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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Domenica 25 Luglio 2010 15:53 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di AUGUSTO LEONE In Fish Tank della britannica Andrea Arnold la conclusione vera viene solo dopo l'uscita di scena dei personaggi e delle loro vicissitudini, ed è il fosco panorama di una desolata periferia d'Europa là dove ogni giorno si dissolvono nel nulla migliaia di storie uguali: un cielo grigio, una torre abitativa simile a un formicaio, parcheggi e minuscole porzioni di verde malato, una geografia degradata senza prospettiva di mutamenti, un labirinto d'asfalto e cemento percorso con il fiato allo gola o a passo di danza da adulti ed adolescenti, depressi o euforici per la birra, la droga e le illusorie favole della TV.Un acquaio, per dirla con il titolo, torbido, che contamina nell'aria mefitica persino l'infanzia, un ghetto ai margini della città dove le famiglie non si allargano come si usa dire nei quartieri borghesi bensì si disgregano, vanno in mille pezzi e nessuno raccoglie i cocci: da quella palude stagnante forse un giorno riuscirà ad affiorare Mia (l'attrice esordiente Katie Jarvis), la quindicenne protagonista del film, grazie alla forza di un carattere ribelle e di una coscienza viva, ma la maggior parte dei pesciolini rossi resterà lì imprigionata a dibattersi contro il vetro sprigionando dalla bocca i suoni impercettibili di uno slang sgrammaticato e sboccato. Di fatto il presupposto della pellicola è il determinismo tipico del cinema neorealista di Ken Loach o di Mike Leigh: ogni gesto, ogni parola, è una reazione all'ambiente e Fish Tank va a cercare ossessivamente nei personaggi l'empatia e la discrasia con il mondo che li circonda. Mia, la madre e la sorellina si contendono, litigando e insultandosi, una celletta a due piani all'interno di un condominio alveare con i ballatoi in comune invasi dai panni stesi: lì l'intimità è violata, la figlia spia la madre e la sorella minore la maggiore mentre fanno sesso con il medesimo amante, intruso provvisorio ma eversivo del ménage muliebre, e la mancanza di uno spazio vitale rimbalza negli egoismi e nelle insofferenze degli uni verso gli altri. Eppure in Mia c'è qualcosa di più del semplice senso di soffocamento: è la ricerca spasmodica di un proprio angolo di mondo a spingerle spesso lo sguardo all'orizzonte in alto verso il cielo sopra l'acquaio, è l'urgenza di trovare un ritmo e una musica opposta a quella obbligata della quotidianità a imporle i movimenti del rap di riconciliazione, nonché la pietà per una vecchia cavalla e la tenerezza inaspettata per una bambina, figlia incolpevole di un padre fedifrago. Un'Odissea la sua che continuerà su una Volvo scassata in viaggio verso il Galles in compagnia di uno zingaro, ed è pur sempre un'Itaca. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Regista donna (Andrea Arnold segnalabile per Red Road del 2006) per questo sostanzioso dramma giovanile, dove una brava ed interessante Katie Jarvis (esordiente presa per assoluto caso dal casting) è Mia, una quindicenne con una vita alla deriva, che a causa di una madre debosciata, tabagista all'ultimo stadio ma ancora piacente e giovanile (Kierston Wareing, vista con Loach in In questo mondo libero…) perde i valori basilari, viene buttata fuori da scuola e reagisce violentemente alle coetanee. L'unica cosa che le dà fiducia è il ballo hip-hop, con il quale spera di avere un'audizione. Ma tutto salta quando la madre, disinteressandosi completamente della presenza sua e della sorella più piccola Tyler (Rebecca Griffiths) porta in casa Connor (Michael Fassbender, apprezzato in Bastardi senza gloria di Tarantino) che le provoca una crisi sia morale che ormonale. Connor sembra esserle amico, sin troppo, dato che i due si avvicinano oltre misura e possibilità. A quel punto Mia non ha altra possibilità che prendere una terribile e drastica decisione.Come da previsione e registro, una storia soprattutto di donne diretta da una donna esce quanto mai intensa, specie considerando il fatto che viene girata con la camera a mano e non ha nessun dovere produttivo da rispettare, si può interessare della storia e delle sue emozioni e sofferenze (soprattutto queste ultime) in un viaggio all'inferno che non ha mai fine. Siamo in zona Loach, la Arnold rispetta i dettami del grande regista ma poteva cadere nel melodrammatico e invece non lo fa: costruisce nei sobborghi dell'Essex una tragedia familiare coinvolgente e disperata, dove le progressioni non sono mai patetiche e il senso dell'immagine colpisce per la sua durezza, il suo trasparire sincero e mai patinato. Innestando un particolare amore di Mia per gli animali (la vicenda prende corpo dopo la scoperta della cavalla ridotta in schiavitù e legata con una catena nel campo rom) si nota come in fondo la pulizia di facciata della media società con le sue casette pulite sia falsa, ironicamente costruita solo per recarsi dove c'è disagio e scarsa attenzione sociale per compiere atti non certo limpidi di purezza, sfruttando anche la deriva personale di animi delusi. Una critica al vetriolo riuscita e coinvolgente, la pesca (il Fish Tank del titolo) e la successiva fine del pesce non sono altro che quanto sta accadendo a Mia messo in una chiave figurativa/esplicativa: il pescatore attende la sua preda e la ghermisce senza nessuna pietà, la ferisce (il piede) e poi fintamente la cura, la ristabilisce solo per usarla a dovere per poi lasciarla a marcire (come succede al pesce sul tappeto) quando diventa scomoda e pericolosa. Quando tutte le verità verranno a galla scopriremo, anche grazie all'uso di uno stupendo balletto a tre che riunisce tutte le donne, che la violenza casalinga delle parole e del disprezzo era solo una reazione data dalla disperazione; di base comunque c'è amore e volontà di riunirsi tutti assieme per tornare a ballare il gioco duro della vita, si spera in tempi e condizioni migliori, dove la società non ti aiuta per nulla. Non pensate che ci sia spazio per momenti solari e di gioia, nessuna musica ridondante che potrebbe riguardare il progetto dell'audizione (commento musicale come dovere di prodotti di questo tipo inesistente): tutto viene fatto in solitario e anche le giovani sembrano adeguarsi perché manca la speranza associativa, nelle fasi più felici (relative, ovviamente) i sorrisi non esistono perché c'è solo presa di coscienza e mai euforia. Verrà distribuito in maniera del tutto sporadica: se qualche nobile sala vicino a voi (ma teoricamente anche lontano: questo film vale ogni sforzo e lo ripaga) lo proietta, non esistate. Gli ultimi quaranta minuti sono a dir poco eccezionali, vivono in un'angoscia senza fine e sono densi di messaggi, dove la soluzione è solo una nuova prova piena di incognite e non certo una meta di pace. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice:
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In Fish Tank della britannica Andrea Arnold la conclusione vera viene solo dopo l'uscita di scena dei personaggi e delle loro vicissitudini, ed è il fosco panorama di una desolata periferia d'Europa là dove ogni giorno si dissolvono nel nulla migliaia di storie uguali: un cielo grigio, una torre abitativa simile a un formicaio, parcheggi e minuscole porzioni di verde malato, una geografia degradata senza prospettiva di mutamenti, un labirinto d'asfalto e cemento percorso con il fiato allo gola o a passo di danza da adulti ed adolescenti, depressi o euforici per la birra, la droga e le illusorie favole della TV.
Regista donna (Andrea Arnold segnalabile per Red Road del 2006) per questo sostanzioso dramma giovanile, dove una brava ed interessante Katie Jarvis (esordiente presa per assoluto caso dal casting) è Mia, una quindicenne con una vita alla deriva, che a causa di una madre debosciata, tabagista all'ultimo stadio ma ancora piacente e giovanile (Kierston Wareing, vista con Loach in 









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