare sullo schermo la passione del poeta inglese Keats per la giovane studentessa di moda Fanny, conosciuta tre anni prima di morire venticinquenne di tisi a Roma, ha scelto di isolare la passione dal contesto e di rendere visibile l'ineffabile palpitare all'unisono dei cuori: ci si innamora per lo più di un'idea insolita, di una frase, di uno sguardo, di un'ombra o di una luce su un volto improvvisamente e meravigliosamente strano, ed è l'astrazione interiormente perturbante dell'amore che Bright Star restituisce con la giusta lentezza nel ritmo alla meditazione dello spettatore, rendendo giustizia a un sentimento che i cattivi esempi della televisione e del cinema ci costringono troppo spesso a diluire in un campionario di sdolcinature e frasi fatte.Un invito pertanto a guardare più dentro noi stessi, forse nell'ottimistica speranza che nell'introspezione dell'intimo l'uomo di oggi possa riscoprire le radici di una vita più autentica: mentre scorrono i titoli di testa la voce suadente di Keats recita un suo poema ma ogni dettaglio del film richiede la solidarietà percettiva ed emotiva di chi guarda ovvero l'abbandono all'interiorizzazione dell'esperienza uditiva e visiva. Farfalle prigioniere in una camera chiusa, immersioni in prati color lavanda, lettere, versi e similitudini sublimano l'eros, depurandolo da ogni contatto con il corporeo: ce n'è abbastanza per vedere nell'epoca romantica, di cui la coppia è figlia esemplare persino nell'indigenza estrema e nella morte per tisi di lui, l'antitesi della nostra dominata dall'esuberanza trash della fisicità e dalla ripetitiva espressiva, ed in virtù di questo il lungometraggio mira a ricostruire il periodo non tanto nei costumi quanto piuttosto nell'immaginario, nei miti e nell'aspirazione ad un irraggiungibile infinito. «Il poeta non ha nulla di poetico», spiega John a Fanny: una stanza piena di farfalle promette il cielo, ma non sarà mai il cielo. Giudizio: ![]()
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Non esiste probabilmente una regista più terrenamente evocativa di Jane Campion, o almeno questo viene da pensare guardando il suo ultimo splendido film, giunto in Italia con grosso ritardo e dopo troppi rinvii. Chi può andare a vederlo in sala, nel centinaio scarso di copie in cui ci è stato concesso in questo giugno 2010, è caldamente invitato a farlo. Il suo cinema è di un altro tempo, anche quando si svolge nel presente, eppure sempre così tattile da raggiungere una sua perfetta dimensione, un'elegia di sensazioni. Ecco una regista che sa quando dire al suo montatore di tagliare su un particolare per dare l'impressione di essere lì, in quel tempo e con un mondo interiore contiguo a quello narrato: uno sguardo distratto su un tratto di brughiera accompagna Fanny Brawne e John Keats che si tengono per la mano e scherzano con la di lei sorellina Toots (Edie Martin), e potete perdervici.
Le storie d'amore per essere degne di passare alla memoria hanno necessitato da sempre del classico requisito dell'ostruzionismo sociale alla loro realizzazione: la love story si nobilita nell'epica e nella tragedia, diventando i due amanti paladini in lotta contro il mondo ostile. Jane Campion, al contrario, nel portare sullo schermo la passione del poeta inglese Keats per la giovane studentessa di moda Fanny, conosciuta tre anni prima di morire venticinquenne di tisi a Roma, ha scelto di isolare la passione dal contesto e di rendere visibile l'ineffabile palpitare all'unisono dei cuori: ci si innamora per lo più di un'idea insolita, di una frase, di uno sguardo, di un'ombra o di una luce su un volto improvvisamente e meravigliosamente strano, ed è l'astrazione interiormente perturbante dell'amore che Bright Star restituisce con la giusta lentezza nel ritmo alla meditazione dello spettatore, rendendo giustizia a un sentimento che i cattivi esempi della televisione e del cinema ci costringono troppo spesso a diluire in un campionario di sdolcinature e frasi fatte.









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