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| Profumo – Storia di un assassino |
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| Scritto da Cine Zone | |||
| Martedì 30 Giugno 2009 22:25 | |||
Titolo originale: Perfume: The Story of a MurdererNazione: Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti Anno: 2006 Genere: Drammatico, Giallo, Romantico, Thriller Durata: 147' Regia: Tom Tykwer Sito ufficiale: Andrew Birkin, Bernd Eichinger, Tom Tykwer Cast: Dustin Hoffman, Ben Whishaw, Alan Rickman, Rachel Hurd-Wood, Corinna Harfouch, Andrés Herrera, Francesc Albiol, Gonzalo Cunill, Roger Salvany, Simon Chandler, David Calder, Richard Felix, Birgit Minichmayr, Reg Wilson, Michael Smiley, Sian Thomas, Carlos Gramaje, Núria Casas, Catherine Boisgontier Produzione: Constantin Film Produktion GmbH, Castelao Producciones S.A., Nouvelles Éditions de Films Distribuzione: Medusa Data di uscita: 22 Settembre 2006 Trama: 1766, Sud della Francia. Nel putrido mercato del pesce del paese nasce Jean-Baptiste. Cresciuto miracolosamente nel degrado, scoprirà di avere una dote innata per riconoscere profumi e odori, e quasi divinamente ispirato dedicherà la sua vita – dopo un apprendistato presso un famoso profumiere italiano per affinare le sue tecniche – alla creazione del profumo perfetto che possa far innamorare chiunque lo respiri. Creazione tanto voluta che Jean non bada a modi e conseguenze per arrivare al risultato. Recensione di ALBERTO DI FELICE «Al tempo di cui andiamo narrando, nelle città regnava un puzzo a stento concepibile per noi moderni, uomini e donne». Questo è l'inizio del lungo flashback (che poi converge nel finale) col quale si apre Profumo. Mentre il narratore (voce originale di John Hurt, uno specialista) spiega che il puzzo peggiore andava rintracciato al mercato del pesce di Parigi, e mentre una cassa di pesce viene sbattuta e rovesciata sul tavolo di mamma Grenouille (Birgit Minichmayr), lo spettatore pensa a qualcosa cui forse mai ha pensato (o cui non ha pensato abbastanza) in un film, specie in costume: si ricorda che in quelle immagini ci sono anche degli odori.Jean-Baptiste Grenouille (Ben Whishaw) nasce in quell'odore nauseabondo, e come ha spiegato la voce narrante, nel sudiciume di un mercato del pesce. Questo inizio, il voice-over e le immagini, ha una certa potenza: per quanto inconcepibile potesse essere il reale mistume di odori di allora, lo spettatore ha il riflesso naturale di figurarsi quantomeno uno sgradevole odore, quello del pesce, a lui familiare. Peccato che le idee del film finiscano esattamente qui. Rimanendo ai sensi, Tykwer si appoggia da subito e per sempre al più prevedibile e catatonico dei mezzucci. Esattamente come avrebbe fatto Ron Howard, ma tirandola più per le lunghe (è perfettamente comprensibile perché la scritta «Musica di» – anche di Tykwer, sì – sia quella che dà il via ai titoli di coda), fa del suo protagonista un ebete che in questo caso anziché fissare numeri in aria annusa oltre ogni muro ed ampolla. Fino ad un prefinale orgiastico di gruppo che manco in una foto di Spencer Tunick. Deduco che il delirio sia la risposta ultima di Tykwer al mondo di opportunità che un soggetto del genere avrebbe offerto ad un regista pensante. Invece Tykwer si rifugia beatamente nel nonsenso sensoriale, andando ampiamente oltre il ridicolo, per fare in modo che qualcuno possa credere che abbia in un qualche modo elaborato su qualcosa. Invece ha solo cercato di elevare la volgarità ad audacia. Mi ha ricordato l'inverecondo Quills. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Nel 1998 Tom Tykwer diresse un piccolo gioiello di nicchia che era Lola corre. Questo regista (già lì aveva mostrato la sua predilezione per le donne dai capelli rossi), dopo un film di interludio di nessun interesse (La principessa e il guerriero), per arrivare a Heaven con Ribisi e Blanchett, costrinse i produttori a credere seriamente in lui, visto che (dopo un altro film) adesso gli affidano la versione cinematografica di un romanzo di grande impatto come quello scritto da Patrick Süskind. Tralasciando il meschino richiamo pubblicitario riguardo a Kubrick (che non l'avrebbe fatto perché intraducibile in immagini), il regista si trova a dover misurare con un grande affresco d'epoca con costumi e scenografie e oltretutto a dirigere un mostro sacro come Hoffman.Ne nasce un film visivamente potente, teso, disperato e con un lungo comparto finale di una bellezza e idea metafisica visiva incredibile e inaspettata. Sin dall'inizio vediamo che questo film agisce di recupero perché già dalle scene iniziali (per stomaci forti e preparati con quel parto nel pesce marcio) vediamo che si parte subito da zero e la disperazione farà sì che il protagonista (un bravissimo Ben Whishaw, che rende il personaggio con espressioni dure, assenti e senza nessuna pietà o sentimento se non nel suo folle intento – e somiglia lontanamente ad Anthony Perkins) non abbia nessun problema a perseguire con ogni mezzo, anche il più bieco, il suo intento. Così il cammino di questo profumiere prende una piega che non è indirizzata verso il guadagno, verso la gloria o la fama: il suo intento è un lucido programma di morte per la perfezione, di perdita per il concepimento del figlio perfetto senza che ci sia scelta di ceto sociale, serial killer per dovere divino datogli dalle sue capacità naturali come se non potesse far altro. Le immagini usate da Tykwer sono, fino allo sconvolgente finale metafisico, dosate sui colori grigi per meglio rendere il degrado urbano, fotografate con una buonissima resa e si avvalgono di scenografie e costumi di assoluto valore che esaltano oltre all'ambientazione anche il clima senza speranza di un tempo buio e pieno di contraddizioni tra enorme ricchezza e assoluta povertà. I personaggi sono per lo più sporchi, putridi; è per questo che l'intento di Jean sembra risaltare ancora di più per creare la gemma perfetta della profumazione. Dopo che sono state stabilite le regole e gli intenti, ci si scatena in un finale estremo, nel quale ci si può trovare straniati proprio per la gran contrapposizione del girato, prima lento e studiato, poi velocissimo, sincopato e come si diceva metafisico. Un film da amare per il suo coraggioso intento, mai lento anche se vive di studio, mai ripetitivo anche se la successione degli eventi per arrivare al numero ha modalità e tempi uguali soprattutto nel corpus di centro. Da vedere per calarsi nelle atmosfere di un tempo senza la contaminazione di soli pizzi e crinoline ma di una disperazione popolare, per fare un viaggio quasi onirico nella mente disturbata di un disperato lucido e determinato, per arrivare al pulp del tempo senza messaggi consolatori. E il grande Dustin Hoofman? Inutile dire nulla, solo il suo nome vale tutto. Immenso come sempre, fa la parte del profumiere italiano che insegna a Jean le tecniche della creazione dei profumi che il ragazzo sa così bene riconoscere e miscelare: se il diavolo veste Prada, possiamo dire tranquillamente che può profumare anche di Chanel. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: Perfume: The Story of a Murderer
«Al tempo di cui andiamo narrando, nelle città regnava un puzzo a stento concepibile per noi moderni, uomini e donne». Questo è l'inizio del lungo flashback (che poi converge nel finale) col quale si apre Profumo. Mentre il narratore (voce originale di John Hurt, uno specialista) spiega che il puzzo peggiore andava rintracciato al mercato del pesce di Parigi, e mentre una cassa di pesce viene sbattuta e rovesciata sul tavolo di mamma Grenouille (Birgit Minichmayr), lo spettatore pensa a qualcosa cui forse mai ha pensato (o cui non ha pensato abbastanza) in un film, specie in costume: si ricorda che in quelle immagini ci sono anche degli odori.
Nel 1998 Tom Tykwer diresse un piccolo gioiello di nicchia che era Lola corre. Questo regista (già lì aveva mostrato la sua predilezione per le donne dai capelli rossi), dopo un film di interludio di nessun interesse (La principessa e il guerriero), per arrivare a Heaven con Ribisi e Blanchett, costrinse i produttori a credere seriamente in lui, visto che (dopo un altro film) adesso gli affidano la versione cinematografica di un romanzo di grande impatto come quello scritto da Patrick Süskind. Tralasciando il meschino richiamo pubblicitario riguardo a Kubrick (che non l'avrebbe fatto perché intraducibile in immagini), il regista si trova a dover misurare con un grande affresco d'epoca con costumi e scenografie e oltretutto a dirigere un mostro sacro come Hoffman.









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