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| Bandslam – High School Band |
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| Mercoledì 23 Dicembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Si legge in giro, fra gli altri, il nome di John Hughes, che in realtà non c'entra molto. Se invece, propongo, Wes Anderson avesse voluto senza grossa colpa svendersi per descrivere i suoi tempi da incompreso volto all'autorealizzazione al liceo e somigliare al più servizievole Jason Reitman (ma lontano da Diablo «I need you hopeless» Cody!), sospetto—lui sì—avrebbe partorito qualcosa di simile a Bandslam, un film che mischia non senza proverbiale «sincerità» la commedia romantica liceale, lo spleen dell'adolescente maschio esistenzialmente svilito e la storia di successo musicale fra Quasi famosi e School of Rock. Quest'ultima corrente, quella della riuscita risolutiva tramite la quale tutto il resto par legarsi, si impossessa crescentemente delle sorti dei protagonisti, che verso la fine smettono quasi di parlarsi fra loro—anche fisicamente—raccontandosi le esitazioni della loro età, i loro rapporti l'un con l'altro e con il mondo adulto.Senza rovinar nulla a chi legge non avendo visto il film, il finale di Bandslam mi è difatti parso tagliato via, sostituito dall'ingresso di un innecessario deus ex machina (la star David Bowie, l'idolo reverendissimo cui il protagonista Will Burton, interpretato da Gaelan Connell, dedica un diario e-mail personale che questi mai leggerà—ma Bowie, ci viene prospettato, va comunque a curiosare nelle pagine MySpace): una volta arrivato lui a salvare le sorti del gruppo «I Can't Go On I'll Go On», divisosi e rimodellatosi al suo interno seguendo avvicendamenti d'amicizie, umori e sentimenti, la vicenda si semplifica e scivola via come un montage riassuntivo—il racconto di formazione passa da una relativamente complicata modulazione ad un più repentino «colpo di reni» esterno, un aiutino miracoloso. Malgrado questo quasi-tracollo semplificatorio nello scioglimento, la pellicola del newyorchese Todd Graff possiede di Anderson—per parecchi tratti ma, ben inteso, ben lontano quanto a pura ispirazione artistica—quantomeno un vago senso di limpida condivisione di nevrotiche passioni. E la cosa non è affatto così semplice, per quanto con quello che battezzo effetto «pucci pucci» ci provino un po' tutti. Commedie indipendenti assai consce dei propri sogni per aria, quali ad esempio l'ultimo (500) giorni insieme, mostrano i propri accessori «emotivi» di richiamo come ci stessero facendo sfogliare un catalogo Ikea (ovvero: mostrami quello che consumi—non ininfluentemente, che musica consumi—e ti dirò cosa senti); qui non ho avuto difficoltà ad accettare da dove Will e Charlotte (Aly Michalka) vengono musicalmente, un vecchio filmato scolastico alla chitarra mi è bastato per prefigurarmi Sa5m (Vanessa Hudgens) al concerto finale. Le emozioni toccate, in ogni modo, non salgono granché al di là un modesto livello di guardia dettato da una benevola—aggiungerei, partecipe—condiscendenza verso Will, che si sceglie essere un barboncino totalmente privo di addomesticamento alla vita adolescenziale di relazione, quasi con fantozziana nuvola di pioggia al seguito. Lisa Kudrow (attrice che meriterebbe di esser meglio considerata: la nevrastenica le esce bene, d'accordo, ma diamole una chance anche con altro) interpreta sua madre Karen, fornendoci qualche spunto evidente ma non troppo vistoso per capire perché Will sia effettivamente così, e non stia facendo finta sol perché glielo impone la sceneggiatura. Ci attende quindi la sua educazione sentimentale—fra una ribelle domata e la ragazzotta carina designata, che come lui non ha praticamente vita adolescenziale di relazione—accelerata dalle sue doti di music producer fatto. Il barboncino è indubbiamente tenero, ma David Bowie gli soffia via troppo violentemente la nuvola. Giudizio: ![]()
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Si legge in giro, fra gli altri, il nome di John Hughes, che in realtà non c'entra molto. Se invece, propongo, Wes Anderson avesse voluto senza grossa colpa svendersi per descrivere i suoi tempi da incompreso volto all'autorealizzazione al liceo e somigliare al più servizievole Jason Reitman (ma lontano da Diablo 








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